Parasite: i simboli e i significati del film di Bong Joon-Ho

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Parasite di Bong Joon-Ho, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Per capire la bellezza di Parasite, il film di Bong Joon-ho, il regista sudcoreano più acclamato a livello internazionale dell’ultimo decennio, è sufficiente pensare all’arrivo di un devastante uragano: comincia tutto con una normalissima pioggerellina che pian piano inizia a degenerare fino allo scatenarsi della furia della natura. È con queste parole che l’autore, fresco di una Palma D’oro al Festival di Cannes 2019, ha voluto descrivere l’incedere di quello che si sta trasformando nel suo film più acclamato di sempre: Parasite inizia con tono leggerissimo, comincia quasi subito ad affondare gli artigli nella carne della satira sociale, si tinge di un umorismo nero come la notte facendo immergere totalmente gli spettatori nel suo strano mood da commedia surreale e poi, a metà tra i due tempi, si trasforma di colpo in un thriller dalle tinte horror molto marcate, passa momentaneamente alla tragedia e si abbandona ad un finale grottesco, memorabile e amaro.

Difficile, se non impossibile, classificarlo. Dopo due co-produzioni americane, le fiabe nere a sfondo fantascientifico di Snowpiercer (2013) e Okja (2017), nate dal successo dei folgoranti Memories of Murder (2003) e The Host (2006), Bong torna in patria per realizzare un progetto interamente personale che inizialmente avrebbe potuto trasformarsi in un dramma per il teatro: come le precedenti pellicole hollywoodiane del regista anche Parasite è in un certo senso una fiaba, ricca di simboli e di metafore pienamente azzeccate, ma questa volta la maturità del regista e il suo utilizzo sapiente ed elegante del mezzo fanno raggiungere un risultato in grado di fare impallidire i due, seppur ottimi, predecessori.

La trama

La Seul di Parasite segue una lunghissima tradizione che parte da Metropolis e si ripropone con infinite variazioni fino ai giorni nostri: è popolata da gente poverissima nei suoi bassifondi mentre i ricchi si trovano a livelli più alti, lontani dallo sporco, lontani dal fetore e, soprattutto, apparentemente lontani dai problemi e dal dolore. La famiglia Kim, padre, madre, figlio e figlia poco più che adolescenti, è una famiglia di poveri tra i poveri: vive in uno scantinato (quindi al di sotto delle strade più basse), costretta in spazi talmente ristretti che è impossibile alzarsi o muoversi di scatto senza rischiare di rompersi la testa con uno spigolo o una mensola, comunica col mondo esterno attraverso WhatsApp (ma solo quando riesce a rubare il segnale del wi-fi da qualche vicino di casa, perché in quella strada ci sono poveri, un po’ più facoltosi, che hanno la connessione), si guadagna da vivere alla giornata con piccoli lavoretti sottopagati, non ha i soldi per pagare una disinfestazione decente per gli scarafaggi che ha in casa (memorabile la scena iniziale della “disinfestazione gratis”, in cui a momenti rischiano di morire intossicati pure loro) e, ciliegina sulla torta, ogni volta che sono tutti riuniti per mangiare si ritrovano davanti alla loro unica finestra un ubriaco intento ad urinare.

Tutto ciò che circonda i Kim è malfermo e instabile, come le loro vite (e come un’inquadratura sbollata memorabile nei minuti iniziali). Questa famiglia, che è tutto tranne che dickensiana nella sua povertà (anzi, fin dall’inizio capiamo che i Kim sono molto ben disposti verso l’arte della truffa), si troverà per una pura coincidenza del destino ad entrare in diretto contatto con la famiglia Park, uguale nella composizione (padre, madre, figlia e figlio) e completamente diversa sul piano del reddito. Lo schema di questa prima parte è già ampiamente collaudato da un secolo di commedia al cinema, col povero che si introduce nella casa e nella vita del ricco. Con un espediente narrativo perfetto nella sua semplicità, il giovane della famiglia Kim, Ki-woo (Woo-sik Choi), riceve una possibilità di impiego grazie ad un amico che lo raccomanda come insegnante di inglese per le lezioni private della giovane rampolla della famiglia Park (Ji-so Jung). Il ragazzo è entusiasta dell’idea: si fa preparare un falso attestato di partecipazione all’università dalla sorella Ki-jung (So-dam Park), molto abile in questo genere di cose (“se ci fosse una laurea in falsificazione di documenti lei la prenderebbe con lode!”, esclama fiero il padre) e si presenta a casa dei Park spacciandosi per un promettente studente universitario.

