Rock & indie 2016: i venti album che non dovreste perdervi quest’anno

Gran bel fermento, quello a cui stiamo assistendo quest’anno nell’ambito allargato rock & indie, al punto che un punto della situazione ora è doveroso. Emotivamente parlando l’inizio non è stato uno dei migliori – la morte di personaggi come Lemmy Kilmister, Prince, Keith Emerson e David Bowie ha segnato tutti – ma le novità in campo musicale, soprattutto in materia di classic rock e indie rock sono state moltissime. Abbiamo assistito a grandi ritorni sulla scena, a collaborazioni impensabili e a sperimentazioni sonore strabilianti, per un 2016 che sembra l’anno scelto dagli artisti per il superamento di se stessi e della propria musica: quasi ovunque le nuove realizzazioni si sono concentrate sull’alta qualità e l’aspirazione artistica ha raggiunto il suo apice. Sono stati ricercati suoni fuori dagli schemi e temi che portassero il pubblico alla riflessione.

Quelli qui sotto sono venti dischi che, da bravi appassionati di rock e dintorni, non dovreste esservi persi quest’anno. Prendetelo come un regalo anticipato, prima che anche per voi arrivi il momento di decidere quali sono stati i dischi più belli dell’anno.


Nick Cave and The Bad Seeds – Skeleton Tree

Già dalle prime parole cantate (si potrebbe dire recitate) da Cave, che suonano solenni e funeree, traspare quale sia l’evento che ha segnato la realizzazione di questo album: vengono i brividi al solo pensiero che il riferimento sia alla tragedia avvenuta al figlio Arthur. Il sound elettronico che fa da sottofondo in alcuni brani non maschera la mestizia e la solennità dei testi, in cui la voce di Cave si spande nell’atmosfera rendendola inquietante, ipnotica e oscura. L’unione voce-musica si colloca perfettamente nel panorama post-rock.

Alcuni pezzi contenuti nell’album somigliano a vere e proprie preghiere rivolte a un dio distante e distaccato, come Jesus Alone. Altri ancora possono vantare un’eccezionale e appena accennato accompagnamento d’archi, soprattutto nel finale. Un album composito e studiato nei minimi dettagli insomma, che presenta anche ballate classiche come l’incredibile title track e un sorprendente duetto, ben orchestrato, tra Cave e una soprano in Distant Sky.


The Dear Hunter – Act V: Hymns with the Devil in Confessional

Dopo i primi quattro, arriva un quinto capitolo di quello che è diventato il lavoro principale della band di Casey Crescenzo: Act V è il penultimo album – sì, penultimo, poiché è previsto un sesto, completamente diverso dai precedenti, a conclusione della saga – che costituisce il mastodontico concept del gruppo. Una voce squillante e incisiva si fonde con limpide note di pianoforte e con arrangiamenti complessi, sospesi tra il prog e l’indie rock (il sound e l’idea di creare una storia continua per più album ricordano da vicino lo stile dei primi Genesis). Le tracce, come Gloria o The Revival, celano in un’apparente immediatezza una profondità non indifferente.

Ma in un album veramente ben fatto come questo, non potevano mancare anche pezzi più energici e ritmati, in un certo senso anche più rumorosi, come The March, con le sue note cadenzate e scandite dai colpi della batteria. Una lunga opera quella dei The Dear Hunter, che aggiunge un altra pagina alla storia finora composta con questo album dall’impeccabile esecuzione.


Mitski – Puberty 2

Un titolo eloquente, quello scelto dalla cantante americana di origini giapponesi per il suo nuovo album: si tratta di una donna ormai venticinquenne, che si è lasciata alle spalle l’adolescenza ed è arrivata alla maturità. L’affronto della delusione, della rabbia, del disorientamento proveniente dalla vita è il tema e filo conduttore di questo disco. Ma c’è molto di più: ci sono la seduzione e l’abbandono del brano d’apertura, Happy, dove Miyawaki sfodera la sua incredibile voce, calda e ovattata, in un’interpretazione vagamente retrò, sostenuta da un delicato sottofondo di ottoni. Your Best American Girl (qui sopra) invece è il pezzo che si fa portabandiera dell’intero album, riassumendo la più intima essenza della cantautrice. Un album che ci piace al primo ascolto: ha molte sfaccettature e dimostra come si possano armonizzare a regola d’arte diversi generi come il rock, il wave, dreamy, pur sempre facendo sì che sia l’emozione la vera protagonista di ciascun brano.


