In memoria di Lyle Mays, il “lato oscuro” di Pat Metheny

“Come si può mettere la Nona di Beethoven in un diagramma cartesiano? Ci sono delle realtà che non sono quantificabili. L’universo non è i miei numeri: è pervaso tutto dal mistero. Chi non ha il senso del mistero è un uomo mezzo morto”.

Albert Einstein

Senza lati oscuri, senza mistero, la nostra esistenza sarebbe terribilmente povera, priva di fascino. Se vivessimo in una dimensione totalmente razionale vivremmo senza emozioni. Saremmo privi dello stupore e della partecipazione a tutto ciò che è più grande, rimanendo ancorati goffamente a terra come navi in secca.

Saremmo come il Pat Metheny Group senza Lyle Mays.

Parlando di carriere come queste non è possibile dettagliare, essere esaustivi nello spazio di un articolo. Pressoché infiniti sarebbero argomenti e spunti, episodi degni di analisi e le dissertazioni. E pur tentando queste impervie strade si tornerebbe con in mano un pugno di mosche: l’indefinibile eppur riconoscibile arte di Mays renderebbe tutto vano.

Non posso che percorrere il filo dei ricordi, d’altronde ognuno di noi fan porta cucita addosso la propria personalissima storia con Lyle.

La mia inizia con un colpo di fulmine proprio nel bel mezzo di un film culto generazionale: Fandango (Kevin Reynolds – 1985).

Gli accordi ariosi sono percorsi da un flusso di pura evocazione. Immediatamente il suo tema diventa simbolo di un passaggio delle età: la fine del carico di illusioni che ha percorso il secolo scorso e il bagaglio malinconico di speranze che ha portato in dote.

Un giorno capiremo perché Wichita sia così importante per la musica, così come la poderosa, determinante storia del Pat Metheny Group, una delle poche formazioni fusion in grado di raggiungere costantemente il grande pubblico mantenendo un livello musicale altissimo.

Ma quella melodia non fu scritta per un Kevin Costner che parte per il Vietnam: apparve prima, nel 1981 in As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls (ECM Records), lavoro a nome Pat Metheny e Lyle Mays, ovvero il favoloso duo che esordì già nel 77 con Watercolors a nome Metheny, prima di chiamarsi esplicitamente “Group” l’anno dopo.

Fa parte degli albori della lunga e appassionante storia di due immensi talenti che hanno trovato l’uno nell’altro la collocazione ideale: perfetto amalgama delle torride estati del Missouri di Mark Twain e del primordiale fascino dei Grandi Laghi tra Stati Uniti e Canada.

La loro narrazione non può essere divisa, e nonostante la mostruosa, separata carriera jazzistica di Metheny, la storia della musica ce li ha consegnati in un indivisibile e compatto formato PMG.

Allora è proprio nei primi anni 80 che nasce uno dei più bei diari musicali mai registrati.

È il 1983 e Travels è un live inimmaginabile, ricchissimo viaggio fra le suggestioni mid western (Farmer’s Trust, Travels, The Fields, The Sky) e le eleganze brasiliane (Straight on Red).

Una ardita sintesi che Mays opera in modo imponente: la monumentale Song For Bilbao, Goodbye, San Lorenzo, Phase Dance, Are You Going With Me sono gioielli di musica pura, altissima, emozionante.

Travels racchiude la prima fase di vita del PMG e ne apre al contempo la seconda, quella di una pienezza che arriva a toccare assoluti raramente raggiunti.

Sanciti dal passaggio da ECM a Geffen, ovvero liberi dalla ormai ingombrante influenza di Manfred Eicher, assoluti sono i due lavori a chiudere il decennio: presagiti da Offramp (1982) e da First Circle (1984), sto parlando di Still Life (Talking) (1987) e di Letter From Home (1989).

Se mai qualcuno avesse cercato di concepire il perfetto matrimonio tra musica occidentale e musica sudamericana, tra le due estremità del continente americano, in questi lavori avrebbe trovato altrettanto perfetta soddisfazione.

Qui Lyle Mays raggiunge vette difficilmente eguagliabili: armonicamente, dal punto di vista del contrappunto, dei temi, dei solo, dei suoni resi marchio di fabbrica e infine per quelle idee che lasciano ancora a bocca aperta.

Nel frattempo il lusso di un pregevole album solista (Lyle Mays 1986), primo di pochi, e soprattutto di una produzione dal potente riverbero internazionale, vera e propria hit a firma Metheny/Mays assieme ad un certo David Bowie.

Di certo The Falcon and The Snowman (1985) sarà ricordato solo per la fascinosa colonna sonora, con quell’indimenticabile gioiello pop che è This is Not America.

Più frammentari gli anni dai 90 in su, in cerca di una nuova identità, di un nuovo presente a sfiidare l’ingombrante passato.

Numerosi i cambi di stile e formazione, tra le influenze acid jazz del periodo con il vendutissimo We Live Here (1995) che segna il cambio di decennio e di direzione, fino all’elegante classicismo jazz, quasi cameristico, di Quartet (1996) che chiude la felice era Geffen per entrare in Warner Bros.

Ritorni di fiamma e vaghezze new age in Imaginary Day (1997) e dopo lungo silenzio lo scolastico Speaking of Now (2002).

Nonostante la sempre pregevole confezione, la fresca ispirazione del primo periodo fatica a tornare e l’esperienza si chiude tre anni dopo con The Way Up per Nonesuch, colta suite in 4 parti che si prende con merito il Grammy di miglior album jazz del 2006.

Non ci resta che pensare con amarezza che quella “ricorrente” e lunga malattia avesse già cominciato a minare le forze del nostro eroe silenzioso. Sicuramente la sua assenza ha “misteriosamente” iniziato a minare le nostre.

A Luca Righi

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