Il Corvo Rosso di Pollack, tra avventura e documentaristica

Questo articolo racconta il film Corvo Rosso non avrai il mio scalpo! di Sidney Pollack in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

La ricerca di un proprio posto nel mondo è tema che ha sempre accompagnato la storia dell’uomo. Perché più la cosiddetta “civiltà” andava avanti, mostrando a molti pregi, più sfociava anche in enormi abomini giustificati dalla gran parte della popolazione. Questo rifiuto di una società non più a portata d’uomo è stata posta all’attenzione del cinema diverse volte, e tutte con ottimi risultati. Come dimenticare Jon Krakauer ed il suo Nelle terre estreme, basato sulle vicende del giovane Christopher McCandless ed il suo girovagare negli Stati Uniti, prima di giungere in Alaska. Storia che ispirò Sean Penn nel mettere in scena Into the wild ed Eddie Vedder per una colonna sonora che rimane una pietra miliare del primo decennio degli anni Duemila.

A cavallo tra metà Settecento e fino alla fine di tutto l’Ottocento dello scorso millennio, soprattutto negli Stati Uniti d’America, molti scelsero di intraprendere una vita più devota alla natura e alla riflessione, e con la Rivoluzione industriale che imperversava creando praticamente un “mondo nuovo”, la scelta più consona parve l’isolamento volontario. Proprio di questo tratta Corvo rosso non avrai il mio scalpo! di Sydney Pollack. Interamente incentrato sulla storia del trapper Jeremiah Johnson, detto anche “Mangiafegato”, la pellicola si immerge su uno sfondo naturalistico senza eguali. Tratto dal romanzo Mountain man di Vardis Fisher, e dai racconti di Robert Bunker e Raymond Thorp: L’uccisore dei corvi: la saga di Mangiafegato Johnson, la sceneggiatura viene redatta da uno dei padri nobili dei racconti di surf John Milius con la collaborazione di Edward Anhalt.

La pellicola diretta da Sydney Pollack, possiede una robustezza di intenti con una partenza che ricorda la classica avventura nelle terre sconfinate del Nord degli Stati Uniti, per poi mano mano trasformarsi in un andirivieni di azione e riflessione, tanto da portarlo ad essere un vero e proprio cult dell’epoca. I temi ci sono tutti, eternamente attuali come il rifiuto sistematico delle restrizioni imposte dalla società, ed una sorta di anarchia interiore che propende per la elaborazione.

Nonostante sia ambientato alla fine della guerra ispano-americana, (1846-1848) l’oppressione percepita da uno straordinario Robert Redford, attore feticcio del regista di Lafayette, è sentita anche dallo spettatore, entrando dirompente attraverso gli schermi. Il severo e basilare paesaggio, non privo di un certo fascino, formano Jeremiah con la richiesta pressante di una sopravvivenza costantemente messa in discussione. Il mischiarsi di due così grandi personalità come Pollack e Redford fornisce una linfa inaspettata all’opera, portando alla luce il contatto tra un temperamento più malinconico ed uno più prono all’azione ruvida, pura nella sua atrocità.

La spiritualità del protagonista può identificare la pellicola come un piccolo prontuario di formazione umana, diviso tra la necessità di crearsi un proprio spazio vitale, e le inesorabili conciliazioni che siamo costretti ad accettare per essere parte attiva di una società. Quello del duo Pollack/Redford ha tutti gli aspetti di un atto di protesta contro il vivere canonico, senza aspettative che possano intaccare la normale routine dell’uomo medio, preso come metro di paragone più volte anche da altri grandi registi (vedi Orson Welles), ma anche da illustri intellettuali come Pierpaolo Pasolini. Le personalità in questione vengono considerate come una sorta di mostri, incapaci di comprendere appieno i mutamenti della comunità, empii e servizievoli per convenienza.

Il cinema americano nel suo pieno splendore, impegnato all’europea su alcuni temi, in cui una volta nel Vecchio continente si credeva fermamente. Girato interamente nello stato roccioso dello Utah, costato quasi un anno di girato e diversi esborsi di quattrini al regista, nel nostro Paese diede a molti degli spunti di riflessione, oltre che sul rapporto dell’uomo con la natura, anche su un concetto di comunità che ricorda probabilmente più il Meridione d’Italia, intriso nei suoi riti popolari, di cui in seguito la Chiesa cattolica prese possesso, con personaggi certamente più rintracciabili in territori meno contaminati dall’industria e dalla modernità. Tra l’altro molti registi del Belpaese interpretarono in modo più a portata della comprensione italica le stesse identiche ragioni: come Marco Bellocchio ed il suo Nel nome del padre o Francesco Rosi con Il caso Mattei.

Quel gusto così seducente della malinconia e della frontiera, rende onore ad uno dei film più considerevoli degli anni Settanta, così come le onde del mercoledì da leoni di Milius che ci insegnano e ci impongono un diverso e doveroso approccio alla vita, mettendo una volta tanto da parte le inutili rimembranze americane sul cowboy buono e l’ameride malvagio. Discorso che onestamente fila soltanto nella mentalità U.S.A. ma non in alcuni dei suoi figli, probabilmente portatori del gene sano della controcultura americana, che tanto ha fatto bene, portando innovazione e spirito critico. 

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