Frightened Rabbit – Painting of a Panic Attack

A beautiful place to come and think about terrible things” erano state le parole pronunciate dal frontman Scott Hutchison a commento del nuovo album dei suoi Frightened Rabbit. E non possiamo certamente dargli torto, dal momento che la band, dalla fredda Scozia alla calda California, ha portato tutta la sua rabbia e perfino un accenno di malinconia. Paintings of a Panic Attack è il quinto lavoro in studio del gruppo, prodotto e curato nell’arrangiamento dei pezzi da Aaron Dessner dei The National, presenta un suono pulito, chiaro e incisivo al tempo stesso: le aspettative sono altissime, la musica si eleva a qualcosa di livello superiore, di fortemente comunicativo.

Se dovessimo indicare il brano miglior di tutti, sicuramente sceglieremmo il primo, Death Dream, anche perché è questo che contiene il succo dell’intero album, ovvero una frase in cui compare – quasi a lettere di fuoco – il titolo della realizzazione: “Blood seems black against the skin of your porcelain back / A still life is the last I will see of you / A painting of a panic attack”. L’unica sostanziale differenza che possiamo riscontrare rispetto al sound dei lavori precedenti è una rabbia tutto sommato smorzata, che fa spazio a una mestizia quasi rassegnata e a una sorta di “spersonalizzazione” della stessa band, ma senza che ciò sminuisca l’altissimo livello artistico raggiunto.


Okkervil River – Away

A distanza di tre anni dal precedente The Silver Gymnasium arriva questo Away, stravolto nel sound, che abbatte tutti i punti di forza costruiti fin ora dalla band e ne pone di nuovi. A questo proposito, il brano Okkervill River R.I.P. parla chiaro: il suono della vecchia band, quello conosciuto, è morto e al suo posto ne è nato uno tutto nuovo, composto principalmente di archi, piano e chitarra acustica. Ecco nascere un album che ritorna a un folk rock puro, dalle tonalità acustiche e con un lieve accenno di rock n’ roll energico.

L’influenza di Jarvis Cocker è più che evidente in brani come The Industry o Mary on a Wave, mentre quelle di Dylan e di Springsteen si fanno sentire rispettivamente in Frontman in Heaven e Judey on a Street. Insomma, la band ha deciso di volgere lo sguardo indietro verso la grande lezione dei maestri del folk rock, ma non si è limitata a imitarla, anzi, l’ha resa propria e personalizzata al meglio.


Car Seat Headrest – Teens of Denial

Un esempio perfetto d’indie rock orchestrato in stile nineties: una generazione che ha ancora molto da dire e che rimane per larga parte ancora inesplorata. Ed è proprio questo l’intento del frontman della band, Will Toledo, che per l’occasione si è creato una sorta di alter-ego, Joe, il vero protagonista delle canzoni, di quel “romanzo di formazione” che è l’intero album. Non possiamo parlare esattamente di concept, ma piuttosto di un percorso, nel mezzo del quale il protagonista si spoglia del proprio cinismo e crea una sua identità attraverso un complesso sistema di epifanie.

Se pensiamo un attimo al verso “I’m so sick of / (Fill the Blank)” ci rendiamo conto del forte tono di denuncia della situazione giovanile, una frase che avremmo tranquillamente potuto attribuire ai Nirvana, per esempio, e che rende possibile inserire questa band anche in un panorama più ampio come quello del punk-rock, accanto a Pavement, Weezer e Killers.


