Sam Cooke: è passato molto tempo, ma non abbastanza

Posted by

It’s been a looooong, a long time coming…

Faceva così una delle canzoni più famose della musica Soul, se non anche una delle più grandi canzoni di speranza della musica tutta. Ed è passato davvero tanto tempo da quando è stato inciso quel brano. Erano gli anni ‘60, infatti, quando A Change Is Gonna Come venne pubblicato ufficialmente, diventando una sorta di inno del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Da allora è stato cantato praticamente da tutti. Ma a scriverlo e a cantarlo per la prima volta fu la voce di velluto del grandissimo Sam Cooke che, se solo non fosse morto in quel maledetto hotel di terz’ordine della periferia di Los Angeles, la sera dell’11 dicembre 1964, oggi forse sarebbe ancora qui a cantarlo insieme a noi per festeggiare il suo 90° compleanno.

Le circostanze della sua morte, purtroppo, non sono mai state del tutto chiarite, ma se qualcuno fosse interessato su Netflix c’è un bel documentario della serie “ReMastered”, The Two Killings Of Sam Cooke, in cui vengono approfondite le dinamiche del tragico evento finito con un colpo di pistola al cuore.

I was born by the river…

Nato vicino al fiume – il 22 gennaio del 1931 – e più precisamente a Clarksdale, sul Delta del Mississipi, Samuel Cook (ancora senza “e”) ben presto si trasferì a Chicago insieme al padre predicatore, che giocoforza lo introdusse alla musica gospel. La sua voce, del resto, sembrava un vero dono di Dio. Così, agli inizi degli anni ‘50, entrò a far parte del suo primo gruppo vocale professionista – The Soul Stirrers – che in breve tempo divenne il quartetto gospel più rinomato dell’epoca, anche grazie al miracolo vivente della sua voce.

Per chi volesse approfondire quell’avventura esiste un triplo cd, disponibile in un cofanetto elegante tanto quanto lo sarà lo stesso Cooke con i suoi famosi completi da sera, che si intitola “Sam Cooke With The Soul Stirrers – The Complete Specialty Records Recordings”, in cui è contenuto praticamente tutto lo scibile che li riguarda.

and just like the river, I’ve been runnin’…

Ma la musica a tema religioso, in realtà, gli stava stretta. Sam voleva far arrivare la sua voce al maggior numero di persone possibile, voleva cantare una nuova musica capace di superare tutte le barriere, non solo quelle religiose, ma anche quelle di classe, di genere e soprattutto di “razza”. Una nuova musica dell’anima, la musica soul appunto, che ancora non si chiamava così, ma era già lì, a portata di bocca, bisognava soltanto avere il coraggio di (intra)prendere quella strada all’incrocio magico tra gospel, pop e r’n’b.

Sam inizialmente aveva paura: per chi era dedito al gospel soffice e puro cambiare genere significava passare dalla musica di Dio alla musica del diavolo, quello con cui andavi a stringere patti giusto se appartenevi alla “gentaccia” che suonava il blues come Robert Johnson.   Ma dopo aver fatto letteralmente il tour delle chiese per sei anni di fila, Sam si decide a fare il grande salto nel buio, che in realtà si rivelerà persino più luminoso della luce accecante di Dio a cui si era abituato negli anni precedenti.

Il primo singolo (Lovable), inciso sotto lo pseudonimo di Dale Cook per non farsi riconoscere (ma con quella voce era impossibile), non era altro che una riproposizione pop di un vecchio brano gospel a cui aveva cambiato il ritornello da “wonderful, my God is so wonderful”  a “Lovable, my girl is so lovable”. Il brano non farà faville, ma rappresenterà comunque un momento decisivo perché lo farà escludere definitivamente dal gruppo d’origine e lo lancerà verso una nuova carriera solista, che intraprenderà ad occhi chiusi e ugola aperta sotto il nome di Sam Cooke – con la “e” finale a marcare la stessa volontà di distanziarsi dal proprio passato che segnerà qualche anno più tardi anche Marvin Gay(e).

