Solo David Bowie poteva lasciarci dopo un album come Blackstar

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Una stella nera su sfondo bianco, un titolo che può essere soggetto a molte interpretazioni, ma non è questa la sede adatta. Blackstar è straordinario, un altro disco in cui ancora una volta, Bowie si è avvalso dei collaboratori giusti al momento giusto. È l’epitaffio di una stella che non morirà mai, l’uscita di scena programmata e resa ancora più spettacolare dal video di Lazarus, dove Bowie è chino a scrivere le sue ultime volontà, steso sul letto e accecato dal dolore, per poi andarsi a riporre definitivamente dentro l’armadio.

Ogni 10 gennaio non si può non pensare a come ci ha lasciato, con un singolo di lancio come Blackstar che ti fa pensare a come un artista di 69 anni abbia avuto una tale voglia di stupire, ed un album che è la sua summa artistica. E come poi non abbia lasciato nulla a caso, salutando tutti in maniera velata, soprattutto il suo amico e fidato collaboratore Brian Eno, scrivendogli un’ultima volta e firmando la sua email come Dawn, Alba, ringraziandolo per il meraviglioso tempo trascorso assieme.

Ok, Blackstar non è un disco semplice, ma è vibrante di vita, di morte ed ha delle tracce meravigliose, tra le quali è difficile scegliere la più bella. Forse, ai punti vincerebbe l’emozionante commiato di I can’t give everything away, con quell’assolo di Ben Monder -di frippiana memoria- a suggellare un disco che è un capolavoro e la ciliegina sulla torta di una vita, quella di David Robert Jones, Ziggy Stardust, Nathan Adler, The Thin White Duke, Major Tom che è stata semplicemente straordinaria. Tra le altezze e i voli pindarici di Starman e Space Oddity le cadute plumbee e depressive di Subterraneans, le atmosfere eteree di Slip Away e Where are We Now, e la trionfalità di Heroes e Rebel Rebel. C’è stata una vita all’insegna della curiosità, della sua voracità, che come una voglia doveva essere soddisfatta. Nessuno come lui è riuscito a modellare i generi musicali e a farli propri, avvalendosi delle sue intuizioni e di fidi collaboratori. Nile Rodgers, Brian Eno, gli Spiders From Mars, Bob Fripp, e tanti altri sono stati dei comprimari di lusso, per le realizzazioni dei dischi di Bowie e ognuno di loro ha dato qualcosa a lui e viceversa a loro.

È stato un artista tanto grande e tanto importante che ogni sua celebrazione non è vana, ha portato la musica nell’arte e l’arte, nelle sue molteplici accezioni, nei suoi dischi.

Penso alla copertina di Heroes, con la fotografia di Masayoshi Sukita ed ispirata a Roquairol di Erich Heckel. Del resto lo stesso Bowie era un pittore ed un amante dell’arte, ma in particolare di ogni forma d’arte. È stato un ottimo attore, ed amava la lettura a tal punto che scrisse l’elenco dei suoi 100 libri preferiti.

Già, i libri, e quel libro che tiene nel videoclip di Blackstar, come fosse un profeta, come se volesse diffondere il suo verbo. Ebbene, la ragione per cui Bowie è destinato a rimanere immortale, è stata quella di fare della sua carriera un’opera d’arte. Talvolta anche con cadute di tono: Tonight e Never Let Me Down, ma per la maggior parte del suo percorso costellata da picchi molto alti.

Quindi se volete approcciarvi con Bowie non esitate dal farlo, magari proprio con Blackstar, ma vi avverto: inizierete un percorso che non vi lascerà indifferenti, come quando si va a vedere una mostra di Leonardo, Caravaggio o Raffaeĺlo e una volta usciti si è doppiamente grati. Una prima volta per essere usciti indenni dalle numerose sindrome di Stendahl accorse durante la mostra, una seconda per aver assistito a qualcosa di straordinario per essere creato da un uomo, ma non per un uomo delle stelle proveniente da Marte.

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