The Hotelier – Goodness

Questa volta il frontman dei The Hotelier, Christian Holden, ha deciso di distaccarsi nettamente dal punk ribelle e stereotipato che prometteva di schierarsi contro il sistema: optando invece per qualcosa di meno caotico ma che possa ugualmente essere usato come strumento d’analisi e studio di una realtà anarchica, stanca della società che non si cura delle sue esigenze. Scivoliamo tra le braccia di un suono che abbandona urla e gli eccessi in stile pop-punk, ma che trova la sua più elevata libertà espressiva nel puro indie e smorza i toni. Ne deriva un album composito, che nelle sue tracce vede parti corali, accompagnamenti acustici e melodici – sebbene rimanga fuori dagli schemi. E poi c’è un tema in questo lavoro, una specie di filo conduttore: si parla dell’amore per la vita anche durante la vecchiaia; un argomento difficile, rischioso, quasi quanto la copertina scelta per la realizzazione stessa, in cui compaiono, senza veli e in un campo, alcuni adepti dell’ American Association of Retired Persons (AARP). Un album di protesta, in definitiva, che si potrebbe talvolta collocare anche nel filone emo-revival.


Cymbals Eat Guitars – Pretty Years

Un nuovo album molto meno rumoroso e più impegantivo per i Cymbals Eat Guitars: la band, che trae il suo nome da una frase pronunciata da Lou Reed per descrivere il suono dei suoi Velvet Underground, aveva fatto di questa citazione un vero e proprio manifesto, caratterizzando i suoi lavori con un suono deciso, aggressivo, dalle percussioni prevalenti su tutti gli altri strumenti. Ebbene, il quarto album del gruppo sembra invece molto più pacato nei toni, melodico e soprattutto vario. In tutto sono state realizzate 10 tracce diversissime tra loro: si passa dal free jazz all’emocore di un brano come Beam, per arrivare a pezzi dalle forti tendenze sprinteeniane o a un altro che ci sembra quasi un tributo al Dylan degli inizi, 4th of July, Philadelphia (qui sopra), con un video nel quale il cantante si esibisce mostrando una serie di cartelli come aveva fatto Bob in Subterranean Homesick Blues.


Aaron West and the Roaring Twenties – Bittersweet

Bittersweet è la degna continuazione del solo project di Dan “Soupy” Campbell, frontman di quelli che erano i The Wonder Years  e non solo: questo lavoro raccoglie l’eredità del suo predecessore, We Don’t Have Each Other (Storyline) e termina a sua volta con quello che potrebbe essere un punto di congiunzione con un prossimo full-lenght album. È un album ben studiato, che unisce melodie forti e incisive, con accompagnamenti acustici a strutture compositive preziose – per esempio il brano Goodbye Carolina Blues è interamente scritto in versi. In tal modo si crea un artificio che rende ogni pezzo in apparenza più complesso, almeno dal punto di vista della composizione, di quanto non sia in realtà. I brani, nel loro insieme, formano un vero e proprio viaggio, che però è come sospeso nel mezzo, non ha una conclusione, ma appare un eterno girovagare alla ricerca dei frammenti perduti dei nostri pensieri


The Veils – Total Depravity

Il quinto album della band neozelandese lo potremmo comparare a un quadro dark – effetto desiderato, a quanto sembra, anche dal gruppo stesso durante la scelta della copertina: gli spietati colpi della batteria, le chitarre distorte, i bassi pesanti e le tastiere che si sovrappongono ai suoni elettronici creano una cupa cornice che racchiude la voce squillante di Finn Andrews. Ma non tutte le tracce di questo lavoro sono dure ed energiche, pare infatti che un buon album, degno di questo nome, debba contenere anche qualcosa di più tranquillo, alcune classiche ballate come In the Nightfall. Detto, fatto: la band in poco tempo si è ritagliata uno spazio sulla scena rock di matrice anglosassone, tanto da attrarre non solo una larga fetta di pubblico, ma anche personalità dal mondo del cinema. Stiamo parlando di David Lynch: il famoso regista e produttore statunitense ha dimostrato molto interesse per la creatività tenebrosa e onirica dei The Veils, tanto da inserire un loro pezzo nella soundtrack della nuova stagione della sua serie Twin Peaks.


Modern Baseball – Holy Ghost

È chiara l’influenza degli Smashing Pumpkins in questo nuovo lavoro dei Modern Baseball: le tracce riprendono in pieno lo spirito emo e nell’assoluta confusione che ne è la base. Nella sua scrittura, Jake Ewald e Brendan Lukens si sono divisi i compiti e hanno composto due metà separate, ottenendo comunque uno splendido risultato in termini di capacità espressiva. “I wanna make something good, I wanna make something better” sono le parole cantate da Jake in uno dei suoi brani: ci si confronta con la realtà di tutti i giorni, si guarda alla vita con un tocco di disincanto e ci si esprime attraverso la musica. Ecco allora nascere un sound forte, scandito dai martellanti colpi della batteria e da un canto da cui traspare tutta la rabbia tenuta dentro.


