Francesco Guccini e l’amore: il significato di Farewell, Quattro Stracci e Vorrei

Posted by

“Il primo amore se lo ricorda?”

“Avrò avuto 12 anni e sbagliai tutto. Ce ne sono stati tanti altri, di amori. Positivi e negativi. Il Guccini innamorato è cambiato molto, negli anni.”

Francesco Guccini ha saputo parlare di tutto: politica, poesia, filosofia, esistenzialismo, non tralasciando l’aspetto più intimo dell’uomo sociale: il sentimento amoroso, sempre descritto come un motore sì malinconico, ma essenziale per conoscersi, non solo nel proprio microcosmo, ma anche nel sociale e poter usare le proprie emozioni per innalzarsi oltre il livello dell’apatia e dell’ipocrisia di un’esistenza senza fuochi o ideali, con cui nutrire la propria passione e curiosità. Diverse le canzoni in cui si è esposto raccontando il proprio io più vulnerabile: da Vedi cara a Incontro, da Eskimo a Canzone delle domande consuete e tante altre.

Ma tre di queste, in particolare, sono legate da un filo, una connessione che viaggia attraverso i ricordi e la sensibilità di un tema carissimo al poeta-cantautore: la genesi e il ciclo dell’innamoramento.

Con questo dubbio esistenziale, nascono Farewell, Quattro stracci e Vorrei: tre canzoni che non parlano solo d’amore, ma dell’essenza della vita stessa, del relazionarsi con gli altri come mezzo per sconvolgere il proprio cosmo: nel suo caso, portandolo a scrivere dei veri capolavori della musica italiana.

Farewell è contenuta nell’album Parnassius Guccinii (1994): dedicata alla storica compagna Angela, madre di sua figlia Teresa, è un album di ricordi che il cantautore sfoglia partendo dall’incontro in giovinezza (E sorridevi e sapevi sorridere / Coi tuoi vent’anni portati così) di una sensazione tanto elevata quanto difficile da afferrare (Come si sente la voglia di vivere / Che scoppia un giorno e non spieghi il perché), maturata sera dopo sera (E sentire i tuoi passi che arrivano / Il ticchettare del tuo buonumore). Una sensazione in grado di scandire il tempo al suono di una indefinita immensa felicità (Quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore), fatta di una libertà (Religione del tirare tardi e aspettare mattino) tanto forte da sentirsi, insieme, padroni del mondo (La città addormentata non era mai stata così tanto bella), oltre a una genuina semplicità dell’esserci (Era facile vivere allora, ogni ora) e della sensazione di aver scovato una rara fortuna (Era nato qualcosa più in fondo/ Ci sembrava d’avere trovato la chiave segreta del mondo).

Il cantautore ricorda un tempo fuggente e, con esso, i cambiamenti di quel rapporto tanto idealizzato, con gli ovvi problemi da affrontare (Non fu facile volersi bene, restare assieme / E pensare d’avere un domani, restare lontani), ma coraggiosi a tal punto da poterli vincere tutti con il sapersi accanto (Rivedersi era come rinascere ancora una volta): ma Farewell insegna che tutto ciò non basta, perché ogni storia vive di un suo peccato di unicità (Ma ogni storia la stessa illusione, sua conclusione / E il peccato fu creder speciale una storia normale), di quel coraggio e forza che, spontaneamente, sbiadiscono (E davvero non siamo più quegli eroi) e spogliano quell’antico invincibile sentimento (Siamo solo due foglie aggrappate su un ramo in attesa).

Con una citazione di Farewell, Angelina di Bob Dylan, Guccini chiude l’album dei ricordi omaggiando la relazione vissuta con gli occhi del passato (Se ti ho portato via un poco d’estate / Con qualcosa di fragile come le storie passate) di chi penserà sempre a quell’amore con una bella ma anche tremenda, a volte insopportabile, malinconia (Ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me).

È la storia di un amore che finisce. La feci sentire alla donna che mi aveva ispirato. Alla fine, freddamente, mi disse: “E ora che dovrei fare, piangere?”. Tornai a casa e gliene scrissi un’altra: un’invettiva, Quattro stracci.

Quattro stracci, compresa nel bellissimo disco D’amore, di morte e di altre sciocchezze (1996), è una delle ballate più rabbiose di Guccini, nata dall’incomprensione della fine di un rapporto che, come sempre accade, fisiologicamente porta con sé un pizzico di rancore, di criticismo e la voglia di smentire le ragioni del suo vissuto: la trama comune è l’incomunicabilità tra i due attori della storia (Sigaretta o penna nella mia destra / Simboli frivoli che non hai amato mai), talmente fitta da radicarsi dentro la propria insita personalità (Quello che ho addosso non ti è mai piaciuto / Racconto e dico e ti sembro muto / Fumare e scrivere ti suona strano), la quale, feroce come un animale imprigionato, reclama la propria libertà d’essere (Ma io sono fiero del mio sognare / Di questo eterno mio incespicare), finalmente indomita per potersi mostrare in tutti i propri fieri limiti (Non sai che ci vuole scienza / Ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità) e pronta a raccontare la sua nuova identità, senza catene alle proprie parole o idee (Ognuno vada dove vuole andare / Ognuno invecchi come gli pare / Ma non raccontare a me che cos’è la libertà).

