Torbida e passionale musica classica: gli amori di Wagner e Brahms

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Quando si parla di musica classica, molti di noi si irrigidiscono ed è un vero peccato. Diciamolo francamente… non è certo musica mainstream, da radio o adatta a essere inserita in playlist di tendenza né tantomeno è musica che si può ascoltare come sottofondo dal dentista o al supermercato. Serve l’ambiente giusto, una certa sensibilità, riflessione e capacità di ascoltare per cogliere la bellezza delle sue sfumature. Bisogna, poi, essere preparati: non tanto tecnicamente, come molti pensano, quanto piuttosto psicologicamente ed emotivamente. Assorbire l’intensità delle sue dinamiche, lontane anni luce dalla piatta “musica da intrattenimento” che normalmente ascoltiamo, non è cosa da tutti. Serve forza emotiva per reggere l’urto delle storie di vita che le note ci raccontano e che gli strumenti dell’orchestra ci urlano addosso. È come essere investiti da un temporale improvviso. Se non si ha un ombrello e se non si cerca un riparo velocemente, il rischio è di rimanere bagnati, scossi e turbati. Se preparati e equipaggiati adeguatamente, invece, anche una tempesta può essere poetica perché in essa, e solo in essa, potremmo riuscire a cogliere la potenza della natura e le sue molteplici anime.

Pensiamo erroneamente ai grandi compositori classici come dei “parrucconi” accademici, impostati, assolutamente impermeabili alle emozioni e lontani anni luce dalla nostra vita. È l’esatto opposto. Molto più dei rocker moderni o dei rapper arrabbiati di periferia, questi grandi artisti ci sono vicini con tutte le loro cicatrici di vita. Più di tanti artisti moderni hanno provato il dolore profondo e più di molte icone rock hanno davvero combattuto e messo in discussione tutto pur di realizzare i propri sogni e vivere ardenti passioni. L’hanno fatto con coraggio, senza curarsi del giudizio degli altri. E il giudizio, in certe epoche, era molto più mortificante del non ricevere i like che ci aspettiamo oggi su un nostro profilo social.

Ci sono legami, vicende personali e intrecci nella musica classica che farebbero impallidire le moderne serie tv o le migliori telenovele sudamericane. Tra queste storie ce ne sono due, in particolare, di cui voglio parlarvi. Credo sia un modo diverso e intrigante per avvicinarsi a questo genere e innamorarsene.

Partiamo da Wagner e da queste sue parole infuocate, scritte nel 1854:

“Non avendo mai goduto la vera e genuina gioia d’amore voglio innalzare al più bello dei sogni un monumento in cui dal principio alla fine questo amore sia appagato interamente. Ho in mente l’idea di un Tristano e Isotta.”

Sullo sfondo è facile intravedere il profilo di una donna che le ha accese.

Ma non è la moglie a fargli perdere la testa alla soglia dei 40 anni, bensì Mathilde Wesendonck, affascinante poetessa dilettante, moglie dell’industriale Otto che, nel 1857, lo accoglie per un anno tra le stanze e i giardini della sua casa di campagna, a Zurigo.

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Tra Wagner e Mathilde cresce un’intesa intellettuale e un’attrazione erotica. Wagner è completamente immerso in questa passione e a tale sentimento vuole dedicare un’Opera che lasci il segno. Sceglie il mito di Tristano e Isotta. Non a caso. La storia d’amore di questi personaggi entrati nel mito si incentra su una delle tematiche più antiche e affascinanti di sempre: il binomio Eros-Thanatos. L’amore tra i due giovani, nato per aver bevuto un filtro magico, diventa esaltazione dell’eros vissuto come passione senza freni, che sfugge al controllo della ragione. Le figure di Eros e Thanatos risalgono alla mitologia greca e indicano due elementi profondamente contrapposti fra loro, due tipi di pulsioni: una pulsione di vita (Eros), che implica il principio della sopravvivenza, e una pulsione di morte (Thanatos), che si manifesta, invece, in tendenze autodistruttive. Un mito che più semplicemente potremmo vedere nel binomio di cuore/corpo, sentimento romantico/carnalità o, per essere ancor più chiari, di amore/sesso.

