I migliori film Spaghetti Western di sempre

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Nel bellissimo C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino sentiamo dire che “a nessuno piacciono gli Spaghetti Western”, ma esattamente cosa indica questo termine? Coniato nel 1968 dalla stampa statunitense ed inizialmente usato in modo denigratorio, il termine Spaghetti Western indica un filone cinematografico italiano, sviluppatosi a partire dal declino del genere Peplum. Il Western all’italiana nasce nei primi anni sessanta e si distingue fin da subito dal Western classico americano, soprattutto nei contenuti: nel Western italiano ci sono antieroi più che eroi veri e propri, i confini tra bene e male sono molto sottili e non si disdegnano tematiche “impegnative”.

Contrariamente a quanto credono quasi tutti, lo Spaghetti Western non nasce con Sergio Leone: nel solo 1963, un anno prima del fondamentale Per un pugno di dollari, era già stata realizzata una decina abbondante di pellicole western in Italia. Certo, Leone ha dato il contributo definitivo nel definire il confine tra Western americano e Western italiano, ha svecchiato il genere e introdotto elementi innovativi che da lì in avanti saranno ripresi da quasi tutti i suoi colleghi connazionali, ma la volontà del nostro cinema di affrontare questo genere era già forte e chiara.

Tra il 1963 e il 1976 il cinema italiano ha sfornato circa quattrocento pellicole di genere Western (senza contare alcuni film avventurosi che tendevano a sconfinare in questo genere, come ad esempio una lunga serie di film su Zorro): spesso e volentieri si tratta effettivamente di prodotti dimenticabili, invecchiati male o addirittura scadenti, ma in mezzo ad un oceano così grande emergono anche alcuni titoli veramente interessanti, che si distinguono per l’originalità delle trame, per la regia particolarmente virtuosa di alcuni dei migliori artigiani del nostro cinema e per le interpretazioni memorabili di attori che oggi sono vere e proprie leggende.

I film di Sergio Leone sono tutti imperdibili ed è inutile ripeterlo, quindi tutti i suoi western sono da inserire in questa lista di migliori lavori di genere (non solo la trilogia del dollaro – Per un Pugno di Dollari, Per Qualche Dollaro in Più, Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo – ma anche i due che hanno superato i canoni di genere – C’era Una Volta il West e Giù La Testa). I film che seguono invece sono alcuni degli spaghetti western più significativi mai prodotti, oltre quelli di Leone, celebrandone i protagonisti davanti e dietro la macchina da presa, per avere un’idea generale di questo fenomeno tutto italiano.

Una pistola per Ringo (1965)

Già sceneggiatore di Per un pugno di dollari (insieme a Fernando Di Leo e allo stesso Leone), Duccio Tessari è un padre nobile del Western all’italiana e questa pellicola di culto è la sua prima incursione da regista nel genere. Un fuorilegge di nome Sancho e la sua banda compiono una rapina e scappano con due ostaggi, ma non hanno fatto i conti con Ringo (Giuliano Gemma), che potrebbe essere un pistolero migliore di tutti loro. Questo è il film che ha lanciato “faccia d’angelo” Giuliano Gemma come grande star del Western nostrano, ma non solo: nei successivi cinque anni sono usciti all’incirca sedici film col nome Ringo nel titolo o con un protagonista di nome Ringo, ma nessuno di questi è un vero sequel del film, nemmeno la successiva pellicola di Tessari dal titolo Il ritorno di Ringo e che vede di nuovo Gemma nei panni del protagonista. Notevoli le scene d’azione e la colonna sonora di un sempre grandissimo Ennio Morricone

Django (1966)

L’antieroe più famoso del Western italiano dopo l’uomo senza nome di Eastwood, il film più famoso dopo la Trilogia del dollaro e il secondo miglior regista di Spaghetti Western al mondo. Con Django, Sergio Corbucci entra nella storia del cinema e ci regala un film davvero indimenticabile, fonte d’ispirazione inesauribile per il cinema tarantiniano. Franco Nero, che da qui in avanti sarà una star, interpreta un pistolero solitario che viaggia a piedi trascinando dietro di sé una cassa da morto che potrebbe non contenere il cadavere di un uomo di nome Django (come ama dire lui) ma qualcosa di molto più letale. Tra orecchie tagliate, mani spaccate, frustate e brutalità di ogni tipo, Corbucci confeziona con grandissimo mestiere un Western con livelli di violenza e di cattiveria mai visti fino a quel momento. Come ogni Western che si rispetti c’è un duello finale, che questa volta è davvero eccellente. Un seguito ufficiale nel 1987, numerosi tentativi di imitazione all’epoca e, soprattutto, due meravigliosi omaggi da parte di Takashi Miike (Sukiyaki Western Django) e Tarantino (Django Unchained). Il tema principale di Luis Bacalov è oggi un classico.

