La folle storia della copertina del Sgt. Pepper

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Qual è il confine tra un’arte e un’altra? Cosa accomuna Mozart a Caravaggio, Dostoevskij a Johann Strauss, Pasolini a Andy Warhol? I settori dell’arte sono a comparti stagni, o si influenzano mutualisticamente attraverso un’osmosi creativa e in continua evoluzione? Nessuno conosce la risposta, ammesso che sia utile cercarla. A riguardo, potremmo pensarla come Paul Gauguin, secondo il quale l’arte è o plagio o rivoluzione, e giungere alla conclusione vagamente nichilista che molte delle opere del Novecento (siano esse letteratura, composizioni musicali, pitture o fotografie) appartengano alla prima specie, oppure vederla in maniera meno radicale, come Marcel Proust, che sosteneva che il mondo non era stato creato una volta soltanto ma tutte le volte che era sopravvenuto un artista originale a reiventarlo.

Quel che è certo, è che gli artisti nati nel ‘900 possono contare sul potere dei media, sulla loro influenza, sulle tecnologie, sulle scienze sociali, sull’esplosione di un benessere diffuso, che consente a oltre un miliardo di cittadini del mondo, di cercare risposte ai loro nuovi bisogni, non più solo omeostatici come il nutrirsi o vestire, ma più elevati e selettivi. Cinquecento anni dopo Lorenzo de’ Medici, un nuovo Umanesimo è reso possibile dalla moderna Società dei Consumi, che dagli anni Cinquanta è divenuta incubatrice e musa per tutti gli artisti della pop art, i quali riescono a trasformare in arte ogni singolo aspetto di quel mondo che, quotidianamente, viene sempre più pervaso dai mass media, ormai diventati gli insuperabili ispiratori della società contemporanea. Dalla fusione tra l’Arte e la Comunicazione dei Mass Media, nasce la Pop Art, “arte popolare”, dove l’oggetto – prodotto in serie – è destinato alla fruizione di massa e non all’utilità esclusiva del singolo individuo.

In questo nuovo umanesimo i confini si assottigliano e le distanze si riducono. La musica diventa la colonna sonora del nostro vivere quotidiano e viaggia con la leggerezza e la velocità delle onde radio. Il disco di vinile diventa un bene di largo consumo, un pratico contenitore di suoni e idiomi ancora incomprensibili alle masse (enorme è stato il contributo della musica pop alla diffusione della lingua inglese dagli anni ’60 in poi). Da semplice involucro in cartone rinforzato, le copertine dei dischi stanno mutando in qualcosa di più raffinato ed espressivo, entrando nella nostra cultura in modo dirompente, per mezzo di un’alchimia che riesce a far coesistere tanto l’immaginario quanto il fono-simbolico.

In questo contesto sta per nascere una delle più memorabili opere pop del Novecento, la sintesi perfetta tra il tangibile e l’invisibile, attraverso la musica che si fa “immagine”, fondendosi in una cosa soltanto.          

Nell’estate del 1966 Peter Blake è uno dei più noti artisti inglesi della Pop Art.  Dieci anni prima si era imposto agli occhi del grande pubblico con l’opera Sul balcone, realizzata tra il 1955 ed il 1957. È una opera prima significativa, un pezzo iconico della Pop Art britannica. In Sul balcone, Blake mostra il suo interesse per le immagini in combinazione tra la cultura pop e le belle arti.

Sembra un collage, invece è un’opera interamente dipinta. Mostra, fra le molte cose, un ragazzo (individuabile sulla sinistra) che tiene il dipinto Il balcone di Édouard Manet, oltre a gagliardetti, adesivi e copertine di riviste. È ispirato ad un dipinto di Honoré Sharrer, raffigurante operai che tengono dipinti famosi, Workers and paintings. Nella sua opera d’esordio Blake lascia trasparire la fascinazione per le composizioni “plurali”, il desiderio di celebrare la “gente comune”, seguendo gli schemi del realismo francese e delle rappresentazioni sociali del muralista messicano Diego Rivera. Composizioni che prediligono non solo gli accostamenti stilistici, ma anche la compresenza di personaggi e modalità espressive provenienti da epoche e condizioni diverse, come quelle raffigurate nel murales L’uomo controllore dell’universo, l’imponente opera (4,80 x11.45 m) di Rivera, esposta nel Palacio de Bellas Artes di Città del Messico.