Qui si avverte il primo, clamoroso, stacco del film: la residenza dei Park è un’immensa villa di design con ampio giardino, minimalista nello stile, fatta di spazi ampi, legno ed immense vetrate, un lusso che il giovane ragazzo non ha mai visto in vita sua. Questa è la porzione esilarante del film: il giovane Ki-woo si fa accettare immediatamente come insegnante dall’ingenua e sensibile madre di famiglia (Yeo-jeong Jo) e dalla ragazza, di cui si infatua, cui deve dare ripetizioni, e nel frattempo intuisce subito che in quella casa c’è spazio e lavoro per la sua intera famiglia: la sorella si inventa in fretta e furia un importante background di studi artistici e psicologici e diventa subito la nuova insegnante d’arte del “bambino prodigio”, viziatissimo, di casa (Hyun-jun Jung); con un diabolico trucco (la ragazza abbandona un paio di mutandine nell’auto di casa) i due giovani riescono a far licenziare l’autista di famiglia e a far assumere loro padre Ki-taek (Kang-ho Song, attore feticcio di Bong) al suo posto, ma il destino peggiore spetta alla povera governante di casa Moon-gwang (Jeong-eun Lee). Approfittando della terribile allergia alle pesche della donna, i tre membri della famiglia Kim (dei quali nessuno della famiglia Park sospetta i legami di parentela) riescono a convincere la padrona di casa che Moon-gwang sia gravemente malata di tubercolosi, facendola licenziare con una scusa e facendo assumere al suo posto (con la quarta truffa) la loro madre e moglie.

La gigantesca casa dei Park non ha problemi di scarafaggi come la minuscola casa dei Kim, ma adesso ha anch’essa un serio problema coi parassiti: i quattro truffatori, fieri di avere tutti uno stipendio generoso grazie al loro inganno, sono pronti a godersi la bella vita in casa Park ogni volta che i padroni sono fuori. Anche i piani più perfetti però possono sempre essere vittime dell’imprevisto, di un agente del caos che si manifesta all’improvviso e contro cui non si può fare nulla. L’agente del caos di Parasite è proprio Moon-gwang, che si ripresenta all’improvviso in quella casa che serviva fin dai tempi del suo primo proprietario (l’architetto che la progettò), mentre i Park sono lontani e i “parassiti” sono intenti a fare baldoria: nel bunker antiatomico della villa, del quale nessuno è a conoscenza tranne lei, Moon-gwang nasconde infatti da oltre quattro anni il marito Geun-se (Myeong-hoon Park), in fuga da alcuni creditori spietati.

La scoperta del segreto di Moon-gwang segna il passaggio dalla satira al thriller ad alta tensione, che avviene in una manciata di secondi con un cambio di stile totalmente inaspettato e spiazzante: in un continuo scambio di ruoli, la famiglia Kim e l’altra coppia di abusivi passano continuamente da vittime a carnefici a seconda che si trovino in una posizione di forza (come quando Moon-gwang ha in mano un video che, se inviato ai Park, rovinerebbe per sempre la truffa dei Kim) o di debolezza, in quella che è una delle più convincenti rappresentazioni del concetto di guerra tra poveri vista negli ultimi anni. Quando Chung-sook (Hyae Jin Chang), la madre dei Kim, è ancora in posizione di vantaggio tratta Moon-gwang, servile nei suoi confronti, come una criminale da fare arrestare, mentre quando la situazione si ribalta e il segreto dei Kim viene rivelato è Moon-gwang a maltrattare la famiglia “rivale”, arrivando a costringerli ad inginocchiarsi e a tenere le braccia alzate mentre lei si lancia nell’intimidatoria imitazione di un telegiornale nordcoreano (il video compromettente è paragonato ad un missile nucleare del dittatore Kim Jong-un).

Una violenta rissa tra le due famiglie e l’inaspettato ritorno a casa dei Park porta i Kim ad avere miracolosamente la meglio: Moon-gwang (che subisce un trauma cranico che le sarà fatale poco dopo) e il marito vengono rinchiusi nel bunker, mentre il padre e i due ragazzi Kim riescono a nascondersi in casa senza farsi scoprire dai padroni (ma rischiando continuamente, con livelli di tensione e suspense paragonabili ad Hitchcock). È durante queste scene che scopriamo il volto marcio della famiglia Park, quando i due coniugi discutono della puzza emessa dai Kim, durante un preliminare sessuale, senza sapere che i loro dipendenti sono nascosti a pochi centimetri da loro.

