L’altro lato di Martin Scorsese: tutti i documentari del regista

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“Io non faccio differenza tra i miei documentari e i miei film, anche se questi ultimi mi richiedono più fatica. Come potrei farne?”

Accanto ad una filmografia nota a tutti (e che non ha bisogno di presentazioni) il regista Martin Scorsese ne ha un’altra, composta da una lunga serie di documentari, alcuni dei quali veramente imperdibili, che col passare degli anni diventa sempre più importante dal punto di vista numerico, meritando l’attenzione di chiunque voglia conoscere a fondo l’opera del grande cineasta italoamericano.

È noto che l’interesse di Scorsese per il cinema documentaristico inizia nel momento stesso in cui avvengono i suoi primi passi come regista: il suo primo documentario in assoluto risale al 1966 ed è intitolato New York City… Melting Point, del quale conosciamo approssimativamente solo la durata (circa cinquanta minuti) e il fatto che si tratta di un’opera finanziata dalla United States Information Agency (USIA), realizzata con finalità educative e informative.

L’esperienza di Scorsese in questo campo comincia a consolidarsi nel 1970 (un anno dopo essere riuscito a distribuire in sala il suo primo film, Chi sta bussando alla mia porta? con protagonista Harvey Keitel), con due lavori che, col senno di poi, possono considerarsi fondamentali per la “seconda filmografia” del regista: insieme alla fedelissima Thelma Schoomaker, Scorsese fa infatti parte del team che cura il montaggio di Woodstock, il film di Michael Wadleigh che immortala l’evento più famoso della storia del rock, mentre allo stesso tempo cura in solitaria la post-produzione del docufilm Scene di Strada 1970. Interessante incursione nel cinema militante, Scene di Strada 1970 nasce da un’idea di Scorsese, all’epoca insegnante alla New York University, che decide di creare gruppi di studenti (ai quali affida le preziose attrezzature dell’università) che hanno il compito di filmare le enormi proteste del movimento studentesco contro la guerra in Vietnam, avvenute tra Wall Street e Washington nel maggio di quell’anno. Il risultato è parzialmente disastroso: non solo parte delle attrezzature per filmare viene distrutta durante le proteste, ma il film definitivo viene ripudiato dagli stessi membri del movimento studentesco. Nonostante la modesta accoglienza il film è comunque oggi un reperto di grande interesse dal momento che, oltre alle scene di protesta tra le strade, mostra anche Harvey Keitel, Verna Bloom, Jay Cocks (futuro sceneggiatore di L’età dell’innocenza, Gangs of New York e Silence) e lo stesso Scorsese impegnati in infuocate discussioni su ciò che sta accadendo in quei giorni così carichi di tensione.

I documentari più significativi degli anni settanta devono però ancora arrivare. Nel 1974 è il turno di Italoamericani, realizzato durante la post-produzione di Alice non abita più qui e facente parte di una serie prodotta dal National Endowment of the Humanities, realizzata in occasione del bicentenario degli Stati Uniti (ogni documentario della serie è imperniato su un diverso gruppo di immigrati). Questo particolare mediometraggio è stato realizzato da Scorsese senza alcun tipo di preparazione: il suo intento era infatti quello di realizzare un anti-documentario, che risultasse il più spontaneo possibile. Nei suoi quarantotto minuti di durata, Italoamericani mostra un pranzo a casa Scorsese: Catherine Cappa e Luciano Charles Scorsese (genitori del regista e indimenticabili comparse nei suoi film) accolgono il figlio Marty e la ristretta troupe in casa loro e raccontano a favor di macchina da presa la storia della famiglia, dai loro genitori emigrati dalla Sicilia in cerca di una nuova vita fino al loro matrimonio. “Partito per trattare dell’immigrazione, è diventato un film su due persone che hanno vissuto insieme quarant’anni, sui loro rapporti reciproci e con me. È un film strano, stravagante”, spiega Scorsese poco dopo la sua realizzazione: al di là dell’interesse per il suo contenuto, Italoamericani è una tappa obbligatoria per chi è interessato a capire da dove provengono il realismo e la spontaneità di certi momenti di film come Quei bravi ragazzi.

