Giù La Testa: Sergio Leone, la rivoluzione e il distacco dal western

Questo articolo racconta il film Giù La Testa di Sergio Leone in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

“La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza.”

È con questa massima del leader della rivoluzione cinese Mao Tse Tung che il regista romano Sergio Leone esordisce nel suo penultimo film, distaccandosi in parte dal genere che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Infatti se la pellicola può anche forzatamente essere annoverata nel genere western, tratta principalmente il concetto espresso nel suo incipit. Leone, si appresta a compiere l’ennesima miglioria nel suo percorso artistico, mantenendo, seppur nei contorni drammatici, una buona dose d’ironia tipica del cineasta.

Inizialmente il progetto doveva essere ceduto ad un innovatore del western statunitense come Sam Peckinpah, per consacrare il suo tempo al progetto di una vita: Quel C’era una volta in America, che completerà la trilogia e sarà il commiato di una carriera superba. Solo in seguito alle impunture dei due attori protagonisti James Coburn e Rod Steiger, e rinunciando anche ad una consistente fetta del proprio compenso, la produzione prese Leone. Un piccolo retroscena riguarda anche il cast, con il regista che voleva nel ruolo di Juan Miranda il “Tuco” de Il buono, il brutto, il cattivo, Eli Wallach, con i finanziatori che, anche forte dell’Oscar a Steiger per La calda notte dell’ispettore Tibbs fecero notevoli pressioni, indispettendo molto l’attore newyorkese, che nonostante le scuse da parte dell’amico romano, non accettò mai completamente la decisione.

Lo sfondo magnifico di tumulto, rappresentato dalla rivoluzione messicana di Emiliano Zapata e Pancho Villa, mirata a rovesciare la dittatura del generale Porfirio Díaz, rappresenteranno inizialmente per i protagonisti l’occasione di raggiungere i propri scopi: per Miranda, rapinare la banca di Mesa Verde grazie proprio all’esperto di esplosivi John H. “Sean” Mallory, un esule irlandese con l’intenzione di inserirsi nel conflitto. La rivoluzione e la sua aura di romanticismo però li coinvolgerà appieno nella causa messicana. Proprio il dinamitardo, interpretato da James Coburn, rappresenterà il cardine di una figura e di un periodo estremamente complesso, con Leone che entra a gamba tesa con uno dei suoi film più politici, mettendo in risalto lo scontro tra classi, e l’utopia mai realizzata della parità. In tutto ciò mostrando entrambi i lati della rivoluzione, da uno così piena di buone intenzioni, riuscendo ad ottenere anche risultati concreti, partendo per cambiare i contesti sociali, e dall’altro quello che molto spesso, dopo avere coinvolto un capitale umano considerevole, a cambiare realmente sono soltanto i “regnanti” che gattopardescamente trasformano tutto solo in apparenza.

Le vicende di Juan e John, ironia della sorte entrambi con lo stesso nome, ma in lingue diverse, quasi a rappresentare l’unicità umana nel conseguire determinati obiettivi, sicuramente inducono alla riflessione. Spesso infatti nella vita si è portati a condurre battaglie che a volte non ci appartengono, ma che facciamo ugualmente, perdendo affetti e procurandoci magagne difficilmente sanabili. Giù la testa alla fine riesce anche a chiudere i conti con il Sessantotto italiano, raffigurando le difficoltà di una intera generazione che si appresta ad abbandonare gli ideali in cambio di vantaggi personali, e che fanno della nostra Nazione la regina assoluta del compromesso.

L’insolito realismo Leoniano, si concentra sui primi piani che lo hanno reso famoso, portando in cattedra la fallacità di un reale cambiamento, che come sempre chiederà il conto alle classi meno abbienti. Il regista, si affida ad uno dei suoi leitmotiv più utilizzato come quello dei flashback, che ci portano al passato di Mallory, con in sottofondo la conturbante e commovente Sean Sean, composta da Ennio Morricone in una delle sue performance migliori.

All’epoca definita un’opera minore del regista romano, proprio per il distaccamento dal suo genere cardine, al contrario possiede uno spessore morale notevole, trattando oltre che la rivoluzione in sé, anche il becero classismo della borghesia/aristocrazia: eloquente la scena iniziale, in cui il bandito messicano Miranda si intrufola nella diligenza fingendosi un povero tonto, prendendosi diverse ingiurie da parte dei passeggeri che, sentendosi più civilizzati e sostanzialmente migliori, gliene dicono di ogni mangiando a sazietà (rappresentativi i primi piani sulle bocche, che invocano un vero e proprio disgusto).

Nel periodo in cui uscì la pellicola (1971), con l’Italia in preda al terrorismo militante ed accantonata la parentesi sessantottina, le parole dettate a Steiger/Miranda risultano molto attuali:

“Io so quello che dico, ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: “Qui ci vuole un cambiamento!” e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano. E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzione. E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!”.

La nitida critica del regista dimostra la contraddittorietà di alcune scelte, perché come sempre le rivoluzioni vengono ordite dagli intellettuali, in questo caso il dottor Villega, interpretato da un superbo Romolo Valli, e poi combattute per l’appunto solo dai disgraziati. La sintesi di quest’opera probabilmente vuole dirci che non esistono verità assolute ed incontrovertibili, come spesso si dice, il nobile termine si trova in mezzo alle ragioni di ogni parte in causa, riuscendo a conciliare gli anni Settanta italiani al primo decennio del Novecento, epoca del Zapatismo. Probabilmente da annoverare tra i primi tre film come intensità e complessità del cineasta italiano, da apripista al suo capolavoro assoluto, che tratterà quarant’anni di storia americana grazie alle avventure di Noodles & co. Ma questa è decisamente un’altra storia!

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