Tha Supreme: la neolingua Trap come chiave di introspezione giovanile

L’inconscio è strutturato come un linguaggio” recita un celebre aforisma di Jacques Lacan. Quali pensieri usiamo per evitare di confrontarci con qualcosa di sconosciuto, di fastidioso, qualcosa di inopportuno per i nostri canoni?

Qual è il nostro giudizio sulla musica “Trap”? Quanto siamo disposti a metterlo in discussione?

Più lontani sono gli anni della crescita e scoperta, quelli in cui ogni novità va ad incidere e decidere un pezzo di personalità, e meno siamo disposti a metterci in discussione. Più distante è quel fertile marasma neuronale, più rischiamo di perderci nel passato, di restare ancorati alla nostra storia personale.

Ha ragione l’amico Carlo Andrea: ogni generazione ha i propri Ian Curtis.

E di sicuro Davide Mattei classe 2001, noto come tha Supreme, rischia suo malgrado di diventare un nuovo maestro di introspezione: a dispetto della reputazione del genere e della superficialità con la quale lo approcciamo. E credo meriti una sgrossatura, un tentativo di lettura più rispettoso e attento.

La sua biografia è reperibile ovunque e il suo nome sulla bocca di tutti. In pochissimi anni ha bruciato le tappe e dal fenomeno youtube di 6itch è velocemente diventato produttore di riferimento della scena rap/trap/hip hop e alla fine vera e propria (pop?) Star, alla Kanye West come altri hanno scritto.

Il suo primo lavoro solista 23 6451 ha tutti gli ingredienti per decodificare un “game changer” che sta portando la Trap e l’Hip Pop italiani al livello successivo.

Neolinguaggio.

Swisho un blunt a Swishland, bling blaow, come i Beatles
Blessin’ tic tac, le prendo dal mattino
Già dal mattino, yah, tanto già non dormivo
La tua tipa mi fa, “Vorrei cambiare tipo”
Swisho un blunt a Swishland, ciao, ciao, fratellino
Ex fanno tip-tap sulle frasi del tipo
“Bla-bla, bla-bla, bla-bla”, nemmeno ascolto, sto zitto
Non mi definisco finto, mi faccio un favore

blun7 a swishland

Personali e peculiari le sue costruzioni linguistiche: girandole di fonosimbolismi, “troncamenti” estremi che viaggiano di pari passo con l’introduzione di freschissimi forestierismi tecnologici, a richiamo di criptovalute cerebrali inconsapevolmente assorbite e che Davide Mattei vuole portare alla luce.

‘Vengo dal cielo, sì, faccio kaboom, yah
Tu che fai “puff”, yah
Gua- che il talento non si compra col Prime
Tu ci speri ancora

M8nstar

Tha Supreme vuole nobilitare la sua Trap con la tradizione Hip Hop, evocando Dr.Dree e un certo citazionismo di maniera. Operazione godibile grazie ad un immaginario psichedelico e roots (reggae) perfettamente costruito sull’icona del “rapper cartone con la felpa viola“, quasi un omaggio a Snoop Dogg. Mappando sentieri di modernità fruibili e decifrabili anche da lettori meno addentro al genere, o al di fuori dagli schemi adolescenziali.

Il cantato/rapping è espressione del suo linguaggio innovativo e perfettamente funzionale alla resa sonora, ritmica. La scrittura è espressionismo piegato al beat, in perfetta scuola, certo, ma l’uso delle storpiature funzionali è sfacciato, privo sia di timori reverenziali, sia di ostentata ribellione: e questo credo sia un suo enorme punto di forza.

