Tutta la luce che non vedremo

Sono ormai finiti da un pezzo i tempi in cui la giuria dei premi cinematografici più patinati e blasonati al mondo poteva essere tacciata di conservatorismo e deleterio patriottismo. Se un tempo a spadroneggiare sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles erano tipicamente film bellici ad alto contenuto eroico, pellicole impregnate di ideali naive sul sogno americano o opere rivoluzionare dal punto di vista delle tecniche e degli effetti speciali, oggi ci troviamo di fronte a un panorama ben diverso.

Politica e arte costituiscono forse la dicotomia più controversa che la storia ci abbia consegnato. In potenza, l’arte dovrebbe essere espressione della più alta forma di libertà dell’uomo; in atto – che, come Aristotele teorizzò nel IV sec. a.C, detiene il primato sulla potenza – essa è stata legata alla politica da un rapporto di attrazione-repulsione che ha attraversato i secoli della storia occidentale ed è stato in grado di produrre alcuni dei più grandi capolavori esistenti, dall’ambito letterario a quello musicale, a quello pittorico e scultoreo propriamente detti.

La settima arte, la sorella bastarda delle Muse, non si sottrae ovviamente a questo meccanismo. Fin dai suoi albori il cinema, collegato inevitabilmente a scuole di pensiero spesso nate in Europa e poi trapiantate nella società americana, è stato usato come strumento di propaganda se non propriamente di lotta politica, espressione della cultura dominante attraverso le sue istituzioni maggiori e di quella che potremmo chiamare “controcultura” (assumendo qui il termine con un significato generico, senza rifarsi al movimento degli anni ’60-’70) attraverso i suoi istituti indipendenti. Basti pensare, ad esempio, al panorama cinematografico degli anni ’50, quello della Guerra Fredda, del maccartismo e al contempo del cinema (noir) che rappresentava grottescamente quella stessa società. O alla Scuola di Birmingham, che negli anni Sessanta reinterpretava il concetto di propaganda mediatica adottando strumenti concettuali marxisti e categorie analitiche della semiotica strutturale, mentre al contempo al cinema uscivano titoli come la Trilogia del Dollaro (1964-1966) e Colazione da Tiffany (1961), capolavori che potrebbero essere assunti come emblemi di rappresentazioni che oggi verrebbero senz’altro ritenute non solo retrograde e superate, ma maschiliste e razziste (prevedibile, in questo senso, che già negli anni ’90 la figura di Mr. Yunioshi, interpretato da Mickey Rooney, sia stata al centro di polemiche per la pratica della yellow face).

Ma, dopo questa doverosa introduzione, arriviamo all’argomento centrale della riflessione: il ruolo della politica nell’assegnazione dei premi cinematografici (ma si potrebbe fare lo stesso discorso per i premi letterari) e, nello specifico, le nuove regole che entreranno in vigore dal 2024 per quanto riguarda l’assegnazione del Premio Oscar al Miglior Film. Regole votate all’inclusione e alla volontà di permettere anche agli esponenti di qualsivoglia minoranza di far sentire la propria voce. E alla domanda se tutto ciò sia giusto si aggiungerà quella, ancora più retorica, se tutto ciò sia necessario.

Qui rimando all’elenco completo delle norme, apparso sul sito ufficiale degli Academy Awards: https://www.oscars.org/news/academy-establishes-representation-and-inclusion-standards-oscarsr-eligibility

Come si legge, vengono individuati soggetti (sia all’interno del cast che della crew realizzativa) e tematiche obbligatorie affinché un film possa essere inserito nella lista dei candidati a Miglior Film: particolare rilievo vorrei dare alle prime tre norme, denominate A1, A2 e A3. Esse coinvolgono, in ordine: i protagonisti della pellicola x, i comprimari della pellicola x, la trama della pellicola x. Ebbene, tra i protagonisti dovrà esserci almeno un personaggio di etnia (sinteticamente) non caucasica. Tra i comprimari, almeno il 30% dovrà essere di etnia non caucasica. Per quanto riguarda la trama, essa dovrà avere come argomento portante: femminismo, tematiche etniche/razziali, tematiche LGBTQ+, persone con disabilità fisiche o mentali.

