Josh Klinghoffer e Red Hot Chili Peppers: storia di un amore non corrisposto

Le vicende che riguardano la decade di Josh Klinghoffer alla corte di una delle band mainstream più rilevanti ancora in attività, in realtà potrebbe fare immedesimare più di un lettore. Forse quasi chiunque ha vestito, almeno una volta nella vita, i panni del “Josh Klinghoffer”: in un legame di amicizia, in un impiego lavorativo, in una circostanza non equilibrata di rapporto in famiglia, o più facilmente in amore.

Quel genere di amore o di colpo fortunato che piove dal cielo quasi all’improvviso, l’occasione irripetibile, il partner o la circostanza che non credevi di poter realmente ambire eppure ecco qui. Lo sai che ti farà male, perché dovrai scontrarti con paragoni e aspettative di dimensioni titaniche, con altrettanta lucidità sei conscio di star fallendo già nel medesimo momento in cui stai annuendo per dir di sì, ma comunque non puoi tirarti indietro, perché ne avresti il rimorso a vita.

Josh Klinghoffer incontra per davvero la sua “donna”, ovvero i Red Hot Chili Peppers, durante la leg americana del 2000. In quel momento ella è bella, raggiante, invidiata da tutti. Si fa accompagnare nei suoi viaggi da gente come i Foo Fighters, Blonde Redhead, Stone Temple Pilots, Fishbone. Ogni tanto riesce ad incrociarla anche lui, nelle umili vesti di gruppo spalla, fa parte dei Bicycle Thief, una esile indie band americana capitanata da Bob Forrest, amico e rodie dei Peppers da metà anni ottanta appena disintossicato dai suoi demoni interiori. A loro tocca scaldare il pubblico spesso per primi, verso la fine del pomeriggio estivo, quando il sole sta andando via, manca ancora abbastanza per gli headliner e la gente prega che il tuo set non richiesto duri poco. Nonostante la presenza marginale nel tour, il ragazzino (appena ventenne) si fa notare dai quattro peperoncini, apparendo persino nei dietro le quinte del concerto “Off The Map”, fotografia di quel tour dei Red Hot dal potenziale esplosivo di muscoli, adrenalina e rock sfrontato.

Tra quelle tappe a stelle e strisce, Klinghoffer non conosce solo la sua futura “fiamma” peperoncina, ma anche il suo tassello più pregiato e irrequieto: John Frusciante. Il personaggio che, nella storia, assurgerà inizialmente a ruolo di mentore, suo saggio eremita degno di film di arti marziali, per poi evolvere in una sorta di passivo antagonista. Assieme (e con la presenza di Flea) fondano una coverband dei Joy Division che si esibirà solo per una notte, poi incideranno in coppia praticamente una decina di album solisti e paralleli, da distribuire sotto vari moniker, compreso l’apice: The Empyrean. L’empireo, il punto non solo più alto del cielo, ma anche del sodalizio tra i due musicisti. Perché, nonostante in questa avventura discografica, prevalentemente le idee e la penna siano quella di Frusciante, Klinghoffer si dimostra la sua spalla più eccellente, importante ma senza strafare. Il suo Robin, il suo Dottor Watson, e di “elementare” c’è solo la loro perfetta intesa che li portava a cavalcare in poco più di un lustro Pop, Rock, Psichedelia, Elettronica, Krautrock e infine il Progressive. Rivisitato proprio in quel The Empyrean, che si snoda come un concept album che narra la figura di una morte e una rinascita. E nella copertina del disco, appare lui, Josh Klinghoffer; in una strana simbologia, come fosse stato appena disseppellito e pronto all’azione, a camminare con le proprie gambe.