È negli amori passionali, quelli che fanno nascere un erotismo carnale incontrollabile, che l’elemento distruttivo e dell’aggressività che tutti ci portiamo dentro, emerge prepotentemente.

A tutti sarà capitato una volta nella vita ma a dispetto di molti di noi, Wagner ha avuto il coraggio di esplorare quella sensazione fregandosene del “senso di colpa” che la società ci impone. Un senso di colpa di cui parlava anche Freud, rappresentato dalla volontà delle istituzioni di annullare l’aggressività degli individui senza lasciargliela sfogare. Un impulso represso che fa, però, parte dell’uomo: e proprio per questo, in noi, nasce il famigerato senso di colpa. Si tratta di un processo psicologico che generalmente rischia di separare conflittualmente il subconscio e il cosiddetto Super Io, ossia una specie di controllore interno (ma non per questo gestito dal soggetto) capace di creare nevrosi spiacevoli.

Wagner si immerge completamente in questa composizione sfogando tutta la sua aggressività, illumina il suo lato buio e lo mette in musica. Nelle sue note c’è cuore e passione, amore e disperazione.

“Potrei lavorare tutta la vita a questa musica. Non ho mai fatto una cosa così.”

Mentre Wagner è immerso nella composizione, i rispettivi coniugi scoprono l’intrigo amoroso leggendo lo scambio di lettere appassionate tra i due amanti.

Wagner è, così, costretto a trasferirsi a Venezia dove completerà l’Opera, riuscendo a mantenere sempre, in gran segreto, un costante flusso di lettere con la sua amata Mathilde.

Il Tristano e Isotta giunge a compimento. Ecco le parole del compositore in una lettera indirizzata proprio a Mathilde:

“Un anno fa terminai l’opera e ti portai l’ultimo atto. Tu mi hai abbracciato e mi hai detto: ora non ho più desideri. In quel momento sono nato una seconda volta.”

La grandezza di quest’Opera è nella capacità e nel genio del compositore di essere riuscito a trasferire in musica tutti i suoi stati d’animo.

All’inizio, nel Preludio, dopo poche battute c’è il celeberrimo “accordo di Tristano” (esattamente a 12 secondi nel video proposto), un accordo dissonante per quel tempo, talmente rivoluzionario a livello armonico da determinare un prima e un dopo nella storia della musica. Ma non è di tecnicismi che voglio parlarvi quanto della sostanza emotiva che tale accordo rappresenta. In lui si incontrano le linee melodiche del violoncello e dell’oboe. Non è un incontro casuale. I due strumenti rappresentano due precisi stati d’animo. C’è il motivo del dolore, rappresentato dal violoncello (i primissimi 10 secondi), e quello del desiderio d’amore, incarnato dall’oboe (dal secondo 18). Anche dalle poche note che l’oboe emette è praticamente impossibile non cogliere, anche per chi non sa nulla di musica, l’anelito di speranza che il compositore cova nel suo cuore affinché il legame contrastato e burrascoso vissuto con Mathilde, un giorno si possa risolvere con un lieto fine. Poche, dolci e malinconiche note si innalzano verso il cielo.

Wagner era famoso per inserire nelle sue opere dei lietmotiv, bravi frasi melodiche, che facessero sempre cogliere all’ascoltatore l’evoluzione della storia e l’evoluzione degli stati d’animo dei personaggi utilizzando non tanto il canto quanto proprio gli strumenti dell’orchestra che prendono parte emotivamente alle vicende narrate.

Ritroviamo questo stesso motivo del desiderio anche all’inizio del Terzo Atto (secondo 27) ma mentre nel Preludio sembra salire al cielo, improvvisamente ora appare molto piatto, come fosse incatenato.

Eppure sono sempre le stesse note.