Scampato il pericolo arriva però un altro dramma, che apre il segmento tragico del film: le piogge che investono Seul sono diventate torrenziali e l’abitazione dei Kim (nel frattempo fuggiti dalla villa) è completamente inagibile. Sfollati, rifugiati in una palestra, i Kim vengono chiamati il giorno successivo per una giornata di lavoro extra a casa Park, perché i padroni vogliono festeggiare in grande stile il compleanno del piccolo Da-song, totalmente incuranti della tragedia avvenuta ai bassi livelli della città. Ancora freschi del trauma relativo alle umiliazioni subite la notte prima, i Kim tornano a lavorare a casa Park, con Ki-woo determinato a scendere nel bunker per sbarazzarsi per sempre di Moon-gwang (che non sa essere morta) e del marito.

Geun-se però è impazzito di dolore per la morte della moglie: dopo essere riuscito a tramortire Ki-woo con la stessa pietra che il ragazzo aveva portato con sé per uccidere lui (bellissima, tra l’altro, l’inquadratura in cui il sangue del giovane si mescola al succo di prugna), l’uomo riemerge dal buio in cui era stato confinato per anni, mentre i Park festeggiano in giardino il compleanno di Da-song con alcuni amici ricchissimi, uccidendo a coltellate Ki-jung e rimanendo ucciso a sua volta nella colluttazione con la madre della ragazza. Sconvolto dalla vista delle condizioni dei suoi figli e disgustato dalla reazione del padre di famiglia Park (Sun-kyun Lee, che continua ad essere disgustato dall’odore dei poveri pure in un momento così tragico), Ki-taek uccide con una coltellata al cuore il suo datore di lavoro, dandosi subito dopo alla fuga e rifugiandosi, ironia del destino, proprio nel bunker di casa Park (trasformandosi nella copia del doppio dell’uomo che gli ha rovinato la vita e i piani).

Dopo questo delirante massacro finale il film si conclude con l’uscita dal coma di Ki-woo (che a causa del trauma cranico subito ha una risata incontrollabile simile che ricorda vagamente quella di Joaquin Phoenix in Joker, vincitore di Venezia 2019) che, dopo essersi lasciato alle spalle le grane legali dovute alla colossale truffa di cui è stato artefice, riesce ad entrare in contatto col padre ancora nascosto nel bunker grazie alla comunicazione in morse ed inizia a fantasticare di diventare molto ricco, per poter comprare quella casa e liberarlo.

L’interpretazione e i significati del film

Se in fin dei conti la vicenda di Parasite può apparire molto semplice nel suo schema (una simil-commedia degli equivoci che si trasforma in tragedia senza mai perdere la componente satirica) e nella trama perfettamente lineare, quello che colpisce è la costruzione dei personaggi e, prima di ogni altra cosa, la maestria con cui Bong riesce sia a dirigere gli attori che a mettere in scena il tutto: con l’ottimo utilizzo sia degli spazi (la regia nelle scene in casa Kim e quella delle scene ambientate in casa Park cambia talmente tanto che sembra di assistere a due film diversi) che dei tempi (le già citate scene di tensione, i passaggi da un genere ad un altro), il regista riesce a far mantenere gli occhi incollati allo schermo dall’inizio alla fine.

Non c’è un solo personaggio veramente positivo e tutti recitano un ruolo, da Ki-woo che infrange la promessa fatta ad un amico e pianifica di sposare la figlia dei Park senza mai rivelarle la sua vera identità (anzi, pensa persino di assumere da usare come finti genitori) ai coniugi Park, che attendono il cuore della notte per rivelare a loro stessi ciò che sono veramente (emblematico il desiderio di cocaina della moglie, scandalizzata dalla droga durante il giorno): ognuno porta una maschera per apparire di fronte agli altri ciò che la sua condizione sociale gli impone di essere. Co-protagonista di tutta la vicenda è la casa piena di misteri dei Park, creata da zero dallo scenografo per il film, all’interno della quale l’occhio regista si muove sinuosamente, cercando di ricorrere il meno possibile ai tagli di montaggio per darci l’impressione di essere al suo interno insieme ai personaggi che la popolano e per farcene assaporare ogni dettaglio.

Con la sua parodia agghiacciante dell’ossessione per la mobilità sociale, Bong vince a Cannes e il suo Parasite diventa immediatamente una delle Palme D’oro più acclamate dal grande pubblico negli ultimi anni, ennesimo trionfo di una cinematografia come quella sudcoreana, sempre più presente, importante e vincente anche nel mercato occidentale. Un film il cui successo potrebbe portare ad una maggiore presenza del cinema orientale nelle sale e che, anche se non dovesse farlo, è già destinato a diventare un classico istantaneo dei nostri tempi.

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