Il significato e lo spirito della musica ambient

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Quando parliamo di ecologia intendiamo con essa sempre e solo lo studio del rapporto tra uomo e ambiente. Consideriamo esclusivamente la salvaguardia del nostro habitat sotto il profilo delle matrici ambientali, elementi fisicamente individuabili che compongono l’ambiente come l’acqua o i suoli. Facendo questo ignoriamo che esiste un’altra ecologia alla quale dovremmo prestare massima attenzione anche se è quella più immateriale e difficilmente individuabile: l’ecologia acustica. 

Le statistiche mostrano che gran parte della popolazione occidentale vive affetta da un misto di depressione e ansia. La qualità della vita, ovvero il rapporto più o meno equilibrato con l’habitat in cui si vive, è profondamente influenzata dall’ambiente dei suoni. Un ambiente dal quale ci siamo sempre più allontanati e che oggi percepiamo come alieno se non fastidioso tanto che parliamo di inquinamento acustico. 

Siamo giunti a una forma di alienazione sonora che ci ha portati inconsapevolmente a divenire soggetti passivi, distrattamente intrattenuti dalla cosiddetta Muzak, la musica commerciale, di facile ascolto (easy listening). Una musica che ha trasformato i luoghi in non luoghi. Gli spazi che attraversiamo e viviamo ogni giorno, dal supermercato al posto di lavoro, dal dentista alla metro, sono diventati anonimi, senza alcuna personalità, standardizzati e dappertutto uguali. La nostra vita era piena di suoni musicali che l’ambiente circostante ci restituiva in modo sempre diverso, ma oggi quel mondo sonoro si è perso.

I seguaci di Pitagora venivano chiamati acusmatici perché ascoltavano i suoi discorsi mentre lui restava nascosto dietro una tenda. Forse ciò aveva il fine di spingerli a concentrarsi sulle parole senza farsi distrarre dalla gestualità. Ascoltare il mondo intorno cercando di distinguere quei suoni apparentemente lontani ma capaci di risvegliare qualcosa e di rendere riconoscibile una dimensione nella quale sentirsi al sicuro. Può essere la campana di una chiesa, il chiacchiericcio di un mercato o lo scorrere di un ruscello. Ogni luogo è un mondo sonoro che dovremmo riscoprire con l’ascolto. Ricercare determinati suoni nell’ambiente che ci avvolge può aiutare a sentirsi parte di esso. 

Non siamo più abituati a prestare ascolto alla caratteristica dei suoni e a quello che Murray Schafer ha definito soundscape, il paesaggio sonoro. Solo riscoprendo questi paesaggi che ci circondano e solo stimolando l’ascolto consapevole possiamo tornare a interagire con il mondo, creando relazioni sane con esso. I suoni che intercettiamo involontariamente (come quello di una campana lontana o il canto dei grilli in una notte d’estate), possono riportarci all’infanzia, al paese dei nonni, a ricordi sepolti che nemmeno sedute di ipnosi sarebbero in grado di far riemergere. È importante recuperare quei suoni perché fanno parte e vanno a comporre il nostro paesaggio sonoro intimo con il quale dobbiamo rimanere sempre in connessione. 

Dovremmo tornare a essere capaci di riappropriarci dell’ambiente in tutte le sue sfaccettature. Henry David Thoreau, nel suo libro Walden ovvero Vita nei boschi, che ha ispirato il protagonista del celebre Into the Wild, parla ampiamente di paesaggio sonoro, descrivendone le caratteristiche, le sensazioni suggerite, i ritmi e la possibilità di orientamento da esso fornita: gli uccelli “che danno voce all’aria”, oppure suoni umani e distanti come “il fischio della locomotiva che penetra nei boschi in estate e inverno” e, la domenica mattina, le campane della chiesa, “una melodia, lieve e dolce, filtrata attraverso l’aria, che aveva conversato con ogni foglia e ogni ago del bosco”. Un ascolto attento e consapevole che nel suo caso si è reso possibile solo grazie all’isolamento in un bosco, ma che, comunque, ci insegna che “il vento mattutino soffia eternamente. Il poema della creazione è continuo; ma poche sono le orecchie che riescono a udirlo”. 

L’ambiente in cui viviamo canta una canzone: sta a noi saperla riconoscere. Perché la musica è dappertutto, basta cercaria.

In questo può esserci d’aiuto la musica ambient. Una musica che si pone l’obiettivo di dare voce ai luoghi.