Non sarò te mai, yeah-eh, se sto qui, un motivo ci sta
Se parto coi “perché”, mi gira solo la testa
Mamma mia, che stress se pe’ un mex mi fai l’att-attack
Non sarò te mai, yeah-eh, eh-eh, eh-eh, eh-eh
Eh, eh-eh, eh-eh, eh-eh
Eh-eh, eh-eh, eh-eh, eh-eh
Mamma mia, che stress, se pe’ un mex mi fai l’att-attack
Non sarò te mai, yeah-eh, eh-eh, eh-eh, eh-eh

“x 1 mex” (Bloody Vinyl 3 – Arista/Sony)

Introspezione.

Tha Supreme non urla mai, ma ci attira suadente nei suoi labirinti: ideale percorso per portarci dentro alla psiche. Il suo obiettivo, il naturale approdo della sua narrativa è l’introspezione.

“E no, non torno coi miei, l’ansia mi divorava
No, non gli importa chi sei, non sa come ti chiami, hola
Sono una moonstar”

Moonstar, appunto: da Star lunare a mostro, l’ambiguità del senso e il gusto per le analogie pervade il suo lavoro. E’ lo Scary Monster di Bowie che torna a tormentare gli artisti. Ci bombarda di codici e trappole linguistiche, veloci e subliminali, la cui opera di decriptazione ci costringe ad un lavoro auto-analitico.

In lui non c’è il timore di svelare la fragilità, di mostrare nudità, successo e dipendenze, umanità: “Ma se vai su YouTube, quello parla di me, che se parlo di ansia e blunt, non vuol dire sto male…”.

Giorni in cui vorrei stare solo in casa a fare: “Bla bla”
O mettere una giacca e fare fuoco in strada
Ehi, angelo o diavolo, sono due in uno, cara
Pensa bene prima di dirmi che sono troppo stro-
Fuoco con acqua, questo sono
Forse nessuno sa cos’ho
Amici e cari fanno: “Boh”
E sparirò sono una stella luna, ok
Non sto più con bitches, alright
Io che no, non sapevo di stare in mezzo a dei guai
Più che poco nemmeno, quel poco da me otterrai
No, non preoccuparti se un giorno, sparirò sono una moonstar, ehi
(Moonstar, ehi, moonstar, ehi)

M8nstar

Moderno e classico: quasi un’eccezione.

Toccato il discorso sul linguaggio e sulle leve emotive che manovra, passiamo alla parte più sorprendente.

La maturità musicale. Ovvero, oserei dire, la tendenza ad essere “tradizionale” all’interno di una personale e dinamica cosmologia sonora.

Brevissima è la distanza tra il download dei suoi privatissimi (interessantissimi) beat su youtube a quel Perdonami di Salmo che è stato suo trampolino di lancio. Eppure non sembrerebbe lo stesso artista.

I primi sono sfoghi adolescenziali di una mente logicamente impetuosa, intriganti dichiarazioni di intenti. Perdonami sembra invece cucito da una vecchia volpe del banco suoni, da un fine conoscitore dell’antropologia musicale appena uscito dal mixaggio dell’ultimo di Paul Simon: ed è questa probabilmente la sua cifra, confermata lungo tutta la sua attività. Dalla Machete Crew ai mixtape Bloody Vinyl 3 punta della produzione Arista/Sony coordinata in modo esemplare da DJ Slait.

La sua arte è il saper creare una alta fusione del riuso e del riciclo attivo di suoni tradizionali con modernismi frenetici ed eleganti, indubbiamente in linea con quanto di più attuale sulle scene. Ora un loop di chitarra acustica (Alaska in Bloody Vinyl 3) o i legni di uno xilofono, ora un drilling pesantissimo, raffinato e ossessivo; magari in contemporanea.

Retrogusto Pop mai sdolcinato, tradizione Hip Hop fissa in mente, vena Trap raffinata: testa sulle nuvole, piedi per strada e riflettore sull’anima.

Troppa intensità per un millennial. Troppa per abbandonarla così, a causa di un giudizio affrettato, di una rigidità che è solo la maschera dei nostri limiti.

Dedicato a Gianmaria, che da Feltrinelli mi ha comprato proprio quel disco: ne sai!

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