L’Uomo della Pioggia: Coppola, Grisham e un cinema che non esiste più

Questo articolo racconta il film L’Uomo della Pioggia di Francis Ford Coppola in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Qual’è il compito dell’arte? È una domanda che ci poniamo spesso, soprattutto in un Paese come il nostro, pregno della sopracitata. Oltre che ad educarci al bello, spesso si è trovata a combattere battaglie che avrebbe dovuto compiere la politica. I film di denuncia si sono susseguiti già durante il Secondo conflitto mondiale, dove si schernivano i dittatori in Europa, per arrivare a critiche profonde del sistema sociale, improntato al capitalismo più sfrenato e senza anima da parte di Ken Loach.

Esistono numerosi casi di ingiustizie che hanno raggiunto anche il successo mediatico, come ad esempio la storia del pugile afroamericano Rubin “Hurricane” Carter e delle profonde ingiustizie subite da tutta la sua gente. Ma anche di casi di avvelenamenti ambientali, dove come sempre la hanno fatta da padroni gli Stati Uniti. Erin Brockovich – Forte come la verità di Steven Soderbergh, nel Duemila denunciava traendo linfa da una storia vera, proprio come le grandi multinazionali avvelenassero per risparmiare sullo smaltimento dei rifiuti speciali le acque del posto, dove erano ubicate le loro fabbriche, causando malattie spesso mortali ai polmoni ai residenti. Ne avremmo da ben dire anche noi nel nostro Bel Paese, ad esempio con l’ILVA di Taranto, che in nome del lavoro e della mancanza di tale requisito al Sud, ha condannato a morte molti lavoratori operati nelle acciaierie.

Tutto questo è spesso condito da vere e proprie corporazioni che tutelano sempre chi è fonte dei loro maggiori introiti. Le grandi Corporation assicurative, soprattutto in Paesi dove non esiste alcuna assistenza sanitaria gratuita, lucrano in maniera esponenziale anche sulla classe media, o quello che ne rimane. Di frequente però di fronte a spese esorbitanti, nel caso che l’assicurato si ammali, tentano mille escamotage per non pagare il dovuto.

È proprio su questo punto che il romanzo di John Grisham L’uomo della pioggia, scritto nel Novantacinque, poggia le sue fondamenta. Da qui il film di Francis Ford Coppola di soli due anni dopo, con una considerazione da fare a monte: quasi sempre nei romanzi dello scrittore di Jonesboro alla fine prevalgono i buoni. D’altronde il cinema di un tempo era fatto così, ognuno al suo posto, nonostante magari, come succede sempre anche nella realtà i buoni siano sempre pieni di buone intenzioni ma male equipaggiati. Almeno ci consolava il fatto di osservare seppur una parvenza di giustizia effimera in cinepresa. Ora, neanche quello.

La vicenda vede un acerbo Matt Damon, nell’anno del suo Will Hunting che lo consacrerà ad Hollywood, affiancato da Danny DeVito. E dietro l’angolo la struggente storia di un povero ragazzo che si ammala gravemente e non riceve le cure adeguate, ma più che concentrarsi sulla tragedia umana in sé, Coppola si concentra sui giochi di potere nei tribunali, dove la giustizia che dovrebbe regnare in realtà è solo un mero specchietto per le allodole di un sistema democratico troppo burocratizzato e poco avvezzo ai reali bisogni delle persone. L’indomita forza di spirito dell’avvocato Rudy Baylor/Damon, ricorda quella Emma Thompson nei panni di Gareth Peirce, e che farà di tutto per fare prosciogliere Gerry Conlon e suo padre, in una delle più grandi ingiustizie della Corona britannica.

Nella pellicola compare anche Jon Voight, nei panni del temutissimo avvocato che lavora per la compagnia di assicurazioni Great Benefit, Leo F. Drummond, ed un piccolo ruolo è destinato anche a Mickey Rourke, che con il suo carattere particolare non si risparmierà amicizie poco raccomandabili. La pellicola ha tutto quel sapore e mood tipico degli anni Novanta, con le grandi battaglie per l’uguaglianza ancora in piedi, senza perbenismi o quel linguaggio politicamente corretto che oggi piace tanto al mainstream. Sa tanto di battaglia di ideali, il classico Davide contro Golia, che non cade però nella facile aria del pietismo, intessendo interrogativi solidi sul senso di giustizia e di equità degli stati occidentali, mettendoli a nudo.

L’opera rappresenta anche una presa di posizione dello stesso Coppola, che ha sempre mal sopportato l’establishment hollywoodiano che rivede nelle grandi corporazioni statunitensi. Anche grazie a questo riesce a mettere in piedi un lavoro decisamente atipico per la sua formazione cinematografica, mettendo da parte la spettacolarizzazione degli eventi a lui tanto cara, per una pellicola asciutta e schietta negli intenti. Il pessimismo del regista deflagra come una bomba ad orologeria nel finale dolceamaro di una vittoria di Pirro, forse carpendo da uomo saggio e lungimirante qual’è, quale aria tirerà nel suo Paese nei decenni a venire. Era stato in grado di sancire da solo la fine del sogno americano con Apocalypse Now, alla vigilia dell’epoca Reaganiana, ed ora protraendosi in questo film, consegnandoci un futuro, già all’epoca a tinte fosche, brandito e ripudiato però dai soliti volenterosi, che molto più di quanto si pensi, hanno cambiato in meglio la nostra società.

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