L’Academy specifica che, per essere conforme alle norme di rating A, il film dovrà tassativamente rispettare almeno uno dei tre criteri. Per esprimere il concetto con termini logici: A1 v  A2 v A3 (disgiunzione inclusiva).

Facciamo ora un piccolo passo indietro e andiamo a rivedere quali sono i film che hanno trionfato nella più importante categoria degli oscar dal 2017 ad oggi, per poi soffermarci nello specifico sull’edizione tenutasi quest’anno.

  • 2017: Moonlight (Barry Jenkins), film di formazione con un cast quasi integralmente di colore con un protagonista omosessuale;
  • 2018: La forma dell’acqua (Guillermo del Toro), film che narra l’amore impossibile tra un donna delle pulizie e un mostro marino nel contesto dell’America bigotta e anti-comunista degli anni Cinquanta;
  • 2019: Green Book (Peter Farrelly), film sull’amicizia tra un autista bianco e un musicista di colore nell’America razzista degli anni Sessanta;
  • 2020: Parasite (Bong Joon-ho), film coreano (primo film non americano nella storia a vincere il premio più importante) con un cast interamente coreano;
  • 2021: Nomadland (Chlóe Zaho), film diretto da una regista cinese che tratta della vita on the road dei nuovi “nomadi” americani.

Anche solo leggendo questa rassegna sorge spontanea la domanda se ci sia realmente il bisogno di regole che rendano ancora più inclusivo il cinema hollywoodiano. Una spinta importante in questo senso è stata data, probabilmente, dalle polemiche scatenatesi attorno all’assegnazione dei premi attoriali all’edizione degli Oscar 2016, dove nel novero di attori candidati non vi era nessun interprete di colore. Un enorme polverone si sollevò su quell’edizione, aizzato dall’hashtag #OscarSoWhite, tanto da far passare il secondo piano il fatto che a vincere il premio per il Miglior Film fosse stato Il caso Spotlight, incentrato sull’inchiesta del Boston Globe che nel 2002 portò alla luce gli episodi di pedofilia all’interno della diocesi di Boston, un argomento sicuramente considerabile come “sensibile”.  Nessuno fu sfiorato dalla timida idea che, forse, dietro le scelte della giuria non ci fossero pregiudizi razziali ma meri criteri (anche discutibili) di merito. In ogni caso, la risposta dell’Academy fu immediata: nessuno si stupì quando, nell’edizione successiva, a trionfare fu il sopracitato Moonlight, mentre due attori su quattro a vincere il premio per la miglior performance furono di colore (la grandissima Viola Davis e Mahershala Ali, che sarebbe stato premiato anche l’anno successivo per Green Book). A nulla valse il debole tentativo di lanciare, per contraltare, l’hashtag #OscarSoBlack, immediatamente bollato come razzista e inutilmente polemico.

Arriviamo dunque all’edizione di quest’anno, un’edizione così sottotono dal punto di vista della qualità e varietà dei film candidati che persino alcune testate si sono rassegnate a riconoscere i limiti di un’industria che, ormai lontana dall’originario intento di intrattenere e stupire, si è trasformata in un palcoscenico per mostrare al mondo la propria bontà d’animo e coscienza delle problematiche, nonché per istruire l’incolto pubblico – quando in realtà, nell’ottica sempre più autoreferenziale di Hollywood, la maggior parte del pubblico sarà composto da intellettuali benestanti di sinistra – a quelli che sono i “veri valori”.

Ecco dunque i candidati a Miglior Film della 93a edizione degli Academy Awards:

  • Nomadland (vincitore del premio)
  • The Father (Florian Zeller)
  • Una donna promettente (Esmerald Fennell)
  • Judas and the Black Messiah (Shaka King)
  • Mank (David Fincher)
  • Minari (Lee Isaac Chung)
  • Il processo ai Chicago 7 (Aaron Sorkin)
  • Sound of Metal (Darius Marder)

Tra questi, anche senza che le nuove norme siano entrate in vigore, quattro rispondono già senza problemi ai criteri A1 (Judas and the Black Messiah, Minari) e A3 (Una donna promettente, Sound of Metal). Riassumendo (ed escludendo Nomadland, di cui abbiamo già parlato), abbiamo: un film su una storia familiare diretto da un regista coreano e con tutti i personaggi coreani, un film su una donna che si vendica delle persone che avevano stuprato una sua amica o insabbiato la faccenda, un film sull’assassinio del leader del movimento rivoluzionario e militante delle Black Panthers, un film sul processo farsa ai danni di attivisti di sinistra negli anni settanta e un film su un musicista metal che perde progressivamente l’udito.

