Django Reinhardt e Tony Iommi: la storia parallela dei due chitarristi

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Dintorni di Parigi, 1928

Siamo nei dintorni di Parigi, ormai al crepuscolo dei ruggenti anni ’20, ma i bagliori che illuminano al cielo non sono quelli di uno dei tanti locali notturni: una roulotte sta andando a fuoco.

Nella casa mobile abita la famiglia di Jean-Baptiste Eugène Weiss e Laurence Reinhart, coppia di etnia sinti che si sposta girovagando tra Francia e Belgio. A uscire peggio dall’incendio è il giovane figlio Jean. Il ragazzo ha diciotto anni ed è già un apprezzato musicista, un banjoista per la precisione; almeno fino a quel giorno. Infatti nell’incendio Jean si ustiona gravemente l’anulare e il mignolo della mano sinistra, quella che gli serve per scorrere rapido su corde e tastiera dello strumento.

Il giovane porta il cognome della madre, Reinhart: il padre lo usa per evitare la leva obbligatoria; quando ha registrato il figlio all’anagrafe si è però sbagliato, scrivendo Reinhardt. Jean ha una forza di volontà sovrumana, pari solo al terrore per medici e iniezioni. Si chiama Jean, ma tutti lo chiamano Django.

Jean è Django Reinhardt.

Birmingham, 1968

Frank Anthony ha vent’anni e la testa piena di sogni di rock’n’roll; è un miscuglio di origini: il padre è nato in Brasile ma è originario di Frosinone, la madre è nata a Palermo. Presto i due sono emigrati in Inghilterra, a Birmingham, dove è nato Anthony.

Birmingham all’epoca non è esattamente la Swinging London; le sue atmosfere plumbee e il fumo delle grandi acciaierie la fanno ritenere una delle città più tristi e deprimenti d’Europa; è lì che nascerà l’heavy metal.
Anthony, come quasi tutti i giovani di origini modeste della città, lavora come operaio in acciaieria. Quella sera del 1968 sta svolgendo il suo turno, eppure il sogno di riscattarsi con la chitarra – ora che dopo un breve gavetta l’hanno scelto per suonare nei Jethro Tull – appare realizzabile. Basta allungare le dita per toccarlo.

Quella sera, però, le dita di Anthony finiscono sotto una pressa, che si prende le falangi di medio e anulare destro. Quelle che Anthony – che è mancino – usa per scivolare sulle corde della sua Stratocaster.

Gli amici lo chiamano Tony.

Frank Anthony è Tony Iommi.

La menomazione come possibilità

Come possono incrociarsi, a distanza di quarant’anni, le storie di Jean Reinhard e di Frank Anthony Iommi? Per rispondere riprendiamo la storia di Django.

I medici sono drastici, la mano offesa va amputata; il rischio di cancrena è molto concreto.

Ma Django è un manouche – così chiamano i sinti in Francia – e la sua gente non è troppo incline alle diavolerie moderne dei paesi che li vedono solo passare; Django, in particolare, è terrorizzato dalle iniezioni e non darà mai ascolto a un medico in vita sua. Questa sua caratteristica sarà per lui croce e delizia. Allora lo operano, con la famigerata anestesia al cloroformio – quella che anni dopo ucciderà un altro grande chitarrista, Eddie Lang. Diciotto mesi di convalescenza durante i quali Django inventa la sua vita futura, inventando un modo di suonare la chitarra mai visto: con sole due dita.

Dal banjo passa alla chitarra, più facile da suonare nelle sue condizioni. Dopo essersi unito a Stéphane Grappelli – un valente violinista che ama i musicisti di strada – forma “Le Quintette du Hot Club de France”, un gruppo di soli strumenti a corda che presta sfonda come uno dei primi complessi jazz d’Europa. Lo stile di Django è travolgente: ricco di inimitabili virtuosismi, ma non fine a sé stesso. Il musicista è infatti anche un apprezzato e prolifico compositore che col suo stile inventerà un genere musicale completamente nuovo, il gipsy jazz.

Avete presente il personaggio del musicista gitano in Chocolat, quello interpretato da Johnny Depp? Il pezzo che suona è Minor Swing, uno dei maggiori successi di Django. Non solo, un altro suo grande e devoto fan – Woody Allen – gli dedica più di una citazione nel film Accordi e Disaccordi, definendolo il più grande tra i chitarristi jazz.

