Robert Johnson, la leggenda del blues che vendette l’anima al diavolo

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Narra la leggenda che il diciannovenne del Mississippi Robert Lorey Johnson all’inizio degli anni ’30 abbia fatto un patto con il diavolo. Un Faust della comunità afroamericana che, invece di chiedere onniscienza, ha ceduto la propria anima in cambio della straordinaria capacità di suonare la chitarra.

Nato ad Hazlehurst nel 1911, Robert Johnson ha e dimostra una grande passione per la musica, alimentata dal fratello maggiore. Ciò, però, non basta a fare di lui un prodigio. Si sa poco altro della sua breve vita: nato da una relazione extraconiugale della madre (dopo essere stata abbandonata dal marito per un’altra donna), dopo un breve trasferimento a Memphis (futura città di Elvis e luogo in cui è stato ucciso Martin Luther King jr.) si sposa, nel 1929, con Virginia Travis – morta di parto l’anno successivo, lo stesso della misteriosa partenza di Robert senza una meta precisa; ritorna nel 1931, accompagnato, seppur per breve tempo, dalla seconda moglie Calletta Craft. Nei suoi continui spostamenti, però, Johnson incontra, forse all’incrocio di due strade buie, un musicista tanto oscuro oggi quanto all’epoca. Si chiama Ike Zinnerman e racconta in giro di aver imparato a suonare la chitarra grazie agli spiriti, fra le tombe del cimitero.

Le voci crescono a dismisura, fino a renderlo per alcuni un emissario del Diavolo (quando non il Diavolo in persona). È probabilmente grazie a lui che l’inesperto aspirante chitarrista del Mississippi si rende conto di quanto una leggenda simile possa giovargli: “nel bene o nel male, purché se ne parli” sembra essere il suo motto.

 

 

 

 

 

A conti fatti, però, c’è effettivamente qualcosa di strano in Robert. Quando decide di riprendere la carriera professionista, si presenta da Son House, il quale ancora ricorda con quanta goffaggine strimpellasse la chitarra non più di un anno e mezzo prima. Contrariamente alle aspettative, però, il suono che esce dallo strumento è ciò che di meglio possa capitare di ascoltare, degno dei migliori musicisti. Johnson si rivela in grado di interpretare qualsiasi stile e genere, dalla polka al country, ma è con il cosiddetto Delta blues che dà il meglio di sé. Secondo alcune testimonianze, in quei momenti suona di spalle rispetto al pubblico: se è vero che al Diavolo non piace essere guardato in faccia, apparentemente non ci sarebbero altri motivi che giustifichino questa peculiarità. Per diverso tempo gira i locali del Sud degli Stati Uniti con nomi del calibro di Sonny Boy Williamson II e David Honeyboy Edwards, consolidando il proprio status di musicista ma anche quello di bevitore e donnaiolo.

Tra il 1936 e il 1937 incide le uniche ventinove registrazioni conosciute, interamente cantate e suonate da Robert in persona e che gli consentono di entrare nel gruppo dei bluesmen più influenti del ventesimo secolo. Anche queste incisioni sono circondate da un mistero che riguarda la velocità di esecuzione dei brani, aumentata del 20% e, per questo, decisiva per la tonalità: se fosse vero, la voce non sarebbe così acuta come la sentiamo e rientrerebbe nello standard del blues.

 

 

 

Il suo approccio alla chitarra è moderno e variegato per l’epoca, con influenze jazz provenienti da diverse zone degli Stati Uniti e caratterizzata dal fingerpicking. I testi sono stati riconosciuti come evocativi della poetica blues, garantendogli il paragone con poeti romantici quali Keats e Shelley; alcuni, in accordo con i temi del grande movimento artistico-filosofico dell’Ottocento, trattano il mistero del patto con il Diavolo che ha reso la figura di Robert Johnson così oscura e chiacchierata. In Crossroad Blues, ad esempio, si rivolge a Dio chiedendogli pietà, una salvezza dalla disperazione in cui versa e che nessuno attorno a lui vuole concedergli.

 

La sera del 13 agosto 1938, però, al musicista viene presentato il conto da pagare per un’esistenza tanto affascinante quanto dannata (e non solo per la presunta venduta della propria anima). Ingaggiato al Three forks, locale poco lontano da Greenwood, insieme a Sonny Boy Williamson II e David Honeyboy Edwards, si rende ostile il proprietario intrattenendo una relazione con la moglie dell’uomo, che sopporta il tradimento fino a che il loro atteggiamento non diventa troppo esplicito ed imbarazzante. Durante una pausa, il barman offre al suo dipendente una bottiglia di whiskey stappata e, proprio per questo motivo, Sonny Boy gli intima di non bere; incurante di ciò Robert prende la successiva, ugualmente aperta, e la vuota con stizza. In poco tempo risulta evidente che il whiskey contenesse qualcosa al suo interno e che i suoi effetti rendessero impossibile continuare l’esibizione al musicista, in preda alla confusione e al delirio.

Morirà dopo due giorni di agonia, durante i quali sembra che Johnson consegni alla madre la chitarra, affermando “Non la voglio più, non ne voglio più sapere: ora sono figlio tuo, mamma, e del Signore… Sì, del Signore, non più del Diavolo”. E si porterà dietro la soluzione dell’incognita circa il suo oscuro talento.

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