Léon: Il significato profondo dell’ultimo grande film di Luc Besson

Diciamocelo subito, oggi un film come Léon non vedrebbe i cinema. L’affermazione volutamente provocatoria è dovuta al fatto che dal 1994 ad oggi sembra sia passato un secolo più che quasi trent’anni, e l’involuzione di un’epoca così piena di paletti e falso perbenismo bollerebbe la storia, che ammicca solo vagamente al romanzo “Nabokoviano” Lolita come inappropriata e inadatta ad una fetta pubblico che sembra identifichi tutto come inappropriato. In realtà la vicenda è più tenera di quanto sembri, con l’eroe ambiguo ed in piena crisi esistenziale tra bene e male e la giovane ragazza che deve essere salvata. La cosa che emerge dal primo film americano del regista francese Luc Besson è una anamnesi profonda sulla psicologia del protagonista. Perché Léon, killer italiano semianalfabeta, è certamente rozzo, ma non di quella rozzezza orribilmente brutale, nonostante il mestiere che fa per vivere.

Il suo amore per il cinema, e la conseguente commozione dinanzi ai balli di Gene Kelly in È sempre bel tempo ne delinea un animo fondamentalmente gentile, ed anche il vestiario scelto dal regista ricorda molto più uno scappato di casa dei film “Salvatoresiani” (in pieno stile anni 90’) che un sanguinario omicida senza coscienza. La malinconia pervade il protagonista, affiancato dall’esordiente Natalie Portman, anch’essa problematica e con una espressività emotiva già matura, tanto da consacrarsi come uno degli esordi cinematografici più sorprendenti di sempre. Tutto ciò le aprirà le porte di Hollywood da subito con i lavori che seguiranno e spazieranno da registi del calibro di Michael Mann, Ted Demme, Woody Allen, Tim Burton e George Lucas. La giovanissime attrice, all’epoca poco più che tredicenne, si cuce addosso questa storia in una maniera così genuina da sembrare molto più matura, ricordandoci pienamente che l’applicazione è importante, ma il talento è qualcosa di spontaneo e indecifrabile.

Il mondo costruito da Besson in questa New York che ricorda molto anche i videogiochi e i fumetti dell’epoca, due su tutti la saga giapponese da “cabinato” Metal Slug e i disegni dell’artista della città della pellicola Roy Lichtenstein. Uno dei personaggi più evocativi al pari del duo protagonista Jean Reno/Natalie Portman è un Gary Oldman più cattivo e psicotico che mai, esempio vivente del trasformismo attoriale e doppiato in Italia da una figura altrettanto evocativa come Tonino Accolla. L’esercizio di stile donataci dal cineasta francese, con una storia complessa ed affascinante, fa da eco ai classici film “sparatutto” d’Oltreoceano superandoli, con dialoghi all’altezza e talmente surreali da funzionare perfettamente. Proprio per questo il film non è facilmente catalogabile in un genere definito, abbattendo le pareti del convenzionale.

C’è certamente una analisi sul regista, che dopo l’incredibile successo di Nikita del 1990, che raccolse molti premi e candidature in tutto l’Occidente, si riconferma con un’opera che rappresenterà sino ad ora l’apice creativa del visionario parigino. In seguito proprio a questo magnifico duo di opere su pellicola, Besson si dedicherà a creare certamente pellicole interessanti, ma in modo decisamente meno di nicchia e che strizzano l’occhio più alle grandi produzione yankee dove il guadagno conta a volte più dei contenuti. Ne è l’esempio perfetto già il successivo film del 1997 Il quinto elemento, prodotto sì in Francia, dopo l’enorme credito creatosi nei suoi confronti dal cinema francese, che fu un grande successo di pubblico ma un mezzo flop per la critica.

L’ultimo capolavoro “Bessoniano” più che un action thriller è un dramma sentimentale, che scomoda la mitologia greca poi ripresa da Freud negli scritti di fine anni 20’ del Novecento con il libro Il disagio della civiltà. I concetti di Eros e Thanatos riducono l’esistenza fondamentalmente a due tipi di pulsione umana e riguardano la creazione pacifica, ma anche il sentimento di autodistruzione. Amore e Morte in sostanza, esattamente come le linee su cui scorre la pellicola, l’incontro di due destini che si uniscono stretti in un istante solo, come cantava qualche decennio fa Federico Zampaglione, dando sfogo a sentimenti veri che vivono su un saliscendi continuo per tutta l’ora e quaranta dell’opera, facendoci sentire una profonda nostalgia per questo tipo di cinema conclusosi come l’ultimo grande decennio del Novecento nella speranza che Besson ritorni all’estasi della gioventù sfornando un altro grande capolavoro.