Lady Gaga diventa Joanne: chi è la figura che ha ispirato il suo nuovo alter ego

C’è una peculiarità che accomuna gli artisti pop più acclamati quando si raggiunge il picco del successo: la voglia di rinnovare (o estremizzare) a un certo punto della propria carriera l’immagine a cui l’opinione pubblica è stata abituata, quasi sempre in concomitanza con l’uscita di un nuovo progetto discografico. Come? Spesso e volentieri attraverso l’invenzione di un alter ego, di un’identità parallela plasmata ad hoc che il performer di turno assume momentaneamente, al fin di promuoversi in una veste inconsueta, variabile a seconda degli scopi e delle intenzioni.

Così è accaduto nel 1972, quando Bowie è diventato l’indimenticabile Ziggy Stardust, così è successo nel 1986, quando Prince si è trasformato nella sua controparte femminile Camille per un disco rimasto poi inedito, e così ha fatto Madonna quando nel 1992 ha impersonato la mistress sadomaso Dita, protagonista del libro fotografico Sex e dell’album Erotica. Più recentemente, è stata Beyoncé a creare Sasha Fierce per dare corpo e voce a un modello di donna più aggressivo e altezzoso, arrivando a dividere in due parti il suo terzo album da solista, uscito nel 2008, per presentare al pubblico questo lato più cattivo e anticonformista di sé.

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Lady Gaga – Joanne (scatto originale da cui è estratta la copertina dell’album)

Ora tocca a Lady Gaga, che dal 21 Ottobre scorso ha scelto di diventare Joanne. Eppure, un piccolo dettaglio rende questo “stratagemma” diverso dal solito: Joanne non è un personaggio immaginario, non è un alias vero e proprio nè tanto meno l’emblema di un movimento culturale in atto. Joanne è parte integrante del DNA di Gaga. È la zia paterna mai conosciuta poiché morta di Lupus troppo presto, nel 1974, quando aveva solo 19 anni. Da lei Gaga ha ereditato non solo due nomi (Stefani e Joanne, appunto), ma anche qualcosa di più profondo, a detta sua: il talento creativo. Lo spirito della donna, in effetti, è presenza costante nella vita e nel percorso artistico della diva italoamericana, già a partire dal primo album, The Fame, il cui booklet include due componimenti, uno dedicato a lei dalla nipote e uno scritto (e mai pubblicato) dalla giovane defunta in persona, ricordata in famiglia per essere stata un’aspirante pittrice e poetessa.

Non è tutto: la data della sua morte è diventata un tatuaggio indelebile sul braccio sinistro della popstar e appare persino in calce al Manifesto of Little Monsters, un encomio dedicato ai seguaci della cantante, presente nell’edizione Super Deluxe di The Fame Monster (prolungamento dell’album di debutto). La stessa prima tournée della Germanotta, The Fame Ball, veniva comunemente soprannominata Joanne dai suoi fan. Insomma, Gaga si sente visceralmente legata a questa sua parente e si immedesima in lei in modo così passionale da credersene quasi la reincarnazione. Di qui l’idea di renderla colonna portante di un intero disco, partendo dalla title track, cuore e anima del progetto.

Ma la nostra domanda è: esiste un legame tra questa figura e la direzione musicale scelta per l’omonimo album? Probabilmente sì, eppure fatichiamo a trovarla in quella celebrazione a stelle e strisce di cui il nuovo opus discografico è portatore sano. Quando Gaga ha esordito come artista, lasciandosi alle spalle la (breve) gavetta da autrice per altri, l’electro pop del vecchio continente è diventato linfa primaria a cui attingere per la consacrazione delle proprie hit. A lei e a RedOne (così come a David Guetta) si deve il ritorno in ambito mainstream dell’eurodance, ritenuta fino al 2008 banale e poco rilevante per essere degna della pole position nella Hot 100 di Billboard, ma con questo nuovo LP il discorso cambia in maniera drastica: in Joanne si respira aria di costa californiana, ma anche di deserto texano. Più lo si ascolta, più la mente pensa a quei dive bar statunitensi aperti dal tramonto fino a tarda notte, dove tra un sorso di birra allo zenzero e l’ubriaco di turno che farfuglia e chiede un altro cocktail al bancone c’è sempre qualche band esordiente che intrattiene il pubblico al posto del caro estinto jukebox.

Ma attenzione a definirlo un disco country, sarebbe troppo riduttivo, volendo citare qualcuno. L’album ha avuto una gestazione abbastanza lunga prima di prendere forma e sostanza definitive, e la direzione da seguire non è mai stata nitida e precisa: si è passati dal voler regalare ai fans una raccolta di Bad Romance 2.0 all’ipotesi di approcciare la warm disco (ragion per cui erano stati inizialmente scomodati nomi di tutto rispetto quali Nile Rodgers, Elton John e Giorgio Moroder). Poi, la svolta con Mark Ronson e il suo sound retrò, giustapposizione fra organico e sintetico, e l’idea di raccontare angosce, insicurezze e vicende personali mescolando il funk al rock e il blues al country, emblemi indiscussi del patriottismo americano più puro.

Chissà, forse ad apprezzare questi generi e contenuti era proprio zia Joanne. A noi il sospetto sorge: è come se Gaga avesse deciso di rivisitare assieme a Ronson il meglio della musica in voga tra gli anni ’60 e ’70 (guarda caso il periodo in cui il suo futuro spirito guida era in piena adolescenza), per poi affidarlo ai programmi digitali di BloodPop, produttore emergente in precedenza noto come Blood Diamonds, e aggiungere così un tocco di modernità al materiale registrato. Pienamente immersa in quel decennio, Gaga ha quindi chiuso in soffitta gli abiti stravaganti della sua fase carnascialesca e ha cominciato a promuovere la sua nuova era alternando look da cowgirl griffata (già proposti da altre colleghe) a shorts di jeans strappati, magliette succinte e atteggiamenti da rockstar maledetta, tutta tormento interiore, allucinogeni e mascara sbavato, nel tentativo di riportare in auge atmosfere, suoni e contesti tipici di un’epoca ormai lontana.

A voi tutto ciò convince? Nel dubbio, Joanne è disponibile su formato fisico nei negozi di dischi, scaricabile da iTunes via Universal/Interscope Records e già disponibile su Spotify.

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