Navajo Joe (1966)

Abbiamo un attore statunitense che non riesce a sfondare a Hollywood come sperava, tanto da essere costretto ad andare a Roma per girare uno Spaghetti Western col secondo miglior regista del genere, entrando a pieno titolo nella sua galleria di antieroi. No, non è la trama di C’era una volta… a Hollywood ma la storia della produzione di Navajo Joe, secondo Western corbucciano di questo elenco, che vanta come protagonista un giovane Burt Reynolds ad inizio carriera e il cui poster promozionale è stato preso come modello da Tarantino per creare quello del film fittizio Comanche Uprising (la locandina che segna il posto del parcheggio a casa di Rick Dalton). Reynolds detestava con tutto sé stesso questo film, che riteneva la cosa peggiore della sua carriera sbagliandosi di gran lunga: la trama è di grande livello e vede Reynolds nei panni di un giovane navajo contro due fratelli sanguinari e la loro banda. Scalpi, fronti marchiate con incisioni e una grande storia di vendetta (vi ricorda qualcosa?), il tutto scandito dalla colonna sonora di Morricone alla sua prima collaborazione con Corbucci. Una grande differenza tra Spaghetti Western e Western classico? Nella versione nostrana del genere, come accade qui, ogni tanto gli eroi erano i nativi americani.

Quien Sabe? (1966)

No, lo Spaghetti Western declinato in chiave politica non l’ha lanciato Sergio Leone con Giù la testa (che rimane il capolavoro del sottogenere) ma ci aveva già pensato cinque anni prima Damiano Damiani, regista che si è cimentato poco con lo Spaghetti Western ma che con questo film ci regala un’opera imperdibile. Siamo nel pieno della rivoluzione messicana: un sicario americano (Lou Castel) si unisce sotto mentite spoglie alla banda del rivoluzionario Chuncho (Gian Maria Volontè) con l’obiettivo di trovare ed uccidere il generale Elias, ma naturalmente non sarà facile. Con un l’aiuto di un cast molto ricco (Volontè e Klaus Kinski sono già due stelle del genere) e di una bella colonna sonora di Bacalov, Damiani realizza uno dei Western italiani più emblematici: la divisione tra bene e male è praticamente inesistente e anche i peggiori banditi vogliono anche il bene del loro popolo, risultando comunque meno criminali dei corrotti. La distanza con John Ford e John Wayne non è mai stata così abissale: il Western italiano è ormai un genere a parte.

The Bounty Killer (1967)

Il regista spagnolo Eugenio Martìn realizza il primo Spaghetti Western con protagonista il grande Thomas Milian. The Bounty Killer, tratto da un romanzo di Marvin H. Albert (che ha scritto il racconto da cui è tratto Gli Intoccabili) è un film sul fascino del male, che racconta quanto possa essere ingannevole e seduttiva una persona malvagia. Una giovane donna libera un pericoloso bandito (Milian), sulle cui tracce si metterà il cacciatore di taglie Luke Chilson (Richard Wyler) che però, a causa della popolazione locale che vede nel bandito una sorta di eroe, farà non poca fatica a fare giustizia. The Bounty Killer è un film meno celebrato rispetto ad altri titoli del genere: effettivamente non contiene particolari sequenze memorabili (specialmente se paragonato ai titoli appena citati) e l’interpretazione di Milian è molto buona ma non ancora ai livelli di quello che si vedrà di qui a poco, ma la particolarità del plot vale sicuramente una visione.