Nell’estate del 1966 i Beatles hanno toccato il punto più alto della loro carriera artistica. La loro capacità espressiva si è moltiplicata, la loro musica è esplosa in un caleidoscopio di tonalità dalle sfumature che appaiono infinite, un’evoluzione senza precedenti che scuote il mondo della musica, perfino di quella definita “colta”. Permangono le basi primigenie del rock’n’roll, che si fondono sull’immediatezza dell’incrocio tra chitarre, basso e batteria, ma nuove polifonie e forme melodiche hanno caratterizzato il loro ultimo lavoro. Sono gli stessi Beatles i primi a rendersi conto che il sound rivoluzionario di I feel fine – che era diventato il loro marchio di fabbrica – era divenuto uno “spazio” insufficiente. 

Il 5 agosto è uscito il loro settimo album, si chiama Revolver: è un album ricco di espedienti tecnici e nuove sonorità, nessuna delle quali riproducibile in un concerto dal vivo. Pensiamo all’attacco “in finto live” di Taxman o alla fuga di violini di Eleanor Rigby: non risulta difficile comprendere perché il quartetto di Liverpool stanco, annoiato, sfinito dalle serie infinite di giri del mondo, il 29 agosto 1966, al termine del concerto serale del Candlestick Park di San Francisco, pronuncia definitivamente la frase “basta con i concerti”.

Liberi dagli obblighi delle tournée, i quattro iniziarono a dedicarsi maggiormente a loro stessi, a fare nuove sperimentazioni, indipendentemente dalle opinioni e dalle preferenze degli altri. George Harrison approfondì il suo innamoramento per l’India e il misticismo orientale, includendo nella sua ragguardevole collezione di chitarre anche un Sitar (che in realtà aveva fatto una prima apparizione già nel 1965, in molte frasi di Norwegian Wood). John Lennon ne approfittò per dedicarsi all’ozio creativo, un modo elegante per descrivere il suo dolce far niente, ad eccezione della conoscenza di Yoko Ono, avvenuta il 9 novembre all’Indica Gallery di Londra. Ringo Starr continuò a frequentare i parties più esclusivi del jet set londinese, scegliendo tra le più costose magnum di Champagne. Toccò quindi al più sobrio dei quattro, il compito di provare a progettare qualcosa di nuovo con cui illuminare il mondo.

Quando tornò da San Francisco Paul McCartney non si trattenne a lungo nella sua casa di Londra.  Fece le valige quasi subito per intraprendere un lungo giro disintossicante, a zonzo per i paesini della Francia, riuscendo ad assaporare i piaceri dell’anonimato andando a spasso camuffato con una pettinatura creata all’occasione e la barba finta. A fine ottobre, raggiunto a Bordeaux dal fido roadie Mal Evans, partirono insieme per una nuova vacanza in Kenya. Durante queste settimane Paul elaborò un’idea affinché i Beatles continuassero la carriera musicale dopo avere deciso di interrompere definitivamente le tournée. Durante il volo di ritorno confidò ad Evans di voler progettare un album eseguito da un gruppo immaginario di musicisti, una banda di ottoni d’epoca vittoriana chiamata “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”. Già dal 1966 Paul era attratto dai palindromi e dagli slittamenti d’identità (nel 2008 pubblicherà un album dove si nasconde dietro lo pseudonimo The Fireman), ma per Sgt. Pepper pare che il nome sia stato ispirato dalle scatoline di sale e pepe con cui lui e Mal Evans giocherellarono durante il pasto in aereo.

Tuttavia, il fatto che il nuovo disco si chiamasse Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, venne deciso dalla Band solo nel momento in cui iniziarono a scrivere la canzone: era la sera del primo febbraio 1967: Paul si rese conto i Beatles avrebbero potuto essere essi stessi la Banda del Sergente Pepe ed eseguire le altre canzoni dell’album come parte di uno spettacolo del complesso fittizio.