Un genere che vuole rivoluzionare la cultura occidentale, impegnata a guardare il mondo, non capendo che il mondo non si guarda, si ode. Non si legge. Si ascolta. 

Il termine deriva dal verbo latino ambire, che significa “circondare”. Molti pensano alla musica ambient come qualcosa di noioso. Non ha testo né ritornello, solo suoni rarefatti dai poteri terapeutici impensabili. Nelle note e negli spazi che questa musica crea, pensare diventerà davvero più facile, più chiaro e consapevole. Una musica che può aiutarci a percepire il mondo in modo nuovo, a leggere e sopportare i rumori e a smettere di pensare a ciò che ci affligge imparando a usare i nostri sensi per concentrarci sull’ambiente circostante e sul presente. Una musica capace di creare paesaggi sonori nei quali rifugiarci. 

Il padre, o quantomeno un precursore di questo genere musicale, è stato Erik Satie. La sua musique d’ameublement non è poi molto diversa dai concetti che poi esprimerà Brian Eno. Satie voleva produrre una musica che valorizzasse gli ambienti e aiutasse l’uomo a prendersi un momento per riflettere e pensare. Una musica quindi molto diversa dalla Muzak, la easy listening che riempie gli spazi commerciali. 

La musica ambient scardina le regole di una composizione fatta di schemi, progressioni armoniche, tonalità. Un genere che si inserisce nel solco delle ricerche iniziate da Arnold Schönberg con il suo sistema, chiamato dodecafonico. Ricerche proseguita da John Cage, il compositore che ha messo la sordina al proprio ego in favore di nuove possibilità musicali che si aprono all’intervento del caso, perché “la musica è preesistita all’uomo ed esisterà anche dopo la sua scomparsa”. E soprattutto, “anche il silenzio è gravido di suoni”. Questa è la lezione del cosiddetto brano silenzioso 4’33”, in cui il pianista non esegue alcuna nota per la durata indicata dal titolo. E come non parlare della musica minimale di La Monte Young che esplora diverse situazioni performative particolarmente in sintonia con il pensiero di Cage. Liberando delle farfalle durante una performance, per esempio, egli suggerisce che esistano dei suoni anche quando il nostro orecchio umano non è in grado di rilevarli. Young è il compositore che più a fondo ha spinto la leva della sperimentazione, lasciando che il suono liberasse la propria essenza costitutiva, quasi indipendente dal lavoro del compositore.

Tutte queste esperienze e ricerche erano accomunate dall’esigenza di formulare un linguaggio sonoro libero da ogni vincolo con la tradizione e improntato alla conquista di nuovi mondi sonori. Mondi che non fecero altro che tornare inconsapevolmente all’origine. Per dirla alla Charles Ives: “inserirsi fisicamente tra gli spazi dei tasti del pianoforte e vedere se era possibile ottenere nuove scale e nuovi suoni portò a regredire verso la vibrazione creatrice, verso i suoni naturali liberi da temperamenti, forme e aggiustamenti”. Un ritorno all’origine che oggi possiamo trovare nelle nuove avanguardie dell’ambient che hanno adottato minimalismi ipnotici, rivendicando l’ordine naturale dei suoni che era stato prerogativa dei popoli antichi della Terra.

I suoni sono parte dell’ecologia dell’intero sistema e sono indicatori dello stato di “salute” del luogo.

Le antiche civiltà non sceglievano un sito casualmente, erano molto più sensibili di noi ai fenomeni naturali vibratori e al paesaggio sonoro. Sapevano che le vibrazioni sono in grado di interferire con la biologia del nostro corpo. 

Alcuni templi, tanto per fare un esempio, seguono dei criteri di orientamento che la storia e l’archeologia non sono riuscite ancora a spiegare. Molto spesso sono posti lungo assi precisi che seguono il movimento delle acque sotterranee, fonti di vibrazioni naturali a bassa frequenza. Questi suoni non vengono percepiti coscientemente (sviluppandosi su frequenze sotto la soglia di udibilità) ma hanno un effetto profondo sul nostro inconscio tanto che quando ci troviamo in prossimità di questi luoghi abbiamo l’impressione che stia per accadere qualcosa di strano o che un evento soprannaturale sia in corso. Si può ipotizzare che le antiche popolazioni edificassero i luoghi di culto laddove si registrava una concentrazione di vibrazioni naturali a bassa frequenza, cosicché, durante i diversi rituali, i partecipanti potessero venire investiti da vibrazioni capaci di influire sulla loro attività celebrale e sul corpo, portandoli verso stati alterati di coscienza. 