Il primo singolo del nuovo corso – You Send me – vola in cima alle classifiche di Billboard e vende circa due milioni di copie. Ormai è nata una nuova stella del firmamento musicale e la sua scalata verso il paradiso è inarrestabile: le sue canzoni oggi sono così famose che le conosci anche se non le conosci, sfido chiunque a non mettersi a cantare la semplicità dell’amore quando parte il ritornello di “(What A) Wonderful World” (da non confondere con l’omonima di Louis Armstrong) o a non sentire un’irrefrenabile voglia di ballare, come i protagonisti di The Umbrella Academy bloccati negli anni ’60, quando passa alla radio Twistin’ The Night Away .

I know a change gonna come…

Quello di Sam Cooke fu un caso unico nel panorama musicale di allora, non solo per il suo successo immediato (in breve tempo sarà lì a giocarsela con Elvis), ma anche perché fu il primo musicista afroamericano a gestire da solo i propri affari, arrivando a fondare persino una sua etichetta discografica (la SAR Records) con la quale darà spazio a diversi altri artisti afroamericani. Vederlo in Tv all’Ed Sullivan Show per la comunità nera dell’epoca era come vedere la concretizzazione di un sogno, che non era solo il suo personale, ma quello di un intero nuovo mondo possibile.

Anche se molte delle sue prime canzoni non toccavano temi politici e potevano apparire fin troppo frivole, al contrario, le sue prese di posizione furono da sempre molto chiare e decise, come quando iniziò a rifiutarsi di suonare per un pubblico diviso tra bianchi e neri in aperta contestazione con il segregazionismo dell’America del sud. Del resto le sue amicizie non lasciavano dubbi: Malcolm X, Jim Brown e Mohammed Alì, così giusto per fare i tre nomi più famosi con cui si ritrovò a festeggiare il titolo mondiale dei pesi massimi vinto da quest’ultimo la sera del 25 febbraio 1964. Non si sa molto di quella incredibile serata, ma il tutto è stato immaginato con cura e dovizia di particolari in un bellissimo film appena uscito su Amazon Prime Video, One Night in Miami di Regina King,  tratto dall’omonima piece teatrale di Kemp Powers – sceneggiatore, guarda caso, del nuovo film Disney Pixar Soul. Si potrebbe discutere a lungo di tutte le imprecisioni e le semplificazioni di un racconto immaginato sulla base di fatti realmente accaduti, ma non avrebbe qui molto senso. Consigliamo comunque di vederlo e di recuperare subito dopo i due album dal vivo di Sam Cooke per comprendere fino in fondo la complessità e la dualità della sua “anima” musicale, quella del soul-pop da aperitivo in paradiso espressa al meglio nel live At the Copa (davanti a un pubblico in prevalenza bianco)e quella più sanguigna, venuta fuori davanti a un pubblico in prevalenza nero, nel live infuocato Live At The Harlem Square Club, 1963.  È nell’unione di queste due anime che sta la vera essenza di Sam Cooke.

Tornando alla musica registrata in studio, il lascito di Sam Cooke rimane comunque enorme e costellato di innumerevoli successi tra cui, oltre a quelli già citati, ricordiamo anche ‘Bring It On Home To Me’, ‘Chain Gang’ , ‘Having a Party’, ‘Cupid’, ‘Good News’, ‘Good Times’ e ‘Another Saturday Night’. Ma la sua eredità musicale non è rimasta appesa soltanto a quelle canzoni inchiodate nel cielo: talmente vasta e incontenibile, è sgocciolata giù dalle stelle fino a condensarsi nel soul del futuro o nel futuro del soul. La sua essenza è rintracciabile in milioni di cantori dell’anima, tra cui innanzitutto vanno citati, quanto meno, i suoi successori più prossimi, nomi altrettanto altisonanti che soltanto a scriverli fanno tremare le dita delle mani sulla tastiera: Otis Redding, Al Green, Ben E. King, Bobby Womack, Stevie Wonder e l’immensa Aretha Franklin.