L’idea di una copertina così complessa fu suggerita da lui stesso. Fu a quel punto che venne contattato Peter Blake, quale art director del progetto che sarebbe risultato il vincitore del premio Grammy per la miglior copertina per album del 1968. Una copertina “plurale”, una galleria di volti celebri che ruotano attorno ai Beatles, circondati dai loro personaggi “simbolo”, con l’idea di radunare il pubblico davanti al quale avrebbero preferito esibirsi: Albert Einstein, Marlon Brando, Karl Marx, Edgar Allan Poe, Sonny Liston, Lenny Bruce, Paramahansa Yogananda, Aleister Crowley, Stanlio e Ollio, Lewis Carroll e molti altri. Le preferenze di George Harrison si indirizzarono esclusivamente verso guru e divinità indiane, mentre John Lennon non mancò di lasciar affiorare la vena sarcastica del suo carattere, pretendendo che venissero inseriti anche i volti di Gesù Cristo, Adolf Hitler e Gandhi.

Si presentò il problema del copyright. Per questa ragione, i responsabili della EMI – in primis Sir Joseph Lockwood – bocciarono il progetto senz’appello. Vista la determinazione e la compattezza dei quattro Beatles, la EMI decise di non ostacolare l’idea, declinando allo stesso tempo qualsiasi responsabilità giudiziaria o finanziaria e comunque ponendo il veto assoluto su Gandhi e Hitler. Si mise in moto la diplomazia della EMI affinché tutti i personaggi venissero contattati per ottenere la liberatoria. Nonostante i timori, gli interpellati rilasciarono il loro consenso, dichiarando di essere ben contenti di apparire e di non voler alcun compenso economico. Solo l’attore statunitense Leo Gorcey chiese 500 dollari, e fu estromesso dalla lista. Altra questione si pose per Mae West: all’inizio negò l’autorizzazione, perplessa all’idea di legare la sua immagine ad un “Club per cuori solitari”. I Beatles allora le scrissero personalmente, dichiarandosi grandi ammiratori e la West si convinse ad accettare.

La composizione stava prendendo forma. A quel punto, mancavano “solo” i Beatles, sia quelli veri che quelli posticci: il pomeriggio del 30 marzo si recarono negli studi fotografici Chelsea Manor in Flood Street e posarono per la camera del fotografo Michael Cooper per le memorabili immagini destinate alla copertina apribile di Sgt. Pepper’s. La composizione artistica di Peter Blake avrebbe contemplato i seguenti personaggi, con la seguente sequenza: disposti dalla fila più alta, da sinistra: il guru Sri Yukteswar Giri, l’occultista Aleister Crowley, l’attrice Mae West, il comico Lenny Bruce, il musicista dodecafonico Karl Heinz Stockhausen, il comico  William Claude Fields, lo psicoanalista Carl Gustav Jung, lo scrittore Edgar Allen Poe, l’attore-ballerino Fred Astaire, l’artista Richard Merkin, l’opera del pittore Alberto Vargas The Varga Girl, l’attore Huntz Hall, l’architetto Simon Rodia, la pop star Bob Dylan, l’illustratore Aubrey Beardsley, il politico Sir Robert Peel, lo scrittore Aldus Huxley, il poeta Dylan Thomas, lo scrittore Terry Southern, il musicista Dion Di Mucci, l’attore Tony Curtis, l’artista Wallace Berman, il comico Tommy Handley, l’attrice Marilyn Monroe, lo scrittore William Burroughs, il guru Sri Mahavatara Babaji, l’attore Stan Laurel, il pittore Richard Lindner, l’attore Oliver Hardy, il filosofo Karl Marx, lo scrittore Herbert George Wells, il guru Sri Paramahansa Yagananda, un manichino, l’amico d’infanzia Stuart Sutcliffe (membro della prima formazione dei Beatles, scomparso il 10 aprile del 1962), un altro manichino, il comico Max Miller, l’opera dell’artista George Petty The Petty Girl, l’attore Marlon Brando, l’attore Tom Mix, lo scrittore Oscar Wilde, l’attore Tyrone Power, l’artista Larry Bell, l’esploratore David Livingstone, l’attore Johnny Weismuller, lo scrittore Stephen Crane, il comico Issy Bonn, lo scrittore e commediografo George Bernard Shaw, lo scultore Horace Clifford “Cliff” Westermann, il calciatore Albert Stubbins, il guru Sri Lahiri Mahasaya, lo scrittore Lewis Carroll, l’agente segreto Thomas Edward Lawrence (meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia) il pugile Sonny Liston, nuovamente l’opera The Petty Girl di George Petty,) la statua di cera di George Harrison, la statua di cera di John Lennon, l’attrice Shirley Temple, la statua di cera di Ringo Starr,  la statua di cera di Paul McCartney, lo scienziato Albert Einstein, John Lennon con un corno francese, Ringo Starr con una tromba, Paul McCartney con un corno inglese, George Harrison con un flauto, il cantante Bobby Breen, l’attrice Marlene Dietrich, un legionario dell’Ordine dei Bufali, l’attrice Diana Dors. Alcuni personaggi, inizialmente prescelti dai Beatles, non apparvero nel collage finale. Fra essi, Brigitte Bardot, René Magritte, Alfred Jarry, Friedrich Nietzsche. Peter Blake arricchì l’opera con altri oggetti destinati a divenire immortali: la bambola di pezza, opera di Jann Haworth, un’altra bambola di pezza, appartenente ad Adam Cooper (figlio del fotografo Michael Cooper), raffigurante Shirley Temple che indossa una maglietta con la scritta “Welcome The Rolling Stones” e un’automobilina bianca sul grembo, un candeliere messicano di ceramica noto come “Albero della Vita di Metepec”, un televisore, due figure in pietra, una statua proveniente dalla casa di John Lennon, un trofeo, una bambola indiana raffigurante la divinità Lakshmi, la pelle di tamburo disegnata da Joe Ephgrave, un narghilè, un serpente di velluto, una figura in pietra giapponese, una statuetta di Biancaneve, un apparecchio televisivo portatile, un nano da giardino e una tuba di ottone. A completamento del collage, probabilmente per rafforzare il concept del disco, Blake inserì alcune piante di peperoncino intorno al tamburo. Nel clima culturale dell’epoca, le frasche alla base del tamburo furono “identificate” dai fan come piantine di marijuana.