Faccia a faccia (1967)

Insieme al suo sequel dell’anno successivo, dal titolo Corri uomo corri, questo Spaghetti Western politico firmato da Sergio Sollima (il terzo grande Sergio del Western italiano, dopo Leone e Corbucci) lancia definitivamente Thomas Milian come star del genere, regalandogli il ruolo memorabile del messicano Manuel Sanchez, piccolo mascalzone dal cuore d’oro soprannominato Cuchillo per via della sua abilità incredibile nell’uso del coltello. In questa sua prima avventura troviamo Cuchillo inseguito dal pistolero Jonathan Corbett (Lee Van Cleef) per via di un crimine odioso che non ha mai commesso: riuscirà il nostro eroe a salvarsi, a dimostrare la propria innocenza e, soprattutto, a punire i veri, insospettabili e ben protetti colpevoli? Il personaggio di Cuchillo, perseguitato dai potenti, divenne all’epoca un eroe per la sinistra italiana: oggi Faccia a faccia e Corri uomo corri sono due dei Western italiani più divertenti e ritmati, tra quelli della prima fase.

Dio perdona… io no! (1967)

Due nomi leggendari, Bud Spencer e Terence Hill: questo è il primo film in cui i due si incontrano e basterebbe solo questo (oltre al fatto che per Bud è l’esordio vero e proprio) per renderlo imprescindibile. Siamo ancora abbastanza lontani dai toni comici che caratterizzeranno quasi tutta la produzione successiva della coppia: questo è ancora un Western all’italiana in piena regola, violento e teso come pochi, ricalcato sullo stile di Sergio Leone (c’è pure un triello) ma che comunque riesce a brillare di luce propria in più momenti. Spencer e Hill sono rispettivamente un agente assicurativo ed un pistolero solitario che decidono di fare coppia per scovare il bandito Bill Sant’Antonio (Frank Wolff), che ha assaltato un treno uccidendone i passeggeri. Scrive e dirige Giuseppe Colizzi, che in seguito realizzerà anche I Quattro dell’Ave Maria e La collina degli stivali, completando una gustosa trilogia con questo cast. Le musiche sono di Angel Oliver.

Il Grande Silenzio (1968)

Le Dolomiti italiane sono lo scenario perfetto per ricreare una non meglio precisata zona montuosa al confine tra Stati Uniti e Messico, colta da un’insolita nevicata, in cui si svolge la storia di questo Spaghetti Western atipico che arriva a toccare punte di violenza e di crudeltà davvero alte. Una banda di cacciatori di taglie sanguinari e spietati, capitanata dal sadico Tigrero (Kinski), sta facendo strage tra i monti di un gruppo di persone dichiarate fuorilegge per reati spesso mai commessi: l’arrivo di un pistolero di nome Silenzio (Jean-Louis Trintignant), chiamato così perché gli sono state tagliate le corde vocali da bambino e perché uccide chiunque trovi sul proprio cammino, cambierà completamente le cose. Ancora una volta Corbucci, stavolta in una cornice innevata molto insolita per il genere: The Hateful Eight ha qualche debito nei confronti di questo film tanto violento che alla sua uscita fu vietato ai minori di 18 anni. Trintignant e Kinski fanno scintille, la colonna sonora di Morricone è come sempre una garanzia e la mano del regista emerge dall’inizio alla fine: il Western italiano sta cominciando a cambiare pelle e a dirigersi verso nuove direzioni.

Tepepa (1969)

Il ’68 è appena finito e la sua rivoluzione è entrata nel cinema e nel genere. Sul set del bellissimo Tepepa di Giulio Petroni (qui al suo miglior Western) un emozionatissimo Thomas Milian incontra per la prima volta il suo idolo Orson Welles e le cose tra i due vanno subito malissimo: Welles chiama Milian “sporco cubano” e il clima è incandescente fin da subito. I due sono i protagonisti di questo Western politico come pochi: Tepepa (Milian) è un peone deluso dalla rivoluzione e che continua a combattere una guerra personale, il colonnello Cascorro (Welles) è l’avversario temibile che il giovane rivoluzionario troverà spesso lungo la propria strada. Scritto da Franco Solinas e Ivan Della Mea, Tepepa è forse al secondo posto tra i migliori Western rivoluzionari e vanta una delle migliori performance nel genere di Milian, la presenza nel cast di un mostro sacro come Welles (che partecipò naturalmente contro voglia) e, manco a dirlo, un grande Morricone per le musiche. Imprescindibile se si ama il genere.