Nel frattempo i Red Hot Chili Peppers, anzi “la madama peperoncino”, si è messa in ghingheri: un paio di live, un Greatest Hits e ben due album. Il secondo generosissimo: due dischi 28 brani, persino una decina di b-sides con un songwriting piuttosto articolato dalle sonorità ricercate. A Klinghoffer capita di salire sul palco con “Lei”, e con umiltà rende i suoi servigi, cavandosela. Al punto che ella chiede di rimanere fino a fine di quel tour. Poi, qualcosa succede. Accade l’imprevisto tra “Lei” e John Frusciante, due amanti vincolati da un rapporto di ardore smisurato, intervallato da incomprensioni drammatiche, una coppia che conosce bene come si prova a fare del buon sesso incazzati neri a vicenda. Perché, si sa, la passione ha un prezzo e non un costo, e non puoi semplicemente “pagarlo” per riaverla indietro. Per questa ragione l’amante John va via di nuovo, già l’aveva fatto, nel 1992, ma allora era giovanissimo. In preda ad ansie da notorietà e prospetti futuri, di come avrebbe cresciuto eventuali “bambini” discografici. Insomma, responsabilità che non voleva. Oltre una quindicina di anni dopo, stava spezzando nuovamente il cuore alla sua donna. Con una consapevolezza di un adulto, ma forse, ancora l’ istinto giovanile abbandonare la bambagia della comfort zone a quasi quarant’anni.

Mentre lui esce di scena, Josh Klinghoffer è lì, a metà 2009, la chitarra sbagliata al momento giusto. Perché quando “la madama peperoncino” arriva nel fatidico giorno di chiedergli di uscire, lui arrossisce. Quasi si nasconde, dietro quella moltitudine di strumenti musicali che ha suonato più per gli altri che per lui fino a quel momento. Già, Josh la sei corde la sa imbracciare, ma non è il suo strumento primario. È nato batterista, ha suonato molto anche tastiere e basso nella combriccola del pesante ex di turno. Ma per “Lei” decide di gettare il cuore oltre l’ostacolo, sacrifica i suoi Dot Hacker (la sua prima vera band) ed entra nei Red Hot Chili Peppers.

Alcuni pensano sia proprio il prescelto di Frusciante, che lui abbia istruito Josh prima di abdicare, come facevano i Re di una volta quando il trono iniziava a scottare. Ma la realtà è ben diversa: John semmai è sorpreso che la sua “Lei” abbia deciso di rifarsi una vita senza di lui, pensava stavolta si sarebbe fermata ad attenderlo. Furioso, si ritira tra i suoi progetti, rilasciando di rado alcune interviste, in quelle poche, dissimula ogni emozione verso la sua vecchia fiamma. Affermando che, in realtà, non si sentiva un musicista adatto a esibirsi dal vivo, ma più un compositore d’altri tempi. Che gli andava bene così. Lontano dagli occhi, lontano dalle note. La volpe e l’uva. E lui è il più volpe di tutti.

Intanto Josh Klinghoffer viene quasi immediatamente viene spedito in studio di registrazione con la sua nuova fiamma, per incidere quello che sarebbe stato il successivo disco della band, I’m with you, ben 5 anni dopo il precedente. Titolo paradossale, perché in realtà “con lui” ci sono più perplessità che reali supporter. Buona parte della fanbase si chiede come si possa sostituire un Guitar Hero hendrixiano con un polistrumentista appassionato dei Radiohead adattato da poco ad un ruolo specifico. In cabina di regia persino il produttore storico Rick Rubin sembra avere più peso decisionale di lui e il terzetto di colleghi non sembra fornirgli chissà che fiducia. Insomma, nelle prime uscite, la coppia appare un po’ goffa: lei irraggiungibile, lui intento a prendere le misure dei suoi amici storici, perdendosi nei loro dialoghi, colmi di riferimenti difficili da cogliere se non si è vissuto quel passato assieme. Una metafora forse fin troppo elegante per definire un disco che, in realtà, suona come il peggiore dell’intera discografia della band: piatto, banale, troppo spesso senza più di un reale spunto a canzone. Offrendo qualche soddisfazione solo quando la formazione smette di far finta che Frusciante, l’ex – la volpe, sia ancora nella formazione lì con loro.

Un annetto dopo iniziano ad uscire una serie di singoli a cadenza periodica, le chiamano le b-sides delle precedenti session, in realtà è un modo per far lavorare il nuovo musicista a fari spenti, con la volontà di fare uscire l’asterisco da schemi e mappe che erano stati già di qualcun’altro. Alla fine i brani saranno 17 e saranno raccolti in un doppio vinile limitato per il Record Store Day del 2013, I’m Beside You che, oltre al gioco di parole, contiene più intuizioni e qualità dell’album base di due anni prima. Per quanto manchi di omogeneità stilistica, suona sicuramente più diretto e coraggioso. Materiale non privo della solita sindrome da “ ritornello debole”, ma le personalità dei singoli interpreti ha più spazio per respirare. L’esperimento, che rimarrà quello di cui Klinghoffer si dichiarerà a posteriori più fiero, porta a casa anche il successo di aver allontanato la matrigna cattiva, Rick Rubin, dalla cabina di regia. Il produttore, in passato contestato da una buona parte della fanbase della band (ma anche da numerosi artisti quali U2, Muse, Slipknot, Metallica e tanti altri durante la decade ‘00) per il vizio della Loudness War delle sue produzioni, non aveva mai legato con Josh.

