Da Simone Biles a Daniele Mencarelli: il coraggio di essere fragili

Alle Olimpiadi 2021 abbiamo assistito all’annuncio del ritiro dell’atleta Simone Biles. Durante i giochi, quando tutti gli occhi e le aspettative erano puntati su di lei, la campionessa ha annunciato la decisione di ritirarsi. Avrebbe potuto non dare troppe spiegazioni sulla motivazione che l’ha spinta a prendere una decisione così importante ma ha scelto di farlo, spiegando il suo bisogno di una pausa per prendersi cura della sua salute mentale. Una dichiarazione sincera che punta i riflettori su un argomento di cui si sente parlare più che in passato ma che viene considerato ancora da molti come qualcosa di poco conto: la fragilità mentale. Anche in questo caso, infatti, nonostante siano stati molti i messaggi di sostegno, solidarietà e rispetto, non sono mancate le critiche aspre e decise e i tentativi di sminuire quello che l’aveva spinta a prendere una decisione così importante e sofferta.

È stato inevitabile per me ripensare a quando, durante la mia adolescenza, ho iniziato a scontrarmi con la mia mente e a come mi sia resa conto molto presto di quanto fosse difficile esprimere il disagio che provavo e far si che venisse ascoltato e considerato come reale e non come una scusa o una mia debolezza.

Perché ancora oggi una parte così importante di noi viene considerata come la parte che merita meno ascolto e considerazione? 

Perché se ci mostriamo fragili veniamo immediatamente considerati deboli?

Passiamo la vita cercando di essere sempre impeccabili, forti e sicuri di noi stessi, come se da questo dipendesse il nostro valore e la considerazione che gli altri hanno di noi. Abbiamo impressa un’idea precisa di cosa sia la forza e di cosa non lo sia, stabilendo così anche cosa è giusto provare e cosa non lo è.  Credo che il sentirci fragili sia inammissibile semplicemente perché ci porta a scontarci con l’idea che abbiamo di quello che vogliamo a tutti i costi essere o, peggio ancora, di quello che pensiamo sia giusto essere.

In questo modo, se sommiamo quello che pretendiamo costantemente da noi stessi e la paura di essere giudicati per quello che sentiamo, ci ritroviamo a costruire vite apparentemente perfette, basate, però, su una versione di noi che non esiste, o meglio su una versione che per esistere deve ridurre una parte di noi ad un ammasso di dolore inespresso. 

Cosa accade se in un momento della nostra vita non riusciamo a soddisfare i criteri che ci siamo imposti o che ci hanno imposto?

Qualche tempo fa, in un momento particolare della mia vita, una persona cara mi ha regalato un libro, a cui ho pensato molto in questi giorni: La casa degli sguardi di Daniele Mencarelli. 

Daniele racconta la sua storia in modo diretto, doloroso ed estremamente sincero. Da voce a pensieri ed emozioni ancora troppo nascosti e negati e ad un mondo, quello della nostra mente, che merita ascolto e considerazione, ma con cui facciamo ancora fatica ad entrare in contatto. E’ il racconto senza filtri di una caduta vertiginosa e un percorso di profondo cambiamento e guarigione. Possiamo quasi toccare le sue emozioni e il suo dolore in ogni singola pagina, le parole sono poesia per raccontare nel modo più sincero possibile l’animo umano. Attraverso la sua storia sono riuscita ad entrare in contatto anche con la mia e a legittimare ed accettare la parte più fragile di me. 

Onestamente è difficile descrivere in poche parole tutto quello che questo libro rappresenta ma posso iniziare con il cercare di spiegarvi chi è Daniele. 

È un ragazzo apparentemente come tanti altri, quello che verrebbe definito un ragazzo normale, con una famiglia tranquilla alle spalle, che abita alle porte di Roma. È un poeta che ha abbandonato la scrittura, afflitto da un profondo disagio interiore che lo porta a chiudersi in un mondo di silenzi e a crollare a capofitto.

Una malattia invisibile all’altezza del cervello, o del cuore, o di tutto il sangue che gli circola nel corpo.

È in continua lotta con la sua mente, con i suoi pensieri, con le sue emozioni che sembrano avere il totale controllo su di lui e andare per la loro folle strada. Vorrebbe guardare il mondo con occhi diversi, o con cuore diverso, vorrebbe solo sentirsi leggero e dimenticare gli attimi che lo fanno soffrire e che invece ricorda in ogni singolo doloroso dettaglio e che lo distruggono un passo alla volta. E’ un’anima sensibile che, però, non riesce ad accettare la sua sensibilità.

Un concetto in cui rispecchiarsi è doloroso.

Si parli, semmai di fragilità, di esseri nati con la pelle più sottile, un bassissimo numero di anticorpi a ogni bene e male del mondo, dal dolore alla tenerezza, malinconia e amore compresi. Persone che le inchiodi con poco, basta un fiore per bucargli la pelle.

La vita di Daniele è una costante discesa verso il basso che sembra non raggiungere mai il suo fondo. Arriva a chiedere aiuto quasi perché non ha altra scelta e senza vergogna, perché come dice lui stesso: “se si chiede aiuto lo si deve fare per bene, il pudore non me lo posso permettere”. 

La risalita inizia proprio dalla consapevolezza di aver bisogno d’aiuto e prende corpo in un’occasione, l’ultima, per sopravvivere: la possibilità di un lavoro nell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Un luogo dove la sofferenza non riguarda le persone adulte ma i bambini e per questo è ancora più difficile da accettare e da comprendere per un’anima come la sua, terrorizzata dal dolore. Decide, però, di iniziare, in qualche modo, da qualche parte, e di aggrapparsi al filo sottilissimo che lo tiene ancora attaccato alla vita.

La risalita è un percorso e certamente non si tratta di una strada tutta in piano. Potrei definirlo qualcosa di più simile ad una lotta continua, estenuante e Daniele lotta, per tutto il libro, contro sé stesso, contro il senso di colpa, contro la consapevolezza di non essere capito e il dolore e il senso di solitudine che ne conseguono, contro la sofferenza che provoca alla sua famiglia e la paura di una totale perdita di controllo dietro ogni suo passo o pensiero. 

La storia di Daniele potrebbe essere tranquillamente la mia o quella del mio vicino di casa, di una mia amica, della ragazza che incontro sempre al parco o la tua che stai leggendo questo articolo. Questo semplicemente perché non scegliamo le nostre emozioni anche se vorremmo poterlo fare. Non scegliamo di crollare in un momento di stress o di sentirci insicuri o spaventati. Non scegliamo di sentirci sopraffatti dalla rabbia o dalla paura, di sentirci in bilico o di crollare a capofitto.  Nessuno di noi è al riparo dal lato oscuro della nostra mente o da un momento di fragilità e non perché siamo deboli, semplicemente perché siamo umani.

È proprio da questa consapevolezza che dobbiamo partire per iniziare a guardare noi stessi e gli altri in modo finalmente più libero. La storia di Daniele ci apre la porta all’ascolto di ogni singola parte di noi, anche la più buia, e a capire che è proprio nei momenti di estrema fragilità che riusciamo a scoprire e a sentire la nostra forza e da cui può nascere il nostro cambiamento.

Leggere questo libro è un po’ come concedersi la totale libertà di sentirci fragili e persi, semplicemente in quanto esseri umani, per poi riuscire a comprendere che quello che siamo è una benedizione e poter rinascere.  

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