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The Cure, Songs Of A Lost World: viaggio nelle tenebre di un mondo che non esiste più
Sedici anni. Tanto si è fatto attendere Songs Of A Lost World, quattordicesimo disco dei Cure e il primo dal 2008, anno di uscita di 4:13 Dream. Prodotto dal leader Robert Smith e Paul Corkett, si tratta di un album annunciato a lungo, un concept di canzoni che, come una macchina del tempo, ci riporta alla prima volta che abbiamo ascoltato Pornography e Disintegration. Capolavori di una band che, dopo quasi cinquant’anni di carriera, lo scorso primo novembre è tornata con un LP che li sintetizza nel modo più spietato e spiazzante possibile.
Se quel It doesn’t matter if we all die, celebre verso di One Hundred Years, ci era sembrato il limite invalicabile della cupezza; se credevamo di essere già scesi nel punto più buio dell’abisso dopo aver ascoltato Plainsong (It’s so cold, it’s like the cold if you were dead), siamo costretti a ricrederci: è in Songs Of A Lost World, nato proprio il giorno dei morti, che dobbiamo fare i conti con la fine. Eppure, è una fine quasi accolta nella sua inesorabilità. Lo stesso Robert Smith, pur ispirato in parte da recenti lutti familiari, non sembra più soffrire di quella depressione acuta che, ai tempi di Pornography, insieme all’abuso collettivo di stupefacenti rischiò di portare il gruppo allo sfascio. Il mondo, così come lo conoscevamo, è perduto e lo sappiamo, tanto vale cantare. Nonostante lo facciamo in una realtà – anche e forse soprattutto artistica – cui non apparteniamo più; nonostante restino solo “i fantasmi di ciò che siamo stati”.
It’s all gone No hopes, no dreams, no world No, I don’t belong I don’t belong here anymore
Endsong
Sia a livello di sound che testuale, Songs Of A Lost World è un album dalle atmosfere dark e pesanti, che, nella migliore tradizione dei Cure, richiama anche Faith, pur senza negarsi qualche accenno pop qua e là; dettaglio da non trascurare quando ci si volta a guardare la discografia di questi ragazzi immaginari, che hanno, sì, reso grande l’alternative, ma anche lanciato delle hit commerciali degne di memoria. Pezzi con cui ci è voluto del tempo per fare pace, come Smith ha velatamente ammesso negli ultimi anni, per esempio durante il live al Firenze Rocks del 2019:
Adesso canteremo delle canzoni che non mi vergogno di definire pop
L’oscura epopea comincia con Alone, primo singolo e traccia di apertura. La lunga intro strumentale lascia sulle spine, con bassi profondi e sintetizzatori avvolgenti, ma subito si intuisce che non vi è spazio per la sperimentazione: i Cure fanno ciò che sanno fare da maestri e a modo loro.
Qui viene presentato il macrotema dell’opera: il tempo, portatore di solitudine e divoratore di tutto ciò che ci rendeva noi stessi. La riflessione sul cambiamento e sulle illusioni del passato è intensa, veicolata da quella voce, la voce di Smith che gli anni non hanno piegato. L’incipit, This is the end of every song that we sing, è già esplicito: un capitolo della vita si chiude definitivamente, e con esso si spegne il fuoco vitale della passione (The fire burned out to ash and the stars grown dim with tears), le speranze e l’amore cadono come uccelli dal cielo. I sogni finiscono, insieme a tutto ciò che sembrava dovesse durare per sempre:
And the birds falling out of our skies And the words falling out of our minds And here is to love, to all the love Falling out of our lives Hopes and dreams are gone The end of every song
And it all stops We were always sure that we would never changе And it all stops We were always sure that we would stay the same But it all stops And we close our eyes to sleep To dream a boy and girl Who dream the world is nothing but a dream
Solo una domanda sopravvive, ossessiva: dov’è finito questo mondo? Where did it go?
E se le connessioni umane, almeno quelle, resistessero invece al tempo che passa? In And Nothing Is Forever, l’amore si manifesta come un desiderio a cui aggrapparsi per non essere trascinati via nell’oblio:
Promise you’ll be with me in the end Say we’ll be together and that you won’t forget However far away (however far away) You will remember me in time
Avere accanto qualcuno mentre tutto crolla toglie potere all’inarrestabile flusso temporale, lo rende più sopportabile (I know, I know/That my world has grown old/But it really doesn’t matter/If you say we’ll be together/If you promise you’ll be with me in the end).
