Under The Bridge dei Red Hot Chili Peppers: una ballata per combattere i propri demoni interiori

Nell’immaginario collettivo, i Red Hot Chili Peppers degli anni ’90 sono un affresco di muscoli, edonismo, la black music di George Clinton colta in un amplesso passionale con il rock ed l’hardcore losangelino: groove luciferino su cui far danzare quattro scalmanati corpi, temprati dagli eccessi e l’inchiostro di eccentrici tatuaggi.

C’è un documentario, Funky Monks, che immortala tre mesi di intense registrazioni per quello che sarà il disco della loro consacrazione: Blood Sugar Sex Magik. Funge da loro base e studio la Mansion, una residenza vintage dalle atmosfere sinistre e ben 10 stanze nel cuore di Lauren Canyon (ovviamente California). In tale dimora avevano alloggiato gente del calibro di Jimi Hendrix, David Bowie e Mick Jagger. La pellicola alterna momenti di registrazione, gags del quartetto, discussioni su spiriti e fantasmi (persino il cantante degli Slipknot, Corey Taylor, dedicò una parte di un suo libro a tali vicende, dopo aver anche lui registrato nel medesimo luogo), grinta e un appeal musicale che potremmo definire quasi scultoreo.

Ci sono però circa quattro minuti di girato che sembrano quasi allontanarsi dal resto del prodotto; mostrano il frontman, Anthony Kiedis, intento a raggiungere una lavanderia ad orario serale. Il suo stile non è il tipico incrocio tra Henry Rollins ed Iggy Pop che è solito sfoggiare, resta in un semi primo piano con un cappello a visiera rovesciata, i capelli raccolti e lo sguardo pensoso, un po’ celato da occhiali da vista dalle grosse lenti. Sembra voler cogliere l’occasione per parlare in privato con lo spettatore, come se quest’ultimo l’avesse accompagnato alla commissione proprio al fine di fare due chiacchiere. È l’istante in cui Anthony inizia a parlare di uno dei due singoli che avranno un impatto enorme a livello mainstream. Under The Bridge si svela così, schiudendosi come uno dei petali dell’artwork, una fragile ballata che s’impregna degli ultimi cinque anni della vita del frontman. La dipendenza non gli aveva solo portato via uno dei suoi migliori amici, il chitarrista fondatore dei Red Hot Chili Peppers, Hillel Slovak, ma la sua stessa dignità. Costretto perfino a cercare una dose sotto ad un ponte della periferia, controllato da una gang messicana e fingendosi il ragazzo della sorella di Mario, il suo abitudinario spacciatore.

Ma non è la droga in sé il vero elemento portante dei versi, o la undicesima traccia di Blood Sugar Sex Magik sarebbe solo l’ennesimo tassello in un comunissimo mosaico di degrado e vizio che fa parte dei cliché del settore. Nella composizione, la città non un mero teatro degli eventi, ma l’unico reale confidente e partner dell’autore. È il luogo che si personifica dinnanzi ad una profonda solitudine del soggetto che, visti i suoi problemi, si aliena in sé stesso e non riesce a trovare intesa al di fuori dei suoi occhi. L’uomo nudo dinnanzi la sua metropoli, la sua unica reale amica. Il finale è il punto in cui il climax coglie veramente il succo delle potenzialità del songwriting, con quel coro quasi angelico si rivela liberatorio per il brano e per lo scrittore, che fortunatamente vede oramai lontano quel ponte, sia a livello emotivo che temporale.

L’esatta location della struttura non venne mai rivelata dal cantante, ad una domanda diretta di una intervista al Rolling Stones America del 1992, rispose in maniera vaga, volontariamente, al fine di evitare emulazioni. Per quanto diversi articoli cercarono di far luce sul particolare elemento architettonico, elencando quattro possibili candidati, tra annunci e smentite nessuno ad oggi è riuscito a scoprire a quale Kiedis si riferisse, con buona probabilità l’autore avrà disseminato indizi e riferimenti molteplici, miscelando realtà e pensieri con quel tocco di licenza poetica che terrà vivo il mistero per sempre.