Anche il Django dei film spaghetti western è un omaggio a Reinhardt: Sergio Corbucci era infatti un suo ammiratore, e chissà se anche Tarantino lo sa o almeno conosce l’origine del nome che anche lui ha dato a un suo eroe?

Nel dopoguerra Django è sempre in movimento, coerentemente con le sue origini gitane. Il grande Duke Ellington lo vuole in America con lui alla Carnegie Hall, e in tanti fanno carte false per suonarci assieme. Django passa alla chitarra elettrica, pioniere anche in questo, e se trova una nuova casa in New Orleans – crogiuolo di razze come piace a lui – nel Be Bop trova un nuovo stile. Pezzi come Manoir des mes reves, Tears, Nagasaki, Belleville e la celebre Nuages mettono in risalto la sua incredibile padronanza del linguaggio jazz.

Nonostante non sapesse leggere uno spartito musicale – e fosse peraltro totalmente analfabeta – Django detta le regole di un genere totalmente nuovo, influenzando i musicisti coevi e soprattutto quelli futuri.
La sua proverbiale avversione per la medicina e per le regole collegate a essa, ma spesso anche al più comune buon senso, lo portano a uno stile di vita sregolato e alla morte per emorragia cerebrale ad appena 43 anni, mentre si trova a Samois-sur-Seine, in Francia.

Il Belgio, dove la roulotte si trovava quando Jean nacque, e la Francia, titolare della sua cittadinanza, ancora oggi si contendono la paternità del suo mito. Django, però, era cittadino del mondo, nomade senza patria se non quella del jazz.

Nonostante fosse morto quindici anni prima dell’incidente in fabbrica di Tony Iommi, Django fu decisivo per la carriera del chitarrista rock.

Per lungo tempo – davanti a quel giovanotto che si disperava all’idea di non poter più suonare – i medici provarono a risolvere il problema alle sue dita; le tentarono tutte, dapprima, poi si diedero per vinti e gli dissero di lasciar perdere il rock: poteva ritenersi ben fortunato di avere ancora la mano attaccata al braccio.

Privato del suo sogno quando era a un passo dal realizzarlo, Tony sprofondò nella più cupa depressione, fino a quando non gli regalarono un disco di Django Reinhardt. La “rullata di scala cromatica”, specialità manouche che Django eseguiva con un solo dito, i suoi virtuosismi e la sua forza di volontà, gli diedero nuovo slancio. Prese il tappo di plastica di un detersivo che usava la madre – il Fairy – e iniziò a fare esperimenti. Lo sciolse, lo modellò e rivestì di cuoio, fino a farne la perfetta protesi per le sue dita menomate. Non solo, prese ad accordare la chitarra un tono più bassa, cosicché le corde fossero più morbide, e a indagare sui tipi di materiali più sottili e adatti alle sue esigenze. In breve, dalla sua menomazione nacque un modo nuovo di suonare.

Quando riprese a suonare col suo vecchio gruppo, una band di british blues composta con degli ex compagni di classe, i ragazzi erano pronti per una musica completamente nuova, per loro e per tutto il mondo.

La band si chiamava Earth, e ancor prima Polka Tulk Blues Band; uno dei suoi giovani amici, il cantante, era Ozzy Osbourne e presto quei quattro giovanotti sarebbero diventati i Black Sabbath.

Il modo di suonare di Tony Iommi non fu mai quello di un virtuoso, ma la sua versione potente del blues che tanto amava, i suoi esperimenti artigianali su chitarra e amplificatori e il suo modo di eseguire il glissato con le protesi, diedero vita a uno stile unico che in pochi anni avrebbe anche avuto un nome: heavy metal.

La carriera di Tony Iommi dura tuttora e l’ha portato dove quel giovane operaio della grigia Birmingham non avrebbe mai osato sperare.

Ed è lo stesso Tony che continua a riconoscere una parte di merito alla parabola – lontana ma parallela – del più grande chitarrista gitano di sempre, Django Reinhardt.

La stessa parabola che insegna a noi tutti come una situazione di forte avversità nasconda in sé nuove e inesplorate possibilità.

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