E Dio disse a Caino… (1970)

Con gli anni sessanta si chiude l’epoca d’oro dello Spaghetti Western: nel 1968 ne sono stati prodotti settanta, nel 1969 altri trenta e ora si comincia ad avvertire una certa stanchezza. A rinfrescare il genere ci pensa nel 1970 un gigante come Antonio Margheriti, che era notoriamente in grado di affrontare efficacemente qualsiasi genere. Per il suo E Dio disse a Caino… Margheriti decide di contaminare il Western con le atmosfere horror gotiche dei film che lo avevano reso celebre nel decennio precedente: Klaus Kinski interpreta Gary Hamilton, un uomo tradito tanti anni prima dal migliore amico e che ora è in cerca di vendetta, che otterrà nei modi più spaventosi.  Il pretesto è un classico del Western (una cittadina si prepara all’arrivo di un nemico) ma da un certo punto in avanti la messa in scena si avvicina progressivamente al thriller: la combinazione dei due registri è molto efficace e questo è senza dubbio uno degli Spaghetti Western migliori del secondo periodo.

Lo chiamavano Trinità (1970)

Il tentativo di rinnovare il genere non poteva non passare anche dalla commedia, considerato anche che l’ironia ha sempre fatto parte dello Spaghetti Western. Nello stesso anno di E Dio disse a Caino… arriva anche Lo chiamavano Trinità…, di Enzo Barboni, il miglior Western comico del filone: sulle note del bellissimo tema musicale di Franco Micalizzi, Terence Hill e Bud Spencer entrano nella storia del nostro cinema con le loro epiche scazzottate e si impongono con tanta forza da rimanere impressi ancora oggi nell’immaginario collettivo. La divisione tra buoni e cattivi è tornata ad essere nettissima, il sangue è sparito insieme alle tematiche scomode e ormai la commedia domina su tutto il resto: il film ottiene un successo strepitoso (che replicherà con gli ascolti ad ogni passaggio televisivo) e da quel momento in avanti gli Spaghetti Western comici saranno sempre più richiesti. Il genere visto fino a quel momento non esiste più: per sopravvivere occorre ormai puntare in nuove direzioni.

I quattro dell’Apocalisse (1975)

Dopo quindici anni di commedie ed alcuni thriller eccezionali e dai toni molto forti, Lucio Fulci torna al Western (aveva già diretto Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro nel 1966, con Franco Nero) e con questo film anticipa di pochi anni la grande svolta verso l’horror più estremo della sua carriera. I quattro dell’Apocalisse è un film impressionante per l’atmosfera da incubo che lo accompagna dall’inizio alla fine e per la brutalità di certe situazioni. Un baro (Fabio Testi), una prostituta incinta (Lynne Frederick), un alcolista (Michael J. Pollard) e un uomo in contatto con l’aldilà (Harry Baird) si ritrovano per caso a compiere insieme un viaggio di fortuna: durante il loro cammino si imbattono nel sadico bandito messicano Chaco (Thomas Milian), che li droga, li tortura e violenta la donna, ma questo è soltanto l’inizio del loro calvario. Ispirandosi a Charles Manson per la figura di Chaco, Fulci confeziona un film molto più vicino al cinema dell’orrore che al Western, fatto di cannibalismo, torture, città fantasma e desolazione. Non potremmo essere più distanti da Sergio Leone e da ciò che era il Western fino a cinque anni prima: I quattro dell’Apocalisse è un titolo più unico che raro, che merita di essere scoperto da chiunque voglia approfondire seriamente le varie diramazioni del genere.

Keoma (1976)

Enzo G. Castellari è uno dei più grandi registi d’azione del nostro cinema di genere, ma col suo ottimo Keoma (che considera a ragione il suo miglior film) sembra quasi mettere leggermente in secondo piano questa sua caratteristica, preferendo concentrarsi su un’atmosfera crepuscolare assolutamente perfetta per il film con cui si chiude simbolicamente l’intero filone (ce ne saranno pochi altri dopo di questo, nessuno realmente memorabile). Franco Nero interpreta Keoma, un pistolero meticcio (sua madre è nativa americana) che fa ritorno alla sua città natia, dove dovrà vedersela con il perfido Coldwell (Donald O’Brien) e soprattutto con i suoi tre fratellastri in una sfida dal sapore catartico. Accompagnato dalle musiche stranianti di Guido e Maurizio De Angelis, Keoma è un altro caso (dopo il film di Fulci) in cui il Western si fonde con atmosfere surreali, senza però raggiungere i livelli di violenza del film precedente. Per tutta la durata del suo viaggio Keoma è accompagnato dalla Morte (Gabriella Giacobbe), che si presenta a lui nelle vesti di un’anziana signora: non c’è simbolo più potente per segnare la fine di un genere.

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