Perché i Led Zeppelin sono la più grande rock band di sempre

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I Led Zeppelin appartengono a una categoria che comprende solo loro. Se sono “il sangue e i coglioni, il cuore e il tuono” (Robert Plant dixit) a rendere gli artisti sul palco credibili, emozionanti, magici, nei Led Zeppelin non c’era altro che sesso, per loro suonare era uno sfogo emotivo e un atto erotico. I Led Zeppelin hanno educato alla virilità generazioni di adolescenti delle periferie americane; hanno dimostrato che l’amore per la vita va oltre la morte, e che quattro musicisti – quei quattro – possono costituire un’unità indivisa; hanno ricercato lungo l’intera carriera qualcosa di sempre nuovo e diverso; hanno sovrapposto senza soluzione di continuità gli stili musicali più vari, accostando senza contrapporli luce e ombra, lieve e pesante, acustico ed elettrico; hanno permesso, grazie all’estetica del ‘sublime’, ovvero di ciò in confronto al quale tutto il resto è piccolo, di far vivere allo spettatore un commosso spaesamento, un’illusione di misura nel disordine e di piacere nel dispiacere.

Quali indicatori ci consentono di affermare che i Led Zeppelin sono stati il più grande gruppo rock di tutti i tempi?

I quattro Zep erano cinque

Durante la loro epopea (1968-1980), dei Led Zeppelin facevano parte quattro straordinari musicisti: Robert Plant detto Percy (voce), John Paul Jones detto Jonesy (basso e tastiere), John Bonham detto Bonzo (percussioni) e Jimmy Page detto Pagey (chitarre).

Robert Plant era in grado di plasmare la sua voce in modo da adattarla alla persona di ogni specifico pezzo, adeguandovi di volta in volta intensità, volume, timbro e tessitura. Il Percy degli Zeppelin è anche la personificazione dello stato semidivino proprio della rockstar: bello e impossibile, crudele dominatore di folle osannanti, autoproclamatosi Golden God nella città degli angeli e dei dannati, Plant-Priapo ha incarnato nel più convincente dei modi il modello dell’animale da palcoscenico.

John Paul Jones suonava il basso seguendo all’unisono la batteria di John Bonham, per creare una ritmica compatta, senza sovrastare o diminuire l’efficacia della grancassa e agendo in modo da creare l’impressione che i due strumenti fossero una cosa sola. Senza la melodia, le coloriture e la puntualità delle linee del basso di Jones, le canzoni degli Zeppelin risulterebbero indubbiamente molto più piatte.

John Bonham usava kit che comprendevano raramente più di quattro fusti e dunque il suono “alla Bonham” derivava semplicemente dal modo in cui percuoteva le pelli, oltre che da un impeccabile senso del tempo e dal coraggio di provare soluzioni sempre nuove e mai scontate. Bonzo usava  bacchette particolarmente lunghe e pesanti e una grancassa sovradimensionata. La ragione principale dell’inconfondibile timbro della batteria degli Zeppelin era però l’inclinazione delle bacchette e del polso, che gli permetteva di ricavare da qualsiasi drum kit il medesimo suono “monumentale”.

Jimmy Page non era soltanto un chitarrista spettacolare ma pure un arrangiatore, un compositore e un produttore con una visione molto chiara di quello che voleva ottenere. Al di là della perizia nel valorizzare le risorse degli studi di registrazione, lo stesso Page ama sottolineare come la sua vocazione fosse soprattutto quella del compositore, e come la costruzione di armonie avvenisse orchestrando le chitarre nello stesso modo in cui si orchestra un pezzo di musica classica, creando melodie imprevedibili all’interno di una struttura rock.

Peter Grant era ufficialmente il produttore esecutivo della band. Contrariamente però a qualsiasi altro produttore e manager, Grant viaggiava sempre insieme ai quattro Zep, dormiva negli stessi alberghi, presenziava a tutti i concerti, sovrintendeva all’ organizzazione della logistica, si occupava in prima persona di trovare una risoluzione agli imprevisti, riscuoteva i crediti, fronteggiava le minacce, metteva infine le mani addosso a chiunque gli sembrasse non rigare dritto. Faceva inoltre guadagnare ai suoi ragazzi cifre enormi, ribaltando le percentuali che nella scena rock prima di lui erano sempre andate a premiare case discografiche, produttori e promoter.

Il ‘sublime’ nei testi e nei suoni delle canzoni

I Led Zeppelin non impartiscono insegnamenti morali né fanno proclami politici. I testi dei Led Zeppelin ci incoraggiano a seguire il nostro cuore, a trovare la regina dei nostri sogni, ma anche ad abbracciare il dualismo inerente alle nostre vite.