Rimasto nell’oblio per anni prima di conoscere una nuova vita in rete, Ragazzo americano (American Boy: a Profile of Steven Prince) è un altro mediometraggio di culto del versante documentaristico di Scorsese: realizzato nel 1978 con un gruppo di amici durante il periodo più buio della vita del regista (reduce dal sonoro flop di New York, New York e in preda alla dipendenza da cocaina), il film è una sorta di gemello di Italoamericani (vennero spesso proiettati insieme), ma si concentra questa volta sui bizzarri racconti autobiografici di Steven Prince, ex-tossicodipendente, ex-road manager di Neil Diamond nonché amico personale di Scorsese e comparsa indimenticabile in Taxi Driver (era il venditore d’armi che procura la pistola al protagonista). Ragazzo americano è una delle pellicole di culto di Quentin Tarantino, che non solo ha plasmato su Steven Prince alcuni aspetti del personaggio di Tim Roth nel suo Le Iene (riprendendo da American Boy anche la scena della lotta in ufficio tra Eddie e Mr. Blonde), ma ha anche deciso di omaggiare in modo indimenticabile quest’opera di Scorsese nel suo capolavoro Pulp Fiction, riadattando per il film uno dei racconti di Prince a proposito di un’iniezione di adrenalina nel cuore di una donna in overdose, con l’aiuto di un libro di medicina e di un pennarello, avvenuta a casa di uno spacciatore.

Nello stesso anno è anche il turno del primo vero film-concerto interamente realizzato da Scorsese: L’Ultimo Valzer, amatissimo dal regista, è infatti la pellicola che consegna ai posteri il leggendario concerto d’addio dei The Band avvenuto il 25 novembre 1976. Tra un impressionante elenco di ospiti sul palco (tra gli altri segnaliamo Bob Dylan, Neil Young, Joni Mitchell, Van Morrison, Eric Clapton, Muddy Waters e Ringo Starr) e performance indimenticabili, il film (che alterna concerto e interviste ai membri della Band) è entrato nella storia anche per la cura all’epoca non comune con la quale è stato realizzato: oltre sette macchine da presa con pellicola 35mm per filmare il tutto, tre eccellenti direttori della fotografia a manovrarle (Micheal Chapman, Vilmos Zsigmond e Làslò Kovàcs), la gestione delle luci affidata allo scenografo Boris Levin e il pubblico quasi interamente eliminato in fase di montaggio. Il risultato fa scuola e ancora oggi L’Ultimo Valzer è un’opera fondamentale per ogni regista che voglia immortalare un’esibizione live, nonché per ogni vero appassionato del genere.

Dopo il trionfo a sorpresa di Toro Scatenato (Scorsese temeva infatti che sarebbe stato il suo ultimo film), il regista abbandona il mondo dei documentari per parecchi anni. Per rivederlo cimentarsi in questo campo bisogna attendere il 1995, quando Scorsese realizza l’epico Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese, della durata di tre ore e quarantacinque minuti. Muovendosi tra gli anni dieci e gli anni settanta, Scorsese mostra spezzoni tratti da una selezione di alcuni tra i più importanti film realizzati negli Stati Uniti, raggruppandoli in base alle caratteristiche dei registi: il regista come narratore, il regista come illusionista (che ha inventato tecniche utilizzate negli anni successivi), il regista come imbroglione (che ha nascosto messaggi sovversivi nei suoi film) e il regista come iconoclasta (che ha attaccato il conformismo sociale). Quattro anni dopo Scorsese ripete l’operazione, questa volta col cinema italiano: Il mio viaggio in Italia dura oltre quattro ore ed è ancora oggi uno dei più grandi documentari mai prodotti sul cinema italiano, che si concentra per quasi metà della sua durata sulla filmografia di Roberto Rossellini (vero e proprio punto di riferimento per Scorsese, che per qualche anno è stato inoltre sposato con la figlia Isabella), andando poi ad analizzare l’opera di altri grandissimi maestri del nostro cinema come Antonioni, De Sica, Fellini e Visconti.

Gli anni duemila portano grandi cambiamenti su tutti i fronti della filmografia di Scorsese, dopo tre decenni di sperimentazione frenetica e continui cambi di direzione: Gangs of New York e i film successivi vedranno la produzione cinematografica del regista stabilizzarsi sul colossal d’autore, mentre per quanto riguarda il versante documentaristico è durante questo decennio che Scorsese si lancia nella realizzazione di una serie di opere dedicata alla musica che ha sempre amato, dal blues al rock. Nel 2003 arriva infatti Dal Mali al Mississippi (Feel Like Going Home), primo episodio della docuserie intitolata The Blues, incentrato sulla scoperta delle radici africane della musica blues e con protagonista il chitarrista Corey Harris in viaggio verso il Mali.