Suede – Night Thoughts

Una vera e propria rinascita post-reunion per la band: i Suede sono tornati a far sentire tutto il loro inconfondibile stile con un album segnato da temi familiari, rimpianti e occasioni perdute. E par proprio che la band abbia deciso di far spazio alla malinconia. L’album successore di Bloodsports (2013) si apre con un brano dalle note cupe e solenni, vagamente gotiche, sulle quali spicca la voce acuta e tagliente di Brett Anderson. Tra le 12 tracce comprese nel disco non mancano quelle ispirate a Bowie, in cui il canto si dissolve in un lieve sussurro, in un delicato parlato. Considerando che il lavoro è stato presentato al pubblico solo nel mese di novembre, a Londra per l’esattezza, ha fin da subito riscosso il favore dei fan e critiche entusiastiche: un grande ritorno per i Suede, che ancora una volta possono godersi il loro successo.


Emma Pollock – In Search Of Harperfield

Arriva il terzo album solista dopo la sua avventura nei Delgados: Emma ha deciso di fermarsi e guardare indietro, scavare nel passato e tra i ricordi, quelli più cari, che rimangono impressi nella memoria come uno scatto fotografico –e appunto uno scatto del padre, Guy Pollock, quello che ritroviamo sulla copertina di In Search of Harperfield. I brani scaturiscono da flashback che, per mezzo delle liriche fortemente ritmate, si aprono a pensieri più universali: ed è un istante il passaggio dall’infanzia, così personale, al senso dell’esistenza!

Prodotto dal marito, Paul Savage, questo disco si colloca nel panorama del pop-rock e del folk-rock. Inoltre, rispetto ai due lavori precedenti ci troviamo di fronte a un insieme più omogeneo e meglio orchestrato, basato interamente su una dimensione personale, in cui non è possibile reperire un vero e proprio singolo. La vera protagonista dei brani è la splendida voce della Pollock, che ricorda vagamente quella di Amy Winehouse, con il suo tono soffice e delicato, che si lascia accompagnare dagli archi. Un album in continuo mutamento, composito, che passa da leggeri country-rock, a folk, pop-rock fino ad arrivare a suoni synth.


Shearwater – Jet Plane and Oxbow

Una fortissima influenza anni ’80 caratterizza questo undicesimo lavoro lungo per il gruppo capeggiato da Jonathan Meiburg: un sound sintetico che troverebbe la sua perfetta collocazione tra Talk Talk, Ultravox, Tears for Fears e anche Depeche Mode. Una realizzazione che non manca di aspirazione artistica, anzi, la band texana, forte della collaborazione con il produttore e percussionista Brian Reitzell, ha puntato a un’ampia diffusione dei suoi pezzi anche via radio. Il disco, composto da lunghi brani synth, è perfetto per i nostalgici della fine degli anni Ottanta e per gli appassionati del genere.


White Lung – Paradise

Questa volta il quartetto di Vancouver ha optato per un album più lungo e dai toni smorzati rispetto a quelli precedenti: sì, niente revival punk pieno di rabbia in Paradise, niente di quella aggressività caratteristica della musica di Mish Barber-Way. Ci sono invece ballate come Below che fanno un passo verso il mainstream e il pop. Il netto cambiamento di sonorità e di stile fa pensare al tentativo di attrarre nuovi ascoltatori, avvicinandosi a un pubblico più ampio da un lato, accontentando anche il fan più affezionati dall’altro. Un ritorno ai mitici anni ’90 allora, un lavoro che è frutto di un meticoloso e accurato processo di songwriting, volto a raggiungere un elevato livello artistico.