Ma I’m Beside You era pur sempre una raccolta di lati B, per il nuovo album, “Lei” torna ad essere ansiosa. Nel senso che, gli altri tre della band, proprio non riescono a fare a meno di un parere esterno che possa giudicare. Per quanto Josh tenti la strada dell’autoproduzione, è alla fine costretto a cercare l’ennesimo intermediario. Dopo una discreta lista di rifiuti, l’incarico va a Danger Mouse, musicista e produttore, amico di Klinghoffer da un decennio e con un curriculum che va dai Gorillaz ai The Black Keys. Un modo per riequilibrare le leadership in seno alla band. Ma le session procedono lente, Flea subisce un incidente e resta fermo più di un mese, e quando Danger Mouse giunge negli studi di registrazione scarta buona parte dei pezzi nuovi. Perché il suo modo di lavorare è molto diverso dal più lascivo Rick Rubin, pretende di guidare buona parte del processo delle canzoni. Partendo non dalle jam, ma da una sola idea sviluppata da un solo componente per poi puntare ad un approccio più corale. Uno stile insolito dei Red Hot, che porta via ulteriore tempo.

Anche stavolta sono cinque gli anni di attesa, alla fine esce The Getaway. Un disco che presenta nella copertina quattro figure, ognuna incarna la personalità di un elemento della formazione: il cauto procione è Flea, il corvo in attesa è la metafora del singer, a Chad tocca il ruolo dell’orso, mentre a Josh quello della bambina. La copertina, per quanto non fosse nata per l’occasione, lascia però intuire una maggiore identità della nuova Lineup nella proposta, aggiungendo una spruzzata di sound DaftPunkiano ad una amalgama più serafica e meno rock.

Un disco che parte in sordina, un po’ algido e passeggia verso un’emancipazione ottenuta però solo a tratti. Tra alcune piacevoli canzoni, l’autoreverenzialità dietro l’angolo è pronta a bussare alla porta come un fantasma: armonizzazioni, sezioni slappate di basso e soluzioni beatlesiane. Tra un songwriting un po’ incerto, fatto di qualche taglia e cuci non del tutto naturale, alberga la sensazione di un disco che ha paura di osare per davvero, di uno zero a zero nel timore di subire una sconfitta al novantesimo. Eppure  così non si ottiene nemmeno una reale vittoria.

Le vendite non premiano la formazione (che comunque decide di regalare il disco come bonus di acquisto dei biglietti dei concerti per evitare un’emorragia ben maggiore in classifica), lasciando un po’ di amaro in bocca anche tra gli interpreti. Anche i singoli, per quanto migliori rispetto al precedente lavoro, globalmente mancano di quella capacità di bucare le casse dello stereo ed invadere il circuito mainstream, come era invece accadeva in passato.  Quest’ultima caratteristica, a prescindere dalla qualità globale della proposta, è una cosa che è sempre mancata ai Red Hot Chili Peppers orfani di John Frusciante e del suo spettro ancora ingombrante. Sin dalla formazione originale, passando per Navarro, la maledizione della hit mancata sembrava seguirli.

Certo, in un mercato discografico profondamente cambiato dagli anni 90, è difficile fare numeri da capogiro, si compensa con le soddisfazioni concertistiche: lo dimostrano le suggestive cornici paesaggistiche dello show alle piramidi di Giza, interazioni con il pubblico come al Pinkpop 2016 (forse la migliore performance del decennio), l’invito al SuperBowl 2014 e ai Grammy 2019, entrambi vissuti però da spalla ai veri protagonisti, prima di Bruno Mars e poi di Post Malone. Ambedue operazioni di ricambio generazionale non propriamente riuscite, in cui il quartetto assume le vesti di stanco satellite di performer di estremamente più appeal. Difficile, per una band che da sempre ha fatto dell’impatto muscolare il proprio vessillo da esporre con orgoglio, presentarsi con la medesima freschezza senza aver trovato una strada definita da scegliere. Lo zero a zero di cui parlavamo. Una partita che i tre senatori della band oramai appagati, non sembrano nemmeno più giocare per davvero.