Tutte le 13 canzoni contenute nell’album vennero registrate avvalendosi di tecnologie innovative, spesso accompagnate da 15 orchestrali (incluso George Martin), come nel caso di A Day in the Life, infarcita di citazioni e di bizzarrie tecnologiche, quale l’inclusione, al termine del brano, di un fischio di 20.000 hertz, udibile dai cani e dai gatti ma non dall’uomo. Da Sgt. Pepper’s a Lucy in the Sky with Diamonds, da Being for the benefit of Mr. Kite e When I’m sixty-four, il disco è uno scrigno di canzoni rivelatrici e anticipatorie.

Furono necessari 129 giorni di lavorazione, circa 300 volte più del tempo impiegato per la realizzazione del loro primo lavoro, Please Please me. Una spesa imponente, un budget più volte sfondato perfino per le profonde tasche della EMI, che fruttarono al poco accorto Peter Blake il quasi irrisorio compenso di 200 sterline, per via di una questione di diritti d’autore, incautamente non depositati per tempo.  Questo fatto non guastò l’amore dell’autore per la sua opera, il contenitore che – caso più unico che raro trattandosi di un disco dei Beatles – sembra prevalere sul contenuto, arrivando a colpire per primo il cuore di chi ascolta e di chi guarda.

Arricchita da una lussureggiante composizione floreale, riportante il nome del gruppo, la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band costituisce uno dei prodotti più popolari mai creati dalla Pop Art. Apparve nei negozi il primo giugno 1967, quando i Beatles irradiarono al mondo la loro nuova musica che avrebbe dato il La alla Summer of Love del 1967.

Invidiata, imitata, parodiata da altri artisti (tra i quali Frank Zappa nel suo We’re Only in It for the Money) nonché da colossi dell’entertainment come la ESPN, la Warner Bros e la Geffen Records, questa immagine continua ad appassionare milioni di ammiratori.

Una replica fedele dell’installazione originale di Peter Blake, che ricorda nelle dimensioni e nella policromia un murales di Diego Rivera, è esposta in modo permanente al Beatles Museum di Liverpool, in un ambiente a climatizzazione aeroponica appositamente studiato per preservare la freschezza delle piante e dei fiori.   

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