Oscar 2021: riflessioni su una cerimonia dai toni minori e dal grande significato

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«Quelli candidati non sono brutti film, ma ci mostrano le macerie del nostro mondo. Il cinema l’ha sempre fatto, mostrandoci però anche il futuro», ha commentato Gianni Canova durante la diretta italiana degli Academy Awards 2021.

Al di là del giudizio critico sui candidati, degli Oscar di quest’anno, in effetti, si può sicuramente affermare che la grandiosità è venuta meno. Nei luoghi e negli spazi della cerimonia, in primis, che si è svolta in forma intima e in modalità diffusa. Nella rosa dei film candidati, complice le condizioni produttive e distributive attuali che hanno limitato la presenza di quei kolossal d’ampio respiro che sempre hanno caratterizzato la premiazione. Infine, la grandiosità sembra essere venuta meno come esigenza narrativa: il cinema è epos, diceva Sergio Leone, ma l’ultimo anno, segnato dalla pandemia, sembra aver premiato il raccoglimento, l’intimità, le piccole storie.

Il cinema del 2021, ci sembrano dire questi Oscar, ha rinunciato a fare da campo di battaglia fra produzioni tradizionali e Netflix e preferisce guardarsi dentro: è quanto esemplificato dall’opera più cinefila in gara, quel Mank di David Fincher che è allo stesso tempo omaggio, critica e mistificazione circa i meccanismi della Settima Arte. Se il mezzo televisivo seriale sembra oggi più adatto a raccontare in pompa magna miti ed epopee, il cinema come formato film può puntare al gioiello cesellato. Soprattutto, in uno degli anni più cupi della Storia recente dell’uomo, lo show deve proseguire ma non può più farsi carico di sostituire la realtà: lo spazio sottratto, durante la cerimonia del 25 aprile, a intermezzi comici e musicali è stato piuttosto affidato a discorsi di ringraziamento più lunghi ed emotivi e a frequenti accenni all’attualità, condotti con una sobrietà inedita per la retorica degli Oscar.

Una cerimonia per l’era Biden

Woody Allen diceva che il cinema si ispira alla vita, e la vita alla televisione. Gli Oscar invece si ispirano al termometro politico statunitense. L’America ha vissuto, da un anno a questa parte, alcuni dei mesi più roventi della sua storia elettorale: l’assassinio di George Floyd e Black Lives Matter, il tramonto catastrofico di Donald Trump e i suoi colpi di coda dal carattere eversivo, infine l’ascesa di Joe Biden che, se da un lato ha dato ossigeno alla fiducia costituzionale statunitense, dall’altro ha scontentato sia i progressisti più vicini a Bernie Sanders, sia quel vasto e complesso terreno che di Trump aveva decretato quattro anni prima la vittoria.

Gli Stati Uniti sono chiamati come mai a fare i conti con se stessi e l’aderenza a temi sociali e storici dei film in gara sembra sottolinearlo. Numerosi durante la cerimonia sono stati i riferimenti all’emergenza delle morti per armi da fuoco, tema che lo stesso Biden si è detto risoluto ad affrontare nelle scorse settimane. Il forte carattere rappresentativo di questa edizione degli Oscar ha inoltre contribuito a richiamare a più riprese la questione afroamericana.

Tuttavia, come si è detto, gli Academy Awards seguono la linea politica e quella di Biden è una via tutto sommato centrista, di mediazione dei conflitti nel pieno alveo non della riscrittura, ma del rispetto dei valori fondativi americani. A tal proposito è significativo che il film politicamente più estremo e nichilista fra i candidati, Da 5 Bloods di Spike Lee, passi in sordina con una sola blanda nomination per la colonna sonora. Hanno invece avuto più risalto Una notte a Miami di Regina King e Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin, ottime pellicole politiche, critiche nei confronti degli errori storici dell’America ma sempre circoscritte in una sostanziale fiducia nei grandi uomini americani e nelle idee di libertà, coraggio individuale e giustizia. «Un’edizione piallata», l’ha definita Canova: ci permettiamo di aggiungere che quella 2021 è una cerimonia che guarda a una lenta, difficile, ricostruzione sociale.

Qualche parola sui film in gara

Il cinema, come l’America, ha bisogno di respirare e la cerimonia di quest’anno mostra tutti i segni e le ferite di uno stress continuato. Dolente in modo particolare è stata la carrellata in memoriam, condotta con una rapidità non calibrata alla quantità di nomi da ricordare (e che nomi: su tutti Ennio Morricone). Gli Oscar 2021 non hanno presentato particolari sorprese, eccetto forse la vittoria di Frances McDormand come miglior attrice protagonista per Nomadland e di Anthony Hopkins come interprete principale per The Father di Florian Zeller. Premio, quest’ultimo, per cui era dato per certo Chadwick Boseman, giovane interprete afroamericano prematuramente scomparso nell’estate 2020. Ciò valga come spunto di riflessione per i sostenitori della teoria che vedrebbe una sistematica «dittatura del politicamente corretto» oscurare i reali meriti artistici e tecnici della cinematografia: quella di stanotte è stata una premiazione, si è detto, in cui a fronte di una scelta precisa di candidati si è premiata la qualità della mediazione (da qui a ricavarne un complotto sistematico, ai danni di un gruppo sociale già dominante, la strada è lunga).

Vincitore indiscusso, per film e regia, è Nomadland di Cholé Zhao. In Italia bisognerà aspettare la fine del mese per vederlo, finalmente in sala: la speranza è che rappresenti davvero l’opera di ripartenza di un settore devastato da un anno di pandemia, più di quanto non lo sia stato l’estate scorsa Tenet di Christopher Nolan (che peraltro si è aggiudicato una meritata statuetta agli effetti speciali). Esce invece oggi Minari di Lee Isaac Chung, il vero outsider di questa edizione, mentre per The Father bisognerà aspettare l’autunno. Quanto agli altri film, senza smettere di sperare vengano riproposti in sala durante l’estate, bisognerebbe essere abbonati a quattro o cinque servizi di streaming diversi. Fra i film non ancora citati, consigliamo per l’animazione, ovviamente, il pluripremiato Soul di Pete Docter, sontuoso virtuosismo tecnico della Pixar che sperimenta in termini di disegno come mai prima, e il surreale Over The Moon di Glenn Keane, favola stralunata che richiama certi viaggi lisergici in stile Yellow Submarine dei Beatles.

Sound of Metal di Darius Marder è invece forse il film più riassuntivo di questa edizione: produzione indipendente per una vicenda intima e affrontata con sensibilità, fenomenale interpretazione di un giovane attore quale Riz Ahmed e lavoro, apparentemente semplice ma tecnicamente ineccepibile, su un montaggio sonoro che, simulando ora la realtà acustica, ora la percezione del protagonista non udente, si aggiudica a pieni voti l’Oscar relativo. Si tratta, in buona sostanza, di una riscrittura completa dei canoni che da sempre hanno designato i film degni per l’Academy: come si diceva sopra, la grandiosità cede il posto ad altri valori. L’opera più rappresentativa dei dubbi di una buona parte dell’umanità, specie in questo momento storico, è infine il Miglior film straniero, lo struggente Un altro giro di Thomas Vinterberg: una metafora irriverente sulla disperazione insita in ognuno di noi e soprattutto su come sia necessario, per sopravvivere, accettarla in quanto parte di sé. Come diceva Italo Calvino ne Le città invisibili, «cercare è saper riconoscere chi è cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

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