Ma come abbiamo detto al principio, la canzone di Sam Cooke che segna davvero il passo marchiando a fuoco il ‘900 è proprio quella A Change is Gonna Come che verrà pubblicata soltanto dopo la sua morte. Il brano fu scritto dopo che a Sam e alla sua band venne rifiutato l’ingresso in un hotel riservato ai bianchi. Ma a ispirarlo furono proprio i versi di un bianco, che forse i più conosceranno con il nome del più grande cantautore della storia della musica popolare, un certo Bob Dylan , che all’epoca si chiedeva “quante strade dovrà percorrere un uomo prima che lo chiamino uomo?”  e cercava le sue risposte nel vento.

Lo stesso vento del cambiamento che si respirava durante la marcia su Washington del ’63 e al quale Sam Cooke affidò le sue strofe migliori con la speranza che potessero davvero cambiare le cose. Una speranza che si farà certezza soltanto grazie al potere insondabile della musica:

“Sono nato vicino al fiume in una piccola tenda
E come il fiume sono stato in movimento fin da allora
È passato molto tempo, ma so che arriverà un cambiamento, sì arriverà”

Strofe attorno alle quali verrà cucito un arrangiamento orchestrale magniloquente che si rifà al suono di Tin Pan Alley e alle colonne sonore hollywoodiane, seguendo l’andamento del canto come se fosse esso stesso il corso di quel fiume; strofe che a rileggerle e a ricantarle oggi suonano ancora perfette, anche per un ipotetico passaggio di consegne a un nuovo movimento di lotta sempre più attivo come il Black Lives Matter, che può essere considerato a tutti gli effetti il figlio legittimo di quello degli anni ‘60.

Oh, yes it will…

Certo, come è giusto che sia, oggi i giovani attivisti hanno nuove canzoni di lotta che guardano più all’hip hop contemporaneo (da Kendrick Lamar a Childish Gambino). Tuttavia, c’è una versione particolare di questa vecchia canzone soul senza tempo che è giusto ricordare, non solo perché forse è persino meglio dell’originale, ma anche e soprattutto perché può creare un legame solido tra passato, presente e futuro. Non è quella più dolorosa e sofferta di Otis Redding su Otis Blue, che pure quasi ci va vicino, ma quella cantata da Aretha Franklin in I Never Loved A Man (The Way I Love You), che potrebbe essere tranquillamente scelta come colonna sonora di tutto il movimento.Il perché e il per come lo ha già spiegato benissimo quello che è per me uno dei migliori critici musicali in Italia, Carlo Bordone, alle cui parole affido la chiusura del pezzo e l’apertura di tutto il resto (cuore, mente, corpo, anima, ghiandole lacrimali, quello che volete):

“E’ tutto nelle sfumature della voce, che danno una tonalità emotiva diversa nei diversi momenti del testo. E’ come una conversazione con se stessa in cui alterna rassegnazione, rabbia, impotenza, fede e infine ottimismo a dispetto di tutto e tutti. Quando canta il primo “it’ s been a long time coming” ti fa percepire l’infinità del tempo, l’obiettivo proteso verso un orizzonte apparentemente irraggiungibile. Quando lo pronuncia nell’ultimo verso capisci che quella distanza non c’è più, non è più un ostacolo, quel “long” è liquidato quasi con disprezzo perché non c’è niente che sia “long” abbastanza per separarti da qualcosa in cui credi. E quando esplode, cambiando leggermente il testo dell’originale, in quel “SOMEHOW, RIGHT NOW, I believe I’m able to carry on”, porca miseria se ci credi che quel cambiamento arriverà. Ci credeva chi l’ascoltava nel ’67, ci credevo io che l’ho ascoltata per la prima volta vent’anni dopo, e forse dovremmo crederci anche oggi.  Somehow, right now.”

È passato molto tempo, sì, ma non abbastanza.

Rating: 5.0/5. From 1 vote.
Please wait...

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.