Bitter Sweet Symphony dei Verve, la disperata lotta contro l’apatia della vita

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Quando ho risentito Bitter Sweet Symphony dei Verve l’altro giorno, stavo camminando verso la stazione, erano le otto del mercoledì e non avevo voglia di iniziare la giornata. E ripensavo alle tristi storie che ruotano intorno a questa canzone e alla band che l’ha creata. Il gruppo inglese infatti non esiste più dal 2009, anno in cui i Verve si sono sciolti definitivamente.

Bitter Sweet Symphony, prima traccia di Urban Hymns, è la loro canzone più famosa, tanto da essere stata inserita al 382° posto nella lista delle 500 migliori canzoni di tutti tempi da Rolling Stone. Per una complicata controversia legata ai diritti del singolo, è anche quella da cui il gruppo non guadagna nulla. Di fatto, i Verve avevano concordato la licenza d’uso di un campione di cinque note, estratto da una cover di The Last Time dei Rolling Stones eseguita dalla Andrew Oldham Orchestra, e il permesso era stato concesso dalla Decca Records.

Non sarebbero sorti problemi se non avessero usato più delle cinque note concordate e la canzone non avesse avuto un successo incredibile: la combo dei due elementi ha fatto sì che i Rolling Stones si dessero da fare per ottenere tutti i diritti della canzone e il loro nome tra gli autori. E ci riuscirono, ovviamente.

Ma torniamo al mio mercoledì, partito senza Verve (pun intended). La canzone è perfetta per gli inizi di giornata sbagliati: alla folla presente a Glastonbury il 2008, il frontman del gruppo (Richard Ashcroft) introdusse la canzone gridando: “la vita è una lotta, ogni lunedì mattina è una lotta”.

Quante canzoni dal testo amaro e note basse di chitarra e basso conosciamo? Probabilmente infinite. Poi però, un giorno abbiamo scoperto questa. Pian piano la sinfonia degli archi si è insinuata nella mia mattina. Ho avvertito la metamorfosi del viale e tutto vibrare della bellezza di quel testo così amaro accompagnato fino alla fine dai violini. Mi pareva impossibile che chi passava non sentisse. Come poteva un paio di cuffie e la mia sola persona contenere quell’energia?

Gli archi non mollano un secondo, la bellezza di quella melodia insiste continuamente fino a sovrastare la voce del cantante. E più grida lui, più forte suonano loro. Come un duello.

“È una sinfonia dolceamara questa vita
Cerchi di far coincidere gli estremi
Sei schiavo dei soldi e poi muori
Ti porterò per l’unica strada che conosco
Sai quella che porta dove si incontrano le vene

Non c’e cambiamento, io posso cambiare ma sono qui nella mia palude
Ma sono un milione di persone diverse da un giorno all’altro
Non posso cambiare la mia palude
No no no no no…”

La musica cresce in mezzo a una folla anonima, si eleva sopra una routine odiosa: possibile, ci dice, che finisca tutto qui, con la corsa dietro ai soldi, con due estremi, vita e morte, che non si spiegano? Interessante questa strada come immagine della vita; sospetto che sia la stessa usata dai Green Day nell’apertura di Boulevard of Broken Dreams

“Non prego mai, ma stanotte sono in ginocchio
Ho bisogno di sentire dei suoni che riflettano il dolore che ho
Lascio brillare la melodia, lascio che mi liberi la mente, mi sento libero
Ma le strade sono pulite e non c’è nessuno che canti per me”

Ho bisogno di sentire che qualcuno percepisce il mio dolore, ho bisogno di essere compatito, cioè guardato per come sono veramente. Solitudine non è essere da soli, ma non sentirsi amati. E ti ama chi è di fianco a te quando stai soffrendo, chi è presente quando hai bisogno di essere ascoltato.

Per questo chi scrive prega e la stessa strofa è una preghiera: chi scrive non può parlare con qualcuno di vicino, ma la sinfonia che si porta dentro deve essere ascoltata, non può e non deve rimanere irrisolta.

I can change. Lo ripete continuamente, proprio come la sinfonia: perché è ciò che il cuore gli chiede e che lui ripete a sé stesso. Quando tutto intorno sembra essere vano, inconsistente, chi scrive riparte dal punto in cui le vene si ritrovano, dall’insoddisfazione che lo rende inquieto. Il cambiamento parte dalla ricerca di qualcosa di più.

the_verve_gone

“Ti porterò lungo l’unica strada che abbia mai percorso
Mai percorso
L’hai mai percorsa?”

E la strofa finale della canzone, quella che la chiude in maniera enigmatica. A proposito di estremi che si incontrano: è la sofferenza a permettere il nascere del cambiamento? Esiste un percorso che permetta di purificarsi? Quelle note siamo noi. Non sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare se non la ascoltiamo, se non sentiamo cosa il nostro cuore ci dice.

Ecco perchè, a distanza di vent’anni, amiamo ancora Bitter Sweet Symphony. Se una canzone va oltre la superficie del nostro essere e ci racconta chi siamo, rimarrà vera per sempre.

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(Articolo pubblicato originariamente su Parte Del Discorso e gentilmente concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione)

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7 comments

  1. ho letto un’intervista interessante al chitarrista dei verve, nick mccabe.
    in breve, dice che molti pensano che il problema sia stato il campione di note, in realtà nella contesa è stata determinante la melodia vocale di ashcroft, che si sovrappone a quella della canzone dei rolling stones.
    effettivamente, ascoltando la canzone a velocità “dimezzata”… (e nella mia vita ho ascoltato entrambe un milione di volte ma non me ne ero mai accorto!) https://www.youtube.com/watch?v=eM2b9CcH1KM

    1. Ti ringrazio, non l avevo letta! Credo comunque che i RS siano stati molto esigenti, forse troppo, nel chiedere tutti i diritti della canzone. No?

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