A che serve lamentarsi del fatto che escono troppi dischi?

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Se siete lettori regolari del mondo musicale e seguite i magazine specializzati italiani, vi sarà probabilmente capitato ieri di imbattervi in questo articolo pubblicato su Rockol dal titolo “Ma a che serve continuare a fare così tanti dischi?“, in cui il direttore editoriale Franco Zanetti, dall’alto della sua pluriennale esperienza nel giornalismo musicale, si lamenta del fatto che gli arrivano troppi comunicati stampa e troppi dischi da ascoltare (stimati nell’ordine di trenta a settimana). Nel suo lungo sfogo sottolinea come non esiste il tempo né lo spazio per ascoltare tutti i dischi che gli arrivano e protesta per la mancanza di filtri di qualità che dovrebbero arrivare dalle case discografiche, che presumibilmente dovrebbero permettergli di ascoltare solo i dischi “che meritano”, evitando di fargli perdere su “dischi inutili” il tempo prezioso che gli serve per “la scrittura di notizie, una trentina di telefonate al giorno, la presenza a conferenze stampa, la realizzazione e la trascrizione di interviste, e magari ogni tanto anche mangiare qualcosa e andare in bagno” (parole sue).

L’articolo è stato accolto in maniera molto tiepida e ha ricevuto diversi commenti critici su Facebook, con diversi lettori a bollare l’articolo come una pura lamentela del giornalista e qualcuno che gli consiglia anche di cambiare mestiere. Di certo è un articolo che lascia l’amaro in bocca, se si guarda il discorso da una visione un po’ più larga e si riflette sugli effetti e i sensi che gli si possono dare. Noi vi consigliamo di leggervelo, proprio per farvi un’idea di cosa infiamma il dibattito giornalistico italico di questi tempi, e poi provare a rispondere alle due domande che troverete qui di seguito.

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Fatto? Bene. Prima domanda: a chi si rivolge un articolo come questo? Perché se voi fate parte della stragrande maggioranza di lettori di riviste musicali contemporanee, siete degli appassionati di musica che amano ascoltare nuove uscite, farsi opinioni in maniera comparativa su dischi e novità e scoprire nomi nuovi. E di un giornalista che si lamenta di ricevere troppi dischi e di non avere tempo di ascoltarli vi importa quanto i problemi di Balotelli nel trovare parcheggio: meno di zero. Se invece non fate parte di questa categoria di lettori, restano due sole possibilità: o siete altri giornalisti/addetti ai lavori (in tal caso vi si conta sulla punta delle dita, e non è escluso che vi ritroviate anche d’accordo con l’articolo), oppure siete proprio i produttori di nuova musica a cui l’articolo si rivolge. In quest’ultimo caso, nella vostra testa starà rimbombando la seconda domanda, che arriva subito e richiede ragionamento a parte.

Seconda domanda: qual è il messaggio che quell’articolo vorrebbe mandare? Sta forse cercando di scoraggiare i giovani artisti contemporanei a seguire la loro ispirazione di far musica, per la semplice ragione che molto probabilmente la loro non sarà musica sufficientemente meritevole di spazio giornalistico? Beh, l’impressione in effetti è che l’articolo intenda proprio questo. E, sinceramente, è deprimente scoprire che sia questo l’atteggiamento del giornalismo di fronte all’oggetto stesso del proprio lavoro, ossia la nuova musica prodotta. Perché in realtà il problema che dovrebbe porsi il giornalismo è esattamente l’opposto, ossia come riuscire a far emergere e supportare in maniera adeguata gli artisti emergenti che meritano spazio e come riuscire a farli arrivare al pubblico che li apprezzerebbe. Che poi è il problema che qui su Aural Crave abbiamo a cuore fin dall’inizio, dedicando due intere sezioni del sito (Aural Mixes e Five of a Kind) alla presentazione di nomi italiani che hanno ancora molto meno successo di quanto in realtà meritino.

Perché vedete, la vera difficoltà dei tempi musicali moderni è proprio questa: il progresso delle tecnologie e dei supporti ha aperto la possibilità di produrre musica a molti più soggetti di un tempo, e questo crea un aumento del quantitativo di musica che gira (il che è un “problema” solo per i giornalisti, quindi sicuramente non vostro) e della difficoltà per un artista meritevole di emergere dalla soglia dello sconosciuto. È questa la vera sfida a cui il giornalismo moderno deve rispondere: offrire uno spaccato variegato che permetta anche al pubblico di scoprire i nomi nuovi, facendo del suo meglio per supportare i talenti emergenti.

Dovrebbe essere su questo, caro Zanetti, che il dibattito giornalistico contemporaneo dovrebbe infuocarsi. Su come supportare la qualità sopra cose come la popolarità del nome e la sua capacità di attirare clic. Su come evitare che il panorama giornalistico italiano si trasformi in una collezione di riviste e siti tutti uguali, che parlano tutti delle stesse cose perché ascoltarsi l’ultimo disco di Kanye West è qualcosa che giornalisticamente funziona meglio e risponde meglio alle esigenze personali del giornalista. E quindi lo si privilegia, invece di presentare uno dei tanti nuovi progetti dai nomi (ancora) sconosciuti, ma che in realtà meritano spazio anche più di quelli già coperti da tutti.

Perché, e mi rivolgo di nuovo a te caro Zanetti, io adesso potrei mettermi dei panni del lettore medio di webzine musicali italiane e dirti in maniera schietta che il tuo sfogo circa la gestione personale del tuo tempo non mi tocca minimamente. Anzi, mi indigna scoprire che tu abbia perso probabilmente mezza giornata del tuo tempo per parlarmene, invece di ascoltarti un paio dei dischi che ti sono arrivati questa settimana o presentarmi un nome che ancora non conosco. E invece preferisco parlarti da collega e dirti: no, non è questo il modo. Cerchiamo di astrarci dalle frustrazioni personali e ricordarci in ogni momento che siamo qui per offrire al pubblico un servizio importante, quello di guida e megafono per la qualità della musica. Che resta alta ancora oggi, al di là di tutti i dischi che tu definisci “inutili”, e che aspetta solo di essere scoperta e presentata nel migliore dei modi. È su questo che dobbiamo concentrarci, e solo su questo, proprio perché è dal modo in cui si risponde a questa esigenza che si misura la qualità del giornalismo attuale. Il resto sono solo chiacchiere che al pubblico non importano. Evitiamole.

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2 comments

  1. capisco il tuo discorso Carlo, e in parte anch’io sono consapevole delle ingiuste e antidemocratiche lobby che hanno solo il tempo di promuovere quello che conviene a loro, ma da artista, capisco anche “molto” il discorso di Zanetti…

    Due cose rimangono impresse nella mia mente: selezione più dura (non esiste più) e inutilità della maggior parte delle proposte artistiche, musicali, editoriali (libri), ecc.

    Se poi vogliamo parlate di libertà di espressione… si apre un capitolo immenso, complesso e delicato.

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