Nel Terzo Atto, Wagner ci sta dicendo in sostanza che la speranza nutrita all’inizio, improvvisamente si trova imprigionata, come fosse rimasta invischiata in un lago di fango. Ha creduto in questo amore passionale ma in quel preciso istante si sta rendendo conto che realizzare il suo sogno d’amore potrebbe essere più difficile del previsto.

Solo alla fine dell’Opera, la musica si scioglie dalle dissonanze, dai cromatismi e da queste catene non prima di un ultimo lacerante momento di terrore, richiamato dal solito accordo di Tristano (al secondo 48) che è sempre dietro l’angolo con le sue dissonanze. Nel Finale, però, proprio la dissonanza che lo caratterizza si dissolve e risolve in un lieto fine. Qualunque sia la sorte che li attende, la loro unione si coronerà. Staranno insieme, anche se magari in un epilogo tragico proprio come successo a Tristano e Isotta.

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Un’opera immensa, capace di far dire a Friederich Nietzsche:

“Ancora oggi vado in cerca di un’ opera che abbia il fascino pericoloso, la dolce e tremenda infinitezza del Tristano e Isotta (…) La cerco in tutte le arti, e invano.”

La migliore esecuzione e registrazione, se vorrete ascoltare l’Opera completa, è sicuramente quella diretta da Wilhelm Furtwängler con la Philharmonia Orchestra e il Coro del Royal Operahouse Convent Garden.

Un altro dei legami più noti della storia della musica classica è quello tra Johannes Brahms e Clara Schumann. Clara Wieck Schumann è una pianista di grande livello che incontra ed ama, sposandolo, un altro grande compositore: Robert Schumann.

Robert è figlio di un libraio, Clara figlia di un proprietario di una fabbrica di pianoforti, nonché insegnante di questo strumento. Robert, che ha nove anni più di Clara, la conobbe proprio perché, come lei, era un allievo di Friedrich Wieck, il padre di Clara stessa. L’amore tra i due trovò il contrasto del padre di lei, poiché Robert aveva, secondo lui, uno scarso equilibrio mentale. Comunque i due si sposarono nel 1840 ed ebbero otto figli.

Brahms è invece di origini più modeste. Il padre è un musicista popolare che suona diversi strumenti, ed incoraggia molto il talento del giovane Johannes per la musica.

Nel 1853 l’incontro con Robert Schumann è fondamentale per il ventenne Johannes. Robert considera Brahms un vero genio tanto che lo indica sulla rivista da lui fondata come il musicista del futuro.

Poco dopo aver conosciuto gli Schumann, dei quali diviene intimo, Brahms assiste al rapido declino della salute di Robert. Soffre di amnesie, ha un tentativo di suicidio, e viene internato in un manicomio, assistito dalla moglie Clara e con la frequentazione assidua anche di Johannes.

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Da allora in poi nasce il misterioso legame tra Clara e Johannes.

Un amore forte mai vissuto. Brahms non si sposò mai, e Clara rimase sempre sullo sfondo della sua vita. Johannes rispettava troppo l’amico Robert e al tempo stesso Clara rispettava troppo la memoria del marito.

Ma il loro legame era forte, fortissimo, tanto che la morte di Clara avvenuta nel 1896 segnò anche Brahms che morì, guarda caso, meno di un anno dopo. Di comune accordo i due, per timore che la loro relazione infangasse la memoria di Robert, distrussero le loro lettere.

Un commentatore inglese scrive: “i moderni biografi si interrogano sulla rozza, irrilevante questione del loro eventuale rapporto sessuale, come se solo due corpi che si incontrano stabiliscano il grado dell’amore. Ogni volta che ascolto gli “Intermezzi” di Brahms, invece, io li immagino seduti in un giardino, in una fioritura tardiva di rose, e nere cascate di foglie, lasciando che sia l’orizzonte a parlare per loro, senza permetterci di spiare le loro parole d’amore”.

