L.A. Confidential: Curtis Hanson e il noir sotto l’egida di James Ellroy

Questo articolo racconta il film L.A. Confidential di Curtis Hanson in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Esistono pellicole, che vanno oltre l’ordinario. Oggigiorno è la tanto paventata provocazione a farla da padrone, tanto che non importa affatto “il succo” di un’opera, ma semplicemente il clamore che può proporre. Questo genere di “iniziative artistiche”, oramai sono diventate talmente utilizzate da essersi trasformate in più che ordinarie. La troppa complessità, figlia di un retaggio culturale oramai in estinzione però ha resistito finché ha potuto, e se ne trovano a grandi tracce in un film noir del 97’: L.A. Confidential.

La pellicola di Curtis Hanson all’epoca riscosse un’enorme successo, tanto da portare a casa due Oscar, tra cui spicca quello per la miglior sceneggiatura non originale condivisa con Brian Helgeland. Una grande ambiguità regna nel film, figlia di un’abile plasmatura da parte del regista, e con la storia di tre poliziotti che si intreccia in un labirinto fatto di passioni, arrivismo e pura istintività. Le ambientazioni canoniche non devono trarre in inganno, perché la sceneggiatura viene ampiamente riletta, anche se lo spirito dell’autore del romanzo, James Ellroy, aleggia ampiamente sulle vicende della Polizia di Los Angeles.

L’ansietà che si respira sin da subito è opera delle capacità di Hanson, che dona ancora di più splendore non soltanto alla trama, ma ai tre attori protagonisti: Guy Pearce veste i panni del Tenente Ed Exley, Russell Crowe è l’agente Bud White ed un magnifico Kevin Spacey interpreta il sergente Jack Vincennes. Questo trio dai caratteri talmente diversi da risultare incompatibili, sono così pregni di una turbolenta attrattiva che ci mostrano degli aspetti umani considerevoli di nota: come l’arrivismo di Exley, o la facinorosità incontrollata di White, ma anche la nonchalance nella mancanza di valori di Vincennes. Tutte queste sfaccettature sono certamente attuali nel contesto odierno, riflettendo su come l’uomo in sé, anche dagli anni Cinquanta del Novecento non sia mai cambiato sugli aspetti essenziali della propria esistenza.

Il miscuglio tra finzione e realtà è talmente poco trasparente che potrebbe ricordarci addirittura Sidney Pollack ed i suoi tre giorni del Condor. Le verità celate, estromesse come un morbo che attraversano l’intero film, hanno un che di insana post-modernità, dove le lusinghe dei soldi facili vincono sui sentimenti ed il senso del dovere. Il volume da cui è stata tratta la pellicola ha visto la luce all’inizio dell’ultimo decennio del Novecento, terza opera della quadrilogia “L.A. Quartet”, che come filo conduttore ha la Polizia della città degli angeli nella seconda parte del decennio “bellico” degli anni Quaranta, a tutti gli anni Cinquanta.

Nonostante le remore dell’autore, che temendo rimaneggiamenti, (ed in effetti così fu), i diritti del romanzo furono acquistati dalla Warner Bros nello stesso anno della pubblicazione. Però la casa cinematografica andò a pescare proprio un grande estimatore dello scrittore di Los Angeles, che non snaturò l’opera principale, essendo anche egli un’insaziabile lettore delle sue opere.

Il titolo del romanzo trae la sua ispirazione dalla rivista scandalistica “Confidential”, tramutatosi in Hush-Hush nell’universo Ellroyano. Le semplificazioni necessarie per metterlo su pellicola, che comunque viaggia su più di due ore, si permettono di modificare addirittura il finale ed il colpevole stesso: riducendo un arco di tempo di sette anni ad un paio di miseri mesi. In sostanza furono rimosse le vicende che non riguardassero i tre poliziotti protagonisti, alterando anche qualche vena caratteriale di uno di loro, scelta comunque azzeccata per il duo di sceneggiatori.

L’anima femminile dell’opera fu affidata a Kim Basinger nei panni della prostituta Lynn Bracken, che rappresenta forse uno spiraglio di umanità nel pantano delle istituzioni losangeline, e che grazie alla sua interpretazione vince l’Oscar come miglior attrice non protagonista. L’abbattimento della città Hollywoodyana come fonte di sogni e speranze è praticamente dietro l’angolo, ricordando anche Roman Polański ed il suo Chinatown, in salsa più cinica e falsamente accomodante.

Opera talmente riuscita da avere convinto lo stesso Ellroy della bontà del progetto, non cadendo mai nel facile cliché della malinconia della conturbante e pragmatica città negli anni Cinquanta. La pellicola che per forza di cose attinge dal romanzo, mette in risalto anche un fatto di cronaca realmente accaduto e che destò molto scalpore nella comunità messicano-americana: Il famoso Natale di sangue del Cinquantuno, che vide protagonisti dei membri della polizia cittadina a danno di sette latinoamericani, cinque dei quali furono letteralmente macellati. Nonostante i tentativi di insabbiamento da parte delle autorità, la faccenda venne fuori, e furono purtroppo dispensate “solo” pene miti, a dimostrazione di alcuni rami dell’ordine che tendono sempre a difendere se stessi e mai il senso di giustizia che dovrebbe imperare nelle loro attività lavorative.

Hanson con questa pellicola riesce a consegnarsi alla storia in una marea di sottile complessità, analizzando il genere umano negli istinti più reconditi, ritraendolo in sintesi come accomodante, e che spesso e volentieri nasconde le nefandezze sotto una maschera di falsa obbedienza e diligenza.

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