I tre giorni del Condor: il thriller che anticipò le ansie moderne

Molto spesso gli esponenti della “New Hollywood” hanno raccontato le innumerevoli infamie del proprio Paese, anche perché queste ultime, sono sempre state coperte da alcuni media. La manipolazione dell’informazione è argomento tutt’ora in auge, ai limiti del complottismo più becero, anche per le futili cose. Tanto che molti politici attuali, anche con l’aiuto dei social media, cercano di influenzare una popolazione sempre più confusa.

Il teorico della comunicazione americano Noam Chomsky ha formulato diverse teorie sull’argomento, scrivendo molti libri sulla cosiddetta “Fabbrica del consenso”. L’atto d’accusa al sistema in questo caso viene mosso da Sydney Pollack: il regista di Lafayette prende spunto dal romanzo di spionaggio di James Grady, intessendo un thriller che rimane una pietra miliare nel cinema mondiale. Un film che descrive appieno l’offuscarsi del tanto agognato “American dream”, macchiato indelebilmente dall’uscita della sanguinosa guerra del Vietnam, e condito con lo scandalo Watergate, per non parlare dei vari colpi di Stato che si perpetrarono nell’America latina (cosa di cui chiaramente ancora non hanno perso il vizio).

Il sapore fuligginoso del film è abbracciato indelebilmente dalla suspense, questa viene alimentata in modo determinante dalla telescrivente che colpisce i fogli della stampante a nastro all’inizio della pellicola. Si percepisce quasi l’aria fumosa data dalla segretaria che consuma una sigaretta in ufficio facendo presagire che sicuramente accadrà qualcosa di poco piacevole. Pollack rispolvera l’archetipo Hitchcockiano, ma è decisamente più cupo, certamente motivato dal tema scottante e così d’attualità all’epoca come oggi. Il regista riesce a costruire l’inquietudine continua del protagonista con una forma misurata e concentrandosi su interrogativi veri e non costruiti ad ok per mero spettacolo.

I servizi segreti deviati fanno parte dell’intero immaginario di molti Paesi, e rappresentano quasi sempre le basi per ogni tesi complottistica: qui si paventano sotto le spoglie di Max von Sydow, che nei panni del killer Joubert tiene testa ad un Robert Redford in stato di grazia, affiancato da una delle più grandi attrici della sua generazione, Faye Dunaway. L’attrice, dona alla pellicola (oltre alle sue doti artistiche) una immensa sensualità, confermando la sua nomea di donna pericolosa (per chiarimenti chiedete a Warren Beatty e Steve McQueen).

Gli oscuri giochi di potere che da sempre mietono vittime in questo caso eliminano tutti i collaboratori dell’American Literary Historical Society, che si occupa di leggere e studiare libri e giornali di tutto il mondo con lo scopo di scovare eventuali personaggi sospetti o codici segreti (per chi non lo sapesse, alcuni libri custoditi nella biblioteche ed associazioni pubbliche erano da parte del Governo americano monitorati ed “etichettati” come sovversivi, da qui si potevano sviluppare indagini sulla persona che ne aveva fatto richiesta prendendolo in prestito dagli edifici sopracitati). Anche su questo gioca abilmente il regista, che in quest’aura di incertezza fa immedesimare lo spettatore nei panni di Joseph Turner/”Condor”, con le sue ansie portate all’estremo anche per via di una colonna sonora serrata, composta da Dave Grusin.

Pollack si giova di questa “spy story” (di cui Redford trarrà insegnamento per istruire un Pitt in erba nel film del 2001 di Tony Scott) per dare attenzione ad un tema a lui molto caro come le azioni incovertibili dell’uomo, che poi generano rimorsi. I tre giorni del Condor non deve affatto essere considerato solo come un thriller politico, ma un’azione che include lo stesso cittadino nelle trame oscure degli organismi statali. L’incontro tra Condor e lo Sparviero Nero/Dunaway rappresenta ancora di più la confusione che attanaglia il protagonista e che ad un certo punto lo porta a sospettare di lei, ma che appena può ci si avvinghia quasi in modo consolatorio nel cercare un po’ di calore umano.

Anche gli incassi per l’epoca furono considerevoli, quarantuno milioni di dollari che portarono ancora di più fama ai bellissimi protagonisti, dalla mascella forte e biondissimi, “tipicamente americani” come avrebbe detto il Woody Allen di Io e Annie. Incredibilmente quest’opera non venne per nulla considerata per la massima statuetta, anche se bisogna dire che quello è stato l’anno di Milos Forman con il suo Qualcuno volò sul nido del cuculo e di Jack Nicholson premiato con l’ambito premio, che probabilmente avrebbe dovuto vincere anche l’anno prima con Chinatown di Polański.

La pellicola custodisce in se innumerevoli spinte per quello che nei decenni successivi sarebbe accaduto negli Stati Uniti e nei paesi occidentali, rappresentando quasi lo stato di “profetico”, dai tragici attentanti dell’undici Settembre alla conseguente guerra al terrorismo, fino all’eterna fissazione americana per il controllo globale. Fonde alla perfezione politica ed esistenzialismo, marcando ancora una volta la differenza tra il sistema ed il singolo individuo, che donchisciottamente si batte senza alcun aiuto concreto, visto come una pedina da spostare a piacimento.

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