In questa storia però c’è più di un ponte, ma il secondo lo potremmo definire tale dal punto di vista metaforico. Si tratta di John Frusciante: appena ventunenne ai tempi e catapultato in una band con in media una decina di anni più di lui, John fu non solo l’elemento che sostituì in pianta stabile nella formazione lo sfortunato Hillel, ma diede al sound dei Red Hot un estro incisivo, senza che però perdessero appeal radiofonico, anzi aumentandolo di giusta misura. Ed è proprio John ad elaborare il primo embrione musicale dal testo portato da Anthony, inizialmente scettico sul fatto che una riflessione così intima potesse trasformarsi in canzone. In questa canzone, Frusciante mostra di avere una dote innata che probabilmente nessun chitarrista passato alla coorte della band ha mai saputo esprimere a questi livelli: l’intuito al servizio dell’intesa più complice verso le idee dei suoi compagni.

In breve tempo il chitarrista cuce un vestito sonoro perfetto per il mood della canzone e, per farlo, invoca due dei suoi più grandi eroi: David Bowie e Mark Bolan. John infatti dichiara che, per l’intro, ha preso spunto dal suggestivo attacco di Andy Warhol, uno dei pezzi più lo-fi di Hunky Dory, mentre l’idea della nota sospesa era un tributo a Rip off (un nome, un suggerimento ndr) dei T.Rex, dall’immortale Electric Warrior. L’aneddoto viene raccontato in un live ad Amsterdam nel 2001, durante il breve ed intimo tour che l’artista intraprende per promuovere il suo To Record Only Water for Ten Days, in acustico, tra un cambio di brano e un sorso alla bottiglietta. Il musicista, ridendo, esagera al punto di chiamarli plagi, ma sa bene di non aver vacato tale limite: le note diversificano e la maniera di tenere insieme tutta la struttura della strofa lo potremmo definire quasi un prodigio, convivendo l’armoiosità della linea di basso. Sua madre Gail Haworth Bruno è nei cori, quelli finali di cui abbiamo già parlato, quelli più difficili da cantare per Kiedis.

Esistono due versioni del videoclip di Under the Bridge, girate entrambe dal regista di culto Gus Van Sant, che era stato anche il fotografo ufficiale durante la stesura dei pezzi alla Mansion. Il concept riflette molti punti precedentemente discussi, in entrambi i filmati Anthony termina la sua performance abbracciando il suo stesso corpo, le silhouette dei musicisti si alternano in un profondo senso di unità e Frusciante apre e chiude le porte artistiche della pellicola, posto su un piedistallo come un prezioso trofeo dall’animo piuttosto sfuggente.

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John Frusciante nel video di Under The Bridge

Immagini e musica destinate ad entrare nella cultura pop degli anni ’90 dalla porta principale, saranno in molti a citare la canzone, partendo dalla simpatica parodia di “Weird Al” Yankovic nel video di Bedrock Anthem, passando alla cover di Santana con alla voce Andy Vargas fino alla citazione nella seconda stagione di The Big Bang Theory (con la performance degli stessi attori).

Oggi, venticinque anni dopo l’uscita del singolo, Under The Bridge rappresenta oramai un classico della sua generazione, dal sapore dolce amaro di una riflessione che, dall’alto, sorvola il profumo dei demoni interiori che non possono più avvicinarsi ma che si ostinano a fissarti. Presenza non sempre scontata nei live odierni della band, la canzone si alterna non di rado a due ballad intense ma meno celebri del medesimo periodo come Soul to Squeeze e I Could Have Lied. E se chiedeste ad un fan di scegliere la sua preferita, in realtà potrebbe sorprendervi. Ciò che però probabilmente metterebbe quasi tutti d’accordo sarebbe lo scegliere la versione più suggestiva mai eseguita del pezzo: tra le diverse memorabili, questa esecuzione del 2005 al ReAct Now: Music & Relief, show di quattro ore e mezza in cui artisti di fama internazionale si alternavano al fine di raccogliere i fondi per le vittime dell’uragano Katrina, la band si presenta in acustico: tra armonizzazioni inedite ed un pathos che trasuda tra le corde.

“Sometimes, out of really horrible things come really beautiful things”, esordisce Kiedis. E forse non si riferiva solo alla ragione per cui erano lì.

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