Nel 2005 è il turno di No Direction Home, uno dei documentari più acclamati di sempre sulla vita e sulla carriera di Bob Dylan, tre ore e ventotto minuti di durata tra interviste (realizzate prima dell’ingresso di Scorsese nel progetto) e materiale d’archivio, durante le quali si ripercorre la storia del menestrello di Duluth dal suo inizio fino allo storico incidente motociclistico del 1966. A trent’anni esatti di distanza dall’uscita di L’Ultimo Valzer, nel 2008, Scorsese lancia nelle sale di tutto il mondo il suo nuovo film-concerto Shine a Light, che regala alla storia una splendida istantanea di ciò che sono ancora oggi i Rolling Stones: filmato principalmente il 1° novembre 2006 al Beacon Theatre di New York, Shine a Light mostra gli Stones (all’epoca già ultra-sessantenni) in tutto lo splendore della loro energia live, e basta solo l’inizio fulminante con Jumpin’ Jack Flash per scatenarsi. Nonostante la mancanza di Gimme Shelter in colonna sonora (evidenziata ironicamente da Mick Jagger in un’intervista), Shine a Light rimane un film imprescindibile per i fan e un’opera decisamente meritevole di visione per tutti gli appassionati di musica rock.

Subito dopo l’uscita di Shutter Island, nel 2010 arrivano altri due documentari, dalla durata più breve rispetto ai precedenti (sessanta ed ottanta minuti rispettivamente): il primo è A Letter to Elia, dedicato al leggendario regista Elia Kazan (Un tram che si chiama Desiderio, Viva Zapata! e Fronte del porto, tra gli altri) e alla sua influenza sul cinema di Scorsese; il secondo è Public Speaking, dedicato all’autrice ed oratrice americana Fran Lebowitz. L’anno successivo arriva un altro progetto di grande portata in campo musicale con George Harrison: Living in the Material World, opera apprezzatissima (vince tra gli altri due Emmy Awards) dedicata interamente, in occasione del decennale della scomparsa, alla vita e al genio di George Harrison, dall’importanza del suo ruolo nei Beatles fino alla sua intera carriera come solista. Il film, realizzato grazie al prezioso contributo della vedova di Harrison, Olivia (anche produttrice), è senza ombra di dubbio la fonte di informazioni al momento più preziosa per chiunque voglia approfondire la conoscenza di uno dei musicisti più importanti del ventesimo secolo.

Dopo aver realizzato, in co-regia con David Tedeschi, un documentario di novanta minuti (intitolato The 50 Year Argument) dedicato ai primi cinquant’anni dello storico mensile New York Review of Books, Scorsese si concentra per qualche tempo sulle difficili lavorazioni dei suoi tanto agognati Silence e The Irishman, rallentando la produzione in campo documentaristico. Il 2019 si rivela però a sorpresa un anno estremamente ricco per i fan del regista, in particolar modo per coloro che sono abbonati a Netflix: oltre all’uscita dell’attesissimo The Irishman, infatti, sono ben due i documentari di Martin Scorsese che arrivano senza troppo clamore sulla nota piattaforma streaming. Il primo è, a sorpresa, un nuovo documentario su Bob Dylan, che si rivela quanto di più distante possibile dal precedente No Direction Home: seguendo le orme di Orson Welles e del suo importantissimo F for Fake, Scorsese consegna al pubblico Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese, un film di 142 minuti che racconta uno dei tour più leggendari di Dylan (appunto il Rolling Thunder Revue del 1975, già immortalato nel film del 1978 Renaldo and Clara dello stesso Dylan) mescolando reperti video d’epoca, interviste reali ed interventi totalmente inventati per l’occasione (una su tutti l’intervista a Sharon Stone, che racconta di un fantomatico e inesistente flirt con Dylan ai tempi del tour), creando una sorta di favola che non fa che alimentare l’aura di leggenda attorno al tour e allo stesso Dylan.

L’ultima sorpresa dell’anno arriva lo stesso giorno dell’uscita di The Irishman, quando in coda al film viene inserito il documentario di trenta minuti The Irishman: In Conversation, nel quale troviamo seduti ad un tavolo Al Pacino, Joe Pesci, Robert De Niro e lo stesso Scorsese, intenti a discutere del film, della storia che hanno voluto raccontare, delle difficoltà tecniche nella realizzazione e del tempo che passa. Un reperto preziosissimo, in un’epoca di streaming in cui i contenuti speciali delle edizioni home video di un film sembrano ormai obsoleti.

Al momento attuale Scorsese è impegnato sia nella produzione del suo prossimo lungometraggio, Killers of the Flower Moon, che in quella del suo nuovo documentario, che questa volta sembra essere incentrato sulla scena musicale newyorkese degli anni settanta (riprendendo temi che il regista ha già affrontato nella sfortunata serie televisiva Vinyl): qualsiasi cosa sia in arrivo nell’immediato futuro è chiaro che Martin Scorsese non ha al momento la minima intenzione di ritirarsi da alcun fronte delle sue attività.

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