Restano fuori dai ranghi solamente The Father con Anthony Hopkins e Mank di David Fincher.

E poi c’è chi si lamenta se qualcuno osa osservare che questi Oscar sono “politicamente corretti”.

Ecco. Un termine, una locuzione che è diventata tabù. Basta pronunciarla per essere tacciati di essere un “maschio bianco benestante razzista e omofobo”. Un termine che era nato per designare proprio la tendenza diffusasi prima nelle università e negli ambienti delle élites liberal-progressiste, per poi essere immediatamente accolta a braccia aperte da Hollywood, a non offendere nessuno includendo tutti. E con “nessuno” si intende proprio “nessuno” e con “tutti” si intende proprio “tutti”.

Ogni opinione diversa va a convergere nella sopracitata figura, assunta quasi a totem, di “maschio bianco benestante razzista e omofobo” e spinta giù, nel calderone confuso in cui la sinistra ricaccia ogni pensiero – critico o pregiudiziale, indipendente o indotto, ragionevole o rabbioso – che rischia di minare la perfezione del pensiero unico, quella superficie liscia e brillante come oro fuso che non tollera increspatura.

In molti si sono affrettati a far rientrare la (debole o inesistente) polemica sollevatasi intorno alla questione, precisando che, coinvolgendo perlopiù le nuove regole la crew di realizzazione dei film, l’elevata presenza di elementi appartenenti alle minoranze citate negli “addetti ai lavori” della maggior parte delle pellicole non modificherà di fatto la facies dei film che vedremo candidati dal 2024 in avanti.

Eppure, nonostante le nuove regole non facciano altro che mettere per iscritto qualcosa che è già in atto, il loro valore simbolico rimane altissimo e inquietante. Perché prendere atto di una tendenza è un conto, vedere quella tendenza venire “istituzionalizzata” e mettere a margine ogni altra soluzione è un altro.

A voler essere provocatori, film strepitosi come Birdman, Non è un paese per vecchi, The Departed, Il Gladiatore, lo stesso Il Ritorno del Re, non avrebbero portato a casa la statuetta per il Miglior Film se fossero usciti in uno degli ultimi anni (e ringraziamo il cielo che non sia andata così).

Ma chi saranno i veri sconfitti in tutto questo? Gli spettatori, in primo luogo, o – almeno – quelli che ancora inseguono l’ideale di un cinema autentico, libero dalle catene di una politica sempre più invasiva, un cinema che possa seguire liberamente le inclinazioni, le passioni, le idee in merito alle tecniche e ai contenuti di chi li realizza.  E poi quegli stessi film, se ancora ne esistono – e ne esistono – che si vedranno sottrarre la possibilità di venire premiati e di sfruttare dunque quello straordinario trampolino di lancio che sono gli Oscar per registi, attori, produttori. Mosse come questa non incoraggiano certo i registi a impegnarsi in film controcorrente, film che, qualora venissero effettivamente realizzati, riceverebbero a priori meno attenzione di quella che potrebbero meritare.

E le scelte dell’Academy non sono che la punta dell’iceberg che è il gigantesco meccanismo del politicamente corretto – sì, possiamo dirlo? – del cinema americano.

Inutile precisare che in questa sede non si intenda mettere in dubbio la qualità generale dei film sopracitati, né entrare nel merito se essi meritassero o meno la statuetta, così come gli attori e i registi premiati. L’intento è piuttosto mettere quella piccola pulce nell’orecchio che ci sussurri “non c’è forse – già da tempo – un intento politico dietro tutto ciò?” Non che ci sia nulla di male nel cinema politicamente impegnato. Ma compito delle voci dissidenti sarebbe quello di andare contro una cultura nominante, qualunque essa sia, non farsene vanagloriosi portavoce.

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