Il Mistero Del Falco: John Huston, Humphrey Bogart e il cinema Noir

Questo articolo racconta il film Il Mistero Del Falco di John Huston in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Se c’è un genere che ha maggiormente impressionato l’immaginario collettivo dall’avvento del sonoro è certamente il Noir. Già immaginando impermeabili dove la pioggia scorre al di sopra entusiasta, cappelli borsalino e sigarette sempre accese che aggiungono lo charme di “fumoso”, oramai inconcepibile nell’era del politicamente corretto, e con quegli sguardi un po’ da cani bastonati (“con quelle facce un po’ così”, come avrebbe messo in musica Paolo Conte), ci ricorderà sicuramente tra i tanti Humphrey Bogart: la più grande stella della storia del cinema secondo l’American Film Institute.

Tratto dal romanzo giallo Il Falcone Maltese di Dashiell Hammett, la pellicola rappresenta un fondamento della cinematografia moderna. Proprio perché il Noir esplose letteralmente negli anni Venti, ma come le mode, in modo ciclico si ripropose prepotentemente negli anni della seconda guerra mondiale, fagocitato dalle miriadi di spie e spionaggi sia dei Paesi alleati che di quelli dell’Asse. La dimestichezza con cui si riesce ad entrare nella psicologia del personaggio, ma soprattutto la lirica con cui nascono le vicende, è legata a doppio filo ai due capostipiti del genere: il già citato Hammett e Raymond Chandler, entrambi scrittori che quasi involontariamente sono riusciti a segnare profondamente il genere “giallo-poliziesco” o “harboiled”, con una descrizione empirica della violenza.

La storia in questione riuscì a raggiungere la consacrazione definitiva proprio nelle mani di John Huston, che all’epoca trentacinquenne era alla sua prima regia. Il girato tutto svoltosi all’interno degli Studios, anche per via di un budget risicato, richiama ad una sensazione di claustrofobia da cui molti prenderanno spunto, primo tra tutti quel Roman Polański che ha fatto dell’angoscia e dell’intrigo il suo cavallo di battaglia.

La peculiarità degli spazi chiusi, con addirittura i soffitti in scena, richiamano irrimediabilmente Orson Welles e il suo Quarto Potere, con una atmosfera di toni cupi o più chiari a seconda del personaggio, magistralmente creata dal direttore della fotografia Arthur Edeson. Le riprese, effettuate “ad angolo olandese” (“Dutch angle”) con l’inclinazione della cinecamera, rendono diagonale l’orizzonte rispetto alla estremità del fotogramma. Questa tecnica esordì addirittura nel cinema espressionista tedesco agli albori del Novecento, trasmettendo inquietudine e manipolazione, nonché un grande stato di malessere. Gilliam la utilizzerà per Brazil, La leggenda del re pescatore e L’esercito delle dodici scimmie per citarne alcuni, ma è stata sfruttata appieno anche da Tim Burton e Christopher Nolan, nonché dal padre nobile del brivido Alfred Hitchcock.

All’inizio, l’attore protagonista non doveva neppure essere il semisconosciuto Bogart, infatti si pensava alla star indiscussa dell’epoca George Raft, che aveva diritto di precedenza su ogni sceneggiatura giunta nelle sedi Warner. Fortunatamente rifiutò per le sue incertezze ad affidarsi ad un regista esordiente, anche se c’è da dire che Huston aveva già lavorato come sceneggiatore proprio per la compagnia cinematografica losangelina. Nel cast, oltre al protagonista, figura la conturbante Mary Astor ed un certo Walter Huston, padre di John, che se la cavò benissimo nel film nonostante fosse un attore di teatro. Quest’ultimo riuscì ad ottenere persino un Oscar come migliore attore non protagonista, sempre in una pellicola con Bogart, diretta ovviamente da suo figlio: Il tesoro della Sierra Madre del Quarantanove.

La proporzione fra i protagonisti, che non si troveranno mai tra inseguimenti serrati o colpi di scena fragorosi, rappresenta appieno i dilemmi morali che li attraversano per scalfire la coriacea via della integrità. Huston e Bogart senza saperlo daranno vita non solo ad un filone cinematografico ancora utilizzatissimo, ma rappresentano i valori che un uomo dovrebbe possedere: innanzitutto la moralità, ma soprattutto la determinazione di portare a termine ciò che si è iniziato. Temi talmente avulsi oggi da sembrare demagogici nel parlarne. La collaborazione tra il regista del Missouri e l’attore nativo di New York si protenderà per altre cinque pellicole, di cui alcune sono pietre miliari del cinema americano, fruttando anche un Oscar come miglior attore protagonista a Bogart per La regina d’Africa e due Oscar a Huston come miglior regia e miglior sceneggiatura non originale per Il tesoro della Sierra Madre.

La destrutturazione dello spettatore nell’assimilare la pellicola, fa comprendere a stento chi realmente sia il colpevole, tutto ciò porterà a galla i lati oscuri dell’investigatore privato Sam Spade/Humphrey Bogart, ma comunque alla fine facendogli mettere in ordine le cose. Il terzo tentativo dopo le due precedenti trasposizioni (Il falcone maltese del 31’ e Satan met a lady del 36’) del romanzo di Hammett è sicuramente quello più riuscito, combinando il poliziesco con il pragmatismo in salsa esistenziale, scomodando Shakespeare e consacrando Bogart alla immortalità artistica.  

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