Secondo singolo pubblicato dopo Alone e già tra gli inediti portati nell’ultimo tour, A Fragile Thing arriva come un fulmine a incenerire questa debole speranza, continuando a scavare con forza tra le conseguenze del tempo che scorre. “L’amore è una cosa fragile”, che, arrivato alla sua conclusione, ha suscitato in uno dei due amanti un profondo malessere solitario:
“Every time you kiss me, I could cry”, she said Don’t tell me how you miss me, I could die tonight of a broken heart This loneliness has changed me, and we’ve been too far apart And it’s too late now for me to just forget I never thought I’d need to feel regret for all I never was But all this time alone has left me hurt and sad and lost
Il racconto, guidato dal basso di Gallup, non lascia margine a un lieto fine. Anche stavolta, il passato è irrecuperabile; non importa quanto siamo disposti a impegnarci per riviverlo e cambiarlo: ‘And there’s nothing you can do to change it back’, she said/Nothing you can do but sing, this love is a fragile thing. Quel “she said”, ripetuto in ogni strofa, rievoca nostalgicamente Plainsong e stringe ulteriormente il nodo del filo rosso che lega Songs Of A Lost World e Disintegration.
Come Smith ha dichiarato, A Fragile Thing è una canzone sull’inutilità del rimpianto che certe scelte si portano dietro e sulla “difficoltà di essere la persona che avremmo bisogno di essere”.
L’ultima anticipazione dell’album è stata Warsong. Il suono d’organo che apre la traccia cambia l’atmosfera, che comunque resta cupa:
Oh, it’s misery the way we fight For bitter ends we tear the night in two I want your death, you want my life We tell each other lies to hide the truth
La guerra è da intendersi anzitutto come privata, personale, e non solo per il testo, che parla di conflitti su campi di battaglia interiori; gli strumenti sembrano vere e proprie armi belliche, con chitarre ansiogene e batterie che esplodono. Rock sano e puro, e anche se i Cure non lo vestono con gli abiti gotici per eccellenza, il sentimento è quello. C’è una certa rassegnazione nella voce di Smith, mista a una rabbia che non si placa neanche in Drone: Nodrone.
The Cure - I Can Never Say Goodbye (6 Music Live Session)
La tensione si allenta con I Can Never Say Goodbye, la struggente dedica del frontman al fratello scomparso. Le ombre si estendono, e nella notte “crudele e traditrice”, in cui prima ci si sarebbe sentiti al sicuro, si cela “qualcosa di malvagio” pronto a prendersi la vita di una persona amata. Smith, che qui si mette a nudo, è in ginocchio, svuotato dal dolore, dall’impossibilità di dare un ultimo saluto a chi se ne va. Solo cantare può esorcizzare la sofferenza.
Shadows growing closer now There is nowhere left to hide And I can’t break this dreamless sleep However hard I try I’m down on my knees And empty inside
Something wicked this way comes From out the cruel and treacherous night Something wicked this way comes To steal away my brother’s life Something wicked this way comes I can never say goodbye I can never say goodbye
All I Ever Am è un’altra lotta coi propri tormenti, in assedio da ogni lato. I rimpianti del passato e la paura del futuro soffocano il presente:
I lose all my life like this Reflecting time and memories And all for fear of what I’ll find If I just stop and empty out my mind Of all the ghosts and all the dreams All I hold to in belief That all I ever am is somehow never quite all I am now
L’album si chiude con la già citata Endsong, lamento di oltre dieci minuti (alla faccia della musica veloce e usa e getta dei social!) in cui la voce si spezza. La prima metà della canzone è in realtà solo strumentale: se Gallup incupisce l’aria con note di basso dal sottosuolo, la chitarra di ReevesGabrels, musicista di Bowie dall’87 al 2000, la lacera. Senza giri di parole – Smith è anzi preciso e tagliente – il senso di alienazione raggiunge l’apice:
It’s all gone, it’s all gone I will lose myself in time It won’t be long It’s all gone, it’s all gone, it’s all gone
Left alone with nothing at the end of every song Left alone with nothing at the end of every song Left alone with nothing Nothing Nothing Nothing
Songs Of A Lost World sarà anche la fine di tutto, ma non dei Cure. Ci sono altri progetti in ballo, e la band, così meravigliosamente fuori dal tempo, ci conferma di essere immune all’invecchiamento.
La sua immaginazione ha tre sfoghi: la poesia, la musica e il cinema.
Incuriosito da ogni forma di comunicazione, vive indagando i segreti del linguaggio, sua materia di studio, ma sogna un mondo di poche parole.View Author posts