Cullati e consci da/di una media di 10-13mila spettatori a serata, un pubblico che avrebbe acquistato comunque il biglietto dello show.

Chi invece è obbligato a giocare è Josh Klinhoffer: il “nuovo”, anche dopo anni, colui il quale doveva sempre dimostrare tutto, accompagnato da tre musicisti con due decadi e qualche matrimonio in più sulle spalle, che non avevano la stessa fame di riscatto. A questo punto  Klinghoffer diventa un moderno Don Chisciotte della Mancia, al galoppo della sua effettatissima chitarra, a scontrarsi tra i mulini a vento delle perplessità di critici, paragoni e confronti sotto i video di YouTube e fans che rimpiangevano di essere nati nella decade “sbagliata” per godersi le jam e gli assoli che ammiravano nei Dvd. Il pianto che si fa così forte da coprire una sei corde che, fino all’ultimo, non ne vuole sapere di piegarsi nel ruolo di clone di Frusciante. Meglio nascere erbaccia spettinata che un’ennesima margherita senza odore. Per quello sarebbe bastato un qualsiasi musicista preso a caso da una cover band in giro per il mondo. Josh, tra le sue insicurezze, si ostinava comunque a calcare un’impronta di sua personalità in una spiaggia già scolpita da numerose orme di illustri chitarristi. Soprattutto di uno. John Frusciante.

Il musicista che sfugge di continuo, facendo impazzire non solo wikipedia, ma anche i tre senatori della band. Lui che, secondo le più fantasiose interpretazioni dei fans, potrebbe celarsi metaforicamente in quella volpe messa come controcopertina di The Getaway e mai del tutto chiarita nell’artwork. Stendendo il digipack del disco, infatti, si ha l’impressione che sia proprio questo quinto essere a guidare gli altri quattro. Un’allegoria terribilmente calzante, perché tra quei quattro animali, probabilmente, non c’è spazio per l’unica umana della scena: quella bambina incarnata da Klinghoffer. Lo showbiz musicale è una jungla e sopravvivono quelli che già hanno assorbito l’habitat.

Il temuto ex della “Madama peperoncino” alita fiato sul collo di Josh Klinghoffer. Lui ancora non sa, ma già a metà 2018 le due parti si erano riavvicinate: John ha prima una cena con il cantante, poi presenza un incontro di boxe con Flea e manda una serie di email allo staff. Josh non cede alla paranoia. Passa tutto il 2019 componendo con gli altri quello che doveva essere il nuovo disco della band e sarebbe folle se lui per primo dubitasse della riuscita del piano: sarebbe una resa. Ad alzare bandiera bianca infatti sono gli altri tre, che intervallano la scrittura del disco con Klinghoffer ad alcune jam con Frusciante, senza accennare nulla al collega.

Perché si, arriva il momento in cui quella chimera si spezza. Si compie inevitabile ciò che è scritto negli amori impossibili e folli già in partenza: quella bella madama che Josh aveva aiutato a rimettersi in piedi (con oltre 250 concerti, una decina di anni e tre dischi), si volta e lo pugnala con il medesimo coltello che aveva ferito lei. Potrebbe essere una tragedia greca, in realtà è il crudo processo dell’arte: cieca verso la gratitudine e così masochisticamente spinta verso una nuova e vecchia imprevedibilità che potrebbe sì farle di nuovo male, ma anche sentire viva e ancor più ricca. Perché l’intesa è una merce e magia rara, non puoi scegliere con chi condividerla.

Ci si chiederà:

“Perché Josh Klighoffer non resta come secondo chitarrista?”

“Perché Klinghoffer e Frusciante non riescono più ad avere quel rapporto del decennio scorso?”

Dietro queste legittime domande, si nasconde una ancora più sottile alle loro spalle: voi riuscireste ad essere migliori amici di un secondo soggetto, amando la stessa donna nel medesimo periodo? Nemmeno loro. È per questo che i due musicisti sono oramai destinati (condannati? salvaguardati?) a vivere alternati, come fossero l’uno il giorno e l’altro la notte, senza mai più realmente comparire assieme.

E purtroppo per Josh, il sole è capitato all’altro.

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