Hail The Sun – Culture Scars

Gli Hail The Sun sono una band post-hardcore famosa per aver sempre qualcosa per ogni gusto: anche in questo ultimo lavoro in studio non hanno deluso le aspettative, concentrandosi su una vasta produzione e sulla scrittura di testi complessi, sostenuti da accompagnamenti strumentali altrettanto artificiosi. Ma più che alla musica in sé, la band pone l’accento sul messaggio che intende trasmettere: in brani come Ministry of Truth o The People that Protecet Us sono evidenti i riferimenti alla società e ai risultati delle varie tendenze politiche. Tuttavia, non si potrebbe definire quest’album “politico”.

Il sound è deciso, dominato in massima parte dalle percussioni, anche nei pezzi in cui vi sono accenni synth. La voce di Donovan Melero è sempre riconoscibile: fresca, aguzza e tagliente dimostra il notevole sviluppo vocale del frontman.


Pinegrove – Cardinal

Un ritorno alle basi dell’indie rock: il gruppo del New Jersey ha deciso di dare inizio al suo nuovo album con un brano dallo stile beatlesiano, Old Friends (qui sopra) per dedicarsi interamente a una composizione di linee melodiche semplici, pulite ed essenziali i cui è il basso a reggere tutto l’insieme. Non manca anche una lieve tendenza al country rock. Ed è davvero questo il modo migliore per prendere le distanze da quell’indie-alt che aveva caratterizzato i primi nineties.

I temi scelti da Evan Stephens Hall e la sua band sono molto intimi questa volta: si parla di amicizia, rapporti personali e familiari.


Deerhoof – The Magic

Descrivere un album dei Deerhoof non è mai un compito semplice, soprattutto perché stiamo parlando di una band dedita alla continua sperimentazione, che i generi musicali gli ha esplorati un po’ tutti. Anche in quest’ultima realizzazione ritroviamo tutto il loro impegno nel combinare in una successione di tracce stili diversi come il rock n’ roll più classico, il funk, il power-pop e il lo-fi. La sfida consiste nel creare un perfetto mosaico di tendenze sempre nuove e sempre diverse.

Tuttavia – e questo è d’obbligo accennarlo – possiamo reperire una sorta di “volontà di normalizzazione” del loro stile: sembra che la band, celebre per la sua produzione incapace di seguire una linea precisa e costante, abbia tentato d’introdurre il suo stile alternative in un più ampio panorama pop… senza riuscirci, anzi, sottolinenando ancora una volta l’eccezionalità del suo suono.


LUH – Spiritual Songs for Lovers to Sing

Un album di debutto strepitoso per i Lost Under Heaven (abbreviato in LUH): alla voce rauca, ma seducente, di Ellery Roberts, cantante proveniente dall’ambiente dell’art-rock britannico, si aggiungono le straordinarie capacità dei Wu Lyf (gruppo heavy-pop) per la parte strumentale e della visual artist olandese Ebary Hoorn per la parte artistica. Un lavoro (prodotto da Bobby Krlic) che si basa essenzialmente su un’atmosfera post-romantica, sentimentale, resa tale da un intreccio di voci straziate, come in Beneath the Concrete o nell’opentrack I&I. Molto frequente è l’utilizzo di sintetizzatori e parti vocali manipolate in auto-tune per ottenere un effetto di elettronica commerciale unita a un post-punk più aggressivo. Infine, quasi a completamento di questa produzione, si trovano ancora brani totalmente differenti, alcuni sono ballate come Future Blues oppure altri vantano riff orientaleggianti, Here Our Moment Ends, per esempio. Insomma i LUH non potevano creare un’opera migliore, sotto tutti i punti di vista.


The Coral – Distance Inbetween

La band di Hoylake (Liverpool), dopo The Curse of Love e The Invisible Invasion, ha deciso di tornare a un suono più cupo, per certi versi perfino funebre e tendente a un’isolita unione di indie e psych-rock. La voce dalle tonalità profonde di James Skelly infonde i pezzi di una starna mestizia che a sua volta evoca alla mente immagini oscure, crepuscolari, illuminate appena da qualche freddo raggio di luce. L’unica eccezione è rappresentata dal brano Miss Fortune, in cui il sound appare lievemente più aperto anche se sempre dominato dai virtuosismi di Paul Malloy alla chitarra elettrica. Un album che segna un grande ritorno per questa band, dal momento che dopo le avventure solistiche di James e di suo fratello Ian Skelley, sembrano aver trovato una nuova armonia.

 

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