Il messaggio fondamentale è di assumersi dei rischi, di riconoscere e rincorrere i nostri desideri, di affrontare la vita con spavalderia. Frequenti sono le liriche che parlano d’amore: amore per una donna, per gli amici, per la famiglia. Amore per il pianeta, per il prossimo, in un’ottica di fratellanza universale. L’amore è inteso anche come forza capace di portare luce, conoscenza. L’amore, infine, è pure fonte di sofferenza, e le pene d’amore azzannano il cuore e lo fanno sanguinare. Inseguire l’amore risulta comunque appagante, anche quando dobbiamo strisciare per terra nel tentativo di ottenerlo. Nelle canzoni degli Zeppelin si trovano inoltre parole intrise di misticismo, di spiritualismo, di paganesimo. Gli Dei sono panicamente ovunque, sono Armonia, Natura, Luce, e vivere pienamente sarà la nostra preghiera,

La maggior parte del canzoniere lo possiamo ripartire in quattro filoni tematici principali: la gioia di essere al mondo, le pene d’amore, il sesso e il viaggio. Particolarmente significative le liriche dei pezzi che appartengono a quest’ultimo filone, come ad esempio Ramble On, Achilles Last Stand e Kashmir, perché esprimono un principio cardine della filosofia Zeppelin: l’insofferenza nei confronti della stasi a favore della predilezione, o meglio dell’incoercibile urgenza di andare, di rimettersi in viaggio, di vagabondare. Che ci troviamo in territorio “sublime” non ce lo suggeriscono tuttavia solo i temi trattati dalle liriche, ma anche il modo in cui i suoni sono registrati su disco, e l’entità dell’amplificazione ai concerti. Siffatta potenza veniva inoltre sottolineata dallo stile incalzante, sincopato ed assordante del drumming di John Bonham, e valorizzato nelle incisioni in studio dalla produzione di Jimmy Page. 

Potenza, sensualità e misticismo

I Led Zeppelin suonavano a volumi assordanti. Creavano un bozzolo sonoro da cui la vita di ogni giorno era esclusa. Aggredivano con la potenza dei loro Marshall gli spettatori con il fine di farli saltare sulle sedie, ma l’illusione di vastità che producevano non dipendeva solo dal wattaggio ma anche dal sapiente alternare suoni acustici a suoni elettrici, toni delicati a toni potenti. Le loro canzoni non hanno quasi mai veri e propri ritornelli, sono piuttosto incentrate sui riff della chitarra elettrica e sui continui cambi di ritmo. La platea doveva essere spaventata, sedotta, dominata. Jimmy Page e compagni facevano venire i brividi alla spina dorsale grazie al volume e alla ripetitività mantrica dei riff, manipolando il suono per disorientare le menti, separarle dai corpi e trasformarle. L’aver assistito a un concerto dei Led Zeppelin viene descritto dai fan con gli stessi accenti di chi abbia presenziato ad una messa pagana, o vissuto un’esperienza sinestetica, magica che abbia permesso di vedere fisicamente l’energia e portato in luoghi dove non si era mai stati prima. Ciò che caratterizzava la band dal vivo era il rischio. Il gruppo provava ogni sera a scalare le vette dell’eccellenza, spingendo gli orizzonti sempre più lontano, fino a scorgere un’altra altura da scalare e oltrepassare. Gli Zep si fanno ascoltare soprattutto per il coinvolgimento fisico che il ritmo e il timbro della loro musica sono capaci di allertare, rendendoci consapevoli di essere vivi, di avere un corpo animale che vibra. La musica dei Led Zeppelin ha dunque visceralmente a che fare con il sesso, lo strazio, l’eccesso, le forze oscure e irrazionali dell’Uomo, la morte, il sacro. È, in una parola, dionisiaca.

La magia

Tutti i pezzi degli Zep hanno qualcosa di unico che invoglia ad ascoltarli di nuovo. Sia in concerto che su disco, i Led Zeppelin creavano (creano) in chi li ascolta la sensazione di essere trasportati in un viaggio che attraversa diversi spazi musicali. Page, Plant, Jones e Bonham adoravano suonare insieme, godendo dell’alchimia ai limiti del paranormale che permetteva loro di incastrare tutto alla perfezione, diventando più della somma delle loro parti.

La vita di Led Zeppelin ha fuso alchemicamente musica e magia, dolore e piacere per crearsi e creare libertà. I dischi, i concerti, il modo di porsi nei confronti dell’esistenza sono una dichiarazione d’amore per la vita, di cui si vogliono accogliere tutte le necessarie dualità: depressione ed estasi, distanza e profondità, lutto ed esultanza. Si tratta di una saggezza esistenziale praticabile da tutti coloro disposti a impadronirsene  per espandere edonisticamente la propria vita. E la volontà di espandersi è stata la regola cui gli Zep si sono sempre attenuti lungo l’intera parabola della band: la ricerca di qualcosa di sempre nuovo e diverso costituisce il principio portante della loro filosofia. La sovrapposizione senza soluzione di continuità di stili musicali diversi, l’intenzione dichiarata di sviluppare la propria estetica musicale a partire dall’accostamento di luci ed ombre, gli elementi – propri della controcultura – della sorpresa, della contraddizione e dell’incertezza, si possono rinvenire nella composizione musicale, nella scrittura dei testi, nella produzione dei dischi, nell’impatto visivo, sonoro e coreografico degli spettacoli, nell’elaborazione dell’artwork degli album, nelle dichiarazioni dei quattro Zep, nel loro stile di vita on the road. Tutto si tiene. E tutto è magia.

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