Ascoltate direttamente le parole di Brahms in una lettera indirizzata a Clara:

“Non ti sarebbe possibile farmi telegrafare ogni mattina un piccolo buongiorno. Ne sarei felice per tutta la giornata. Non posso sopportare più a lungo di essere senza di te… Se Dio volesse consentirmi oggi di poterti dire con la mia bocca medesima che ti amo da morire, invece di permettermi di scrivertelo! Ti amo da morire e non ti lascio in eredità che le mie lacrime. Non posso far nulla senza pensare a te, senza contemplare la tua immagine, senza rileggere le tue lettere. Che mi hai fatto? Come sento la tua mancanza! Ascolto ogni rumore, corro alla finestra, penso tutto il tempo a te. Ti prego, non mi dimenticare.”

In una lettera del maggio 1893 a Clara Schumann, Brahms scrisse dell’atmosfera poetica del primo intermezzo dell’op. 119, quello in si minore, quello che amo particolarmente:

“Sono tentato di copiare un piccolo pezzo per pianoforte per te, perché mi piacerebbe sapere se lo apprezzi. Brulica di dissonanze! Queste possono essere corrette e spiegate, ma forse non soddisferanno il tuo palato. Il piccolo pezzo è eccezionalmente malinconico e “da suonare molto lentamente”. Non è un eufemismo. Ogni battuta e ogni nota deve suonare come un ritardando, come se si volesse risucchiare la malinconia da ognuno, con desiderio e con piacere da queste stesse dissonanze! Buon Dio, spero che questa descrizione risveglierà il tuo desiderio!”

Le parole “malinconia” e “con piacere” descrivono bene l’atmosfera evocata dalle armonie di apertura. In effetti, nessuna tonalità chiara può essere percepita nelle prime tre battute. È l’intermezzo perfetto per descrivere il loro amore impossibile. Forte, indissolubile ma al tempo stesso senza certezze, senza un centro di gravità capace di permettergli di vivere la loro passione e allora ecco che rimane una profonda e dolce malinconia.

Brahms sogna un’unione che è impossibile per la differenza di età (Clara è molto più giovane di lui), per il timore di commenti malevoli, e soprattutto per il peso dell’ombra di Schumann che resterà sempre fra loro.

Brahms sublimerà le proprie pulsioni in una sorta di dipendenza sentimentale, come un figlio nei confronti di una madre troppo bella, troppo amata. Non vuole, non può prendere il posto del marito e padre che non c’è più, si comporta come uno zio scapolo, un amico di famiglia. Non passa giorno senza che Johannes e Clara non si scrivano, e al giudizio di lei sottopone tutte le sue composizioni. Non troverà mai una compagna da sposare per colpa di un legame indissolubile che insieme mortifica e appaga, dà strazio ma anche conforto. Qualcosa che oggi ci apparirebbe venato da una certa dose di ambiguità, forse di perversione.

In questo Intermezzo si percepisce tutta la disperata malinconia di chi sente di aver sprecato una vita intera ma al tempo stesso di non aver potuto scegliere altra strada per essere felice se non quella di rimanere accanto a Clara. A tratti, nella musica, però, emerge un cupo, duro risentimento. Contro di lei, che forse non è stata quella figura meravigliosa che per troppi anni lui ha idolatrato e idealizzato. Chi d’altronde non ha mai idealizzato?

Forse nella tragedia di Schumann, Clara ha le sue responsabilità, così come nei tristi destini dei figli (uno, addirittura, finirà anche lui in manicomio). Innamorata solo della sua eccelsa bravura di concertista, ha regalato al marito, all’amico e ai figli solo infelicità? Ma poi ascoltando attentamente si sente che anche questa rabbia sfuma in una sorta di rassegnata, crepuscolare accettazione. C’è una vita non vissuta tra le note e l’enigma di un sentimento forse sbagliato, certo troppo intenso per realizzarsi, troppo assoluto per non produrre dolore.

Nel video l’esecuzione, per me, più emozionante, quella di Sokolov, fantastico interprete sia di Brahms che di Schumann.

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