Altro intreccio che guida il brano è la critica agli eccessivi moralismi (Di manuali contro le frustrazioni / Le inibizioni che provavi qui a casa mia), alle ricorrenti ipocrisie e solo apparenti ideologie (Tu hai la fantasia delle idee contorte / Vai con la mente e le gambe corte), tipiche di chi non ne ha mai avuto bisogno per poter sopravvivere (Le vie del mondo ti sono aperte / Tanto hai le spalle sempre coperte) e che, anzi, ricerca un motivo del proprio presente guardandosi sempre indietro (Quando sei dentro vuoi esser fuori / Cercando sempre i passati amori / Ed hai annullato tutti fuori che te).

Quattro stracci è una canzone che libera i freni a una fantasia (Un tipo perso dietro le nuvole e la poesia) bloccata da un rapporto dominato dall’incessante silenzio dei cuori e il pesante rumore della distanza tra due esseri oramai troppo diversi ed incompatibili, in un grido che suona come un plateale invito ad uscire dalla porta sul retro e a seguire una strada non più percorribile da entrambi (Ma io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri / Quei quattro stracci in cui hai buttato l’ieri / Persa a cercar per sempre quello che non c’è).

Da Quattro stracci poi comincia Vorrei, che è un’altra cosa. Queste sono storie personali che forse diventano storie di tante persone. Quattro stracci è sicuramente il punto di vista maschile della faccenda.

Vorrei nasce e diventa la più intima dichiarazione del cantautore: a differenza del passato, in questo pezzo Guccini sembra non aver paura di slegare le proprie emozioni, lasciandole libere di perdersi nella ricerca di un nuovo amore (Vorrei conoscer l’odore del tuo paese), di una rinnovata voglia di sentirsi parte di un sentimento d’unione (Vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero / Come se amici fossimo sempre stati) capace di abbracciare ogni cosa (Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci), di scoprirsi e riscoprirsi nell’altro (Vorrei con te da solo sempre viaggiare / Scoprire quello che intorno c’è da scoprire / Per raccontarti e poi farmi raccontare), con addosso quella sensazione di rinascita del proprio universo, che solo un incontro speciale può riuscire a creare (Vorrei tornare nei posti dove son stato / Spiegarti di quanto tutto sia poi diverso / E per farmi da te spiegare cos’è cambiato / E quale sapore nuovo abbia l’universo).

L’elemento dell’intimità è forte ma, allo stesso tempo, timido, proprio come un giovane che ha appena appreso i colori della vita dopo il primo bacio, come a sottolineare come un sentimento così nobile ringiovanisca e regali la giusta attenzione verso dettagli unici e magnifici (Vorrei restare per sempre in un posto solo / Per ascoltare il suono del tuo parlare / E guardare stupito il lancio, la grazia, il volo / Impliciti dentro al semplice tuo camminare), con il coraggio o sorridente ingenuità di credere e sperare, che questo tempo di amore e di altre sciocchezze, possa durare per l’eterno (Vorrei cantare il canto delle tue mani / Giocare con te un eterno gioco proibito / Che l’oggi restasse oggi senza domani / O domani potesse tendere all’infinito).

Scritta per la seconda moglie Raffaella, Vorrei si sveste di quegli elementi tipici dell’innamoramento più immaturo e adolescenziale, per mostrarsi nuda nella propria incapacità di essere senza il vivo pensiero altrui al fianco e ovunque intorno (Perché non sono quando non ci sei / E resto solo coi pensieri miei ed io), privo della paura di opprimere o incarcerare, ma solo con la voglia di voler esistere anche per l’altro e non farsene una colpa: abbracciare il sentimento e gli occhi di chi riempie i vuoti esistenziali e non dover mai rinunciare a sé stessi, ma solo a quella necessità di scrivere canzoni sull’amore che va via o sull’orgoglio che vi rimane.

È un pezzo complicato che nasce in dieci anni. È l’unica canzone che ha richiesto così tanto tempo, perché io in genere scrivo in una notte, al massimo finivo il giorno successivo. Vorrei mi ha impegnato molto, la storia la conoscono tutti, è una dedica a mia moglie che mi ha fatto scontare la canzone: è voluta tornare in tutti i luoghi citati, da Barcellona a Istanbul. Lo sapevo. Però ne sono fiero. È un gran bel pezzo.

Guccini, la compagna Angela e la figlia Teresa (1978)
Matrimonio tra Francesco e Raffaella (2011)
Rating: 4.3/5. From 12 votes.
Please wait...

2 comments

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.