Dalle caverne preistoriche ai templi romani, dai mitrei ai tumuli, dalle tombe etrusche alle piramidi, la storia archeologica è disseminata di siti sorti su terreni “musicali” e costruiti seguendo scrupolose leggi acustiche in grado di amplificare determinate frequenze e la risonanza. Tra la musica e la pietra esiste un legame profondo e misterioso che da sempre affascina l’uomo. All’interno delle caverne paleolitiche egli era già attratto dalle risonanze generate dagli ambienti tanto da scegliere per i suoi disegni rupestri proprio i punti di maggiore risonanza delle grotte dove viveva. La magia di queste antiche dimore non deve stupire. Basti pensare come nel Medioevo i monaci abbiano rioccupato molte caverne e stanze ipogee preistoriche proprio per la loro capacità di generare risonanze in grado di favorire la meditazione e la trance mistica. 

Di là dai suoni naturali dei luoghi, gli antichi avevano scoperto anche le tecniche per generare determinate frequenze all’interno di un ambiente. L’intenzione era quella di edificare strutture acustiche in grado di risuonare e indurre uno stato di incantamento nel soggetto presente all’interno, attraverso la modulazione del canto o il suono di uno strumento. In molti siti sotterranei sono state trovate nicchie capaci di diffondere la voce in tutto l’ipogeo, semplicemente parlando nell’incavo con tono profondo; camere acustiche capaci non solo di facilitare la meditazione e la spiritualità ma anche la guarigione. Si è scoperto, ad esempio, che nei bagni termali romani gli architetti dell’epoca utilizzavano casse di risonanza e condotti in grado amplificare le vibrazioni naturali provenienti dal sottosuolo, convinti che la sollecitazione dell’acqua termale, in combinazione con le onde vibratorie, aumentasse lo stato di benessere. 

Ma cos’è la musica ambient e perché può aiutarci a riscoprire i paesaggi sonori?

“Un ambiente si definisce come un’atmosfera che ci influenza e ci circonda” spiega Brian Eno nel suo libro Futuri impensabili. Diario, racconti, saggi.

Un genere musicale in cui il tono e l’atmosfera possono assumere più importanza dei valori di ritmo e struttura così come vengono tradizionalmente concepiti in ambito musicale. Non va confusa con la musica per ambienti, l’easy listening o Muzak, alla quale si oppone. Una musica che piuttosto che emergere come una nave sull’oceano, diventa parte di quello stesso oceano.

L’idea centrale è che l’ambient deve restituirci un posto dove andare e un luogo dove stare. Non una narrazione, non una sequenza che presuppone una sorta di direzione teleologica – strofa ritornello, preludio, sinfonia… questo, quello e l’altro. La musica ambient è una pennellata, un impressionismo musicale astratto. Come in pittura, l’immagine non ha una prospettiva strutturata, né colori e forme decise capaci di guidare l’occhio di chi guarda in un luogo preciso. La musica ambient è impressionista nel senso che genera un paesaggio sonoro dove vediamo e ascoltiamo solo i contorni e dove siamo liberi di vagare.

Di recente Eno ha dichiarato che: mentre il musicista “non ambient” è come un architetto che calcola meticolosamente ogni centimetro dell’edificio e sa già esattamente cosa gli servirà e in che modo dovrà agire, il compositore “ambient” è un giardiniere che pianta i semi in giardino e aspetta che succeda qualcosa. Dà degli input alla natura e cerca di variare il corso degli eventi, ma nulla di quello che accadrà dopo la sua azione è preventivabile.

È questo lo spirito che ha alimentato il mio lavoro Lost in my underwater unconscious pubblicato con il mio alias Giadar.

Un concept ep che disegna un paesaggio sonoro sottomarino. Un luogo dove i suoni ovattati e dilatati permettono di concentrarsi sul respiro e su noi stessi. Un tuffo nel mare come, simbolicamente, può essere un tuffo dentro noi stessi, andando a ricercare le ombre dell’inconscio per illuminarle e liberarci da tante tensioni.

Nel video, il brano Underwater estratto dall’EP accompagna il nuoto di una sirena, grazie alle riprese appositamente filmate alle Hawaii.

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