Hurricane: un film tra boxe, tumulti e un Washington da Oscar

Questo articolo racconta il film Hurricane di Norman Jewison in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

I pregiudizi razziali, che anche se oggi si ri-percepiscono in maniera più marcata, hanno sempre trovato terreno fertile, sia nel più classico dei casi della segregazione a stelle e strisce che nelle più comuni Nord/Sud Italia o Inghilterra/Irlanda, per citarne alcune a noi più vicine. Non si conosce bene l’origine dell’odio o della diffidenza senza causa, che può riguardare anche persone comuni della stessa etnia (chi ha vissuto o vive in provincia sa di cosa parliamo). Ma addirittura ordire articolati complotti per distruggere un uomo, è quello che più colpisce in negativo nell’intero genere umano.

La storia di Rubin “Hurricane” Carter è molto simile a quella di Gerald “Gerry” Conlon, portato su pellicola da Jim Sheridan, ricalcando appieno le sofferenze che un immigrato irlandese abbia dovuto passare soltanto per via della sua etnia. Entrambi hanno trascorso una parte considerevole della propria esistenza in prigione: Gerry quindici, Rubin venti, ed entrambi per dei fatti di sangue in un locale pubblico. Perché se il ragazzo irlandese era stato accusato e condannato per terrorismo (compresi alcuni suoi familiari), la controparte afroamericana per motivi razziali: sì, proprio così, un pugile di colore così in vista ed in ascesa come Rubin, avrebbe per ritorsione contro le ingiustizie subite dalla sua gente ucciso a sangue freddo tre persone in un bar, quando in realtà i reali colpevoli non furono né perseguiti, ne mai trovati.

L’accusa si basò semplicemente sui racconti di due ladruncoli accorsi nel locale dopo gli spari per rubacchiare l’incasso della serata, un po’ come il giovane irlandese che venne condannato da testimonianze vaghe di un tossico che vedeva di malocchio l’arrivo di Gerry e del suo amico Paul Hill, nella comune che occupava insieme ad altri hippies a Londra. La storia del pugile afroamericano è interpretata in maniera pressoché perfetta da Denzel Washington, che ottenne sì la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista, ma fu soppiantato da una interpretazione troppo perfetta per non essere premiata: quella di Kevin Spacey per American Beauty. La regia, affidata al canadese Norman Jewison, con diverse candidature alla statuetta (La calda notte dell’ispettore Tibbs, Stregata dalla luna, Il violinista sul tetto), sfrutta i flashback e flashforward, che durante la strada come un puzzle si ricompongono.

Innumerevoli furono le star che si interessarono delle sorti del pugile: i suoi colleghi dei pesi massimi Muhammad Alì e Joe Frazier, ma soprattutto il menestrello del rock Bob Dylan, che scrisse a quattro mani con Jacques Levy il brano Hurricane, estratto dall’album Desire, di cui rappresenta la traccia d’apertura. Registrata solo nel Settantacinque, per via del rischio di denunce da parte degli interessati (dato che il brano riporta nomi e cognomi degli investigatori che fecero incarcerare Carter). Dylan era venuto a conoscenza della storia del pugile grazie all’autobiografia dello stesso. Come spesso è capitato nelle vicende umane, è la cultura che ci mantiene vivi, e Rub riuscì a sopravvivere anche grazie al suo fervido interesse per i libri, di qualsiasi genere fossero, tanto che ne scrisse uno dal titolo “The Sixteenth Round”, che si premurò di inviare al cantautore proprio per il suo riconosciuto impegno civile.

Anche se con qualche superabile inesattezza nelle vicende, il film riesce a spostarsi bene sulle varie tematiche senza mai risultare plumbeo, nonostante le sue due ore di girato. I brani che accompagnano la pellicola trascinano lo spettatore in quegli anni, barcamenandosi tra i classici della black music che spaziano da Etta James a Ray Charles, e con ovviamente il singolo Dylaniano. Il protagonista Washington viene supportato da un cast molto affiatato e che merita certamente lodi per l’impegno profuso, capeggiato da quel Vicellous Reon Shannon che nel ruolo di Lesra Martin, giovane afroamericano con una famiglia problematica e dotato di una immensa voglia di rivalsa, che gli consentirà di dare la scintilla a Rub per dimostrare la sua innocenza. Ma ci sono anche Il Ray Donovan della tv, Liev Schreiber e John Hannah, con l’amica di sempre Deborah Kara Unger. Un piccolo ma fondamentale ruolo, quello del giudice, viene affidato ad un attore che ha significato molto per Jewison come Rod Steiger, che come sempre risulta rude e convincente.

L’opera, fruttò a Washington l’Orso d’argento al Festival di Berlino, ed il Prize of the Guild of German Art House Cinemas al regista. L’ordinanza di scarcerazione arriverà come un soffio d’aria fresca per lo spettatore, con una sensazione di pace difficilmente descrivibile a parole. Opera realizzata alla “vecchia maniera” con la giusta dose di drammaticità, e che forse con il pubblico di oggi non riscuoterebbe lo stesso successo, che richiama ad un risonante senso di giustizia, ma ci fa anche assaporare le nefandezze dell’uomo nel modo più assoluto, rendendoci partecipi del riscatto di una persona buona.

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