Trevor: Horn. Professione: produttore.

Il 15 luglio 2019 Trevor Horn ha compiuto 70 anni. Bassista, cantante, compositore, produttore, si mostrò a noi per la prima volta 40 anni fa, dietro ad un paio di occhialoni dalla spessa montatura nel clip di Video Killed the Radio Star. È colui che ha inventato il suono degli anni ’80 portando al successo gli artisti più diversi: dai Frankie Goes to Hollywood agli Art of Noise, dagli ABC alle tATu, passando per gli Yes, Seal, i Pet Shop Boys, Grace Jones, Simple Minds.

Ma cos’è un produttore? Perché è così importante? È davvero così indispensabile un “orecchio” esterno all’artista di turno in sala d’incisione? La risposta è sì. Anche i Beatles lo sapevano bene e, nonostante fossero molto giovani e forse anche un po’ sbruffoncelli, non fiatarono quando nello studio 2 di Abbey Road un elegante signore in camicia immacolata e cravatta disse di sostituire momentaneamente il buon Ringo (relegato al tamburello) con un turnista di sua fiducia. Quel signore era George Martin ed il resto è storia.

Ma nel caso di Trevor Horn, il percorso è quello dei meravigliosi anni ‘80 e della musica (anzi, del suono) che arrivava dall’Inghilterra e solo da lì. A 21 anni era già bassista session man a Londra, a 25 anni si infilò in un nuovissimo studio di registrazione di Leicester dopo aver contribuito a costruirlo mentre suonava sette sere su sette al Bailey’s club per raggranellare qualche soldo. Smanettando su piste, cursori, livelli e nastri, si occupò perfino del “confezionamento” dell’inno della squadra locale, il Leicester City F.C.

Ma il richiamo di Londra era irresistibile: il giovane Trevor vi fece ritorno per abbracciare la fusion, quella dei Weather Report principi regnanti, e lì fece l’incontro che gli aprì definitivamente la strada verso le consolle: il mitico Biddu, compositore e produttore di origini indiane, già famoso per aver messo il timbro dorato su due hit planetarie degli anni ’70: Kung Fu Fighting di Carl Douglas e I love to love di Tina Charles. Da Biddu, Horn imparò tantissimo, ma il sentiero ancora non era ben tracciato. Qualcosa mancava e Trevor voleva trovarla. Di certo non gli mancavano né lavoro né ingaggi, anche i più apparentemente semplici, come quando mise la firma (insieme a Geoff Downes, con il quale stava dando gli ultimi ritocchi ai Buggles) all’inno della musica per un nuovo ottimismo – definizione dell’autore Dan–I – ossia Monkey Chop del 1979. Per la cronaca, prima di Monkey Chop, Dan–I venne chiamato da George Clinton per entrare nel Funkadelic: il ragazzo declinò perché pensava di essere troppo giovane.

Subito dopo prese il via il progetto Buggles, la cui Video Killed the radio star ci perseguita ancora oggi. Canzonetta che sarebbe caduta nell’oblio generale se non fosse stato per MTV che, due anni dopo la pubblicazione effettiva, ne utilizzò il video (diretto da Russel Mulcahy) per inaugurare ufficialmente le proprio trasmissioni e, di fatto, l’era della videomusica che dominò gli anni ‘80 e buona parte degli anno ‘90. In realtà si trattò di una “cover”, dato che la canzone venne inserita nel 1978 nell’album English Garden di Bruce Woolley and the Camera Club, con Thomas Dolby alle tastiere.

Ma i Buggles non erano destinati a catalizzare l’attenzione di un genio come Horn che, dopo una veloce ma efficacissima incursione negli Yes come bassista prima – in Drama (1980) – e come produttore poi – in 90125 (1983) che conteneva l’epica Owner of a Lonely Heart – nel 1982 esordì come titolare unico della sala d’incisione per The Lexicon of Love primo album degli ABC, raffinata pop band britannica capitanata del dandeggiante Martin Fry a tutt’oggi incluso nella lista dei “1001 dischi da ascoltare obbligatoriamente prima di morire”. Sostenuto dalla geniale Anne Dudley con la quale avrebbe poi fondato gli Art of Noise, Trevor Horn battezzò una linea stilistica e sonora di assoluto gusto e precisione, originalità e concezione sopraffine.

Horn vide per la prima volta i Frankie Goes to Hollywood durante uno show televisivo e gli sembrarono dotati di buone idee, anche se era evidente che la loro capacità di suonare e di sostenere un live era piuttosto limitata. Ma avevano le idee, avevano già scritto Two Tribes e Relax prima che si conoscessero grazie allo stesso Horn che li chiamò e li convinse a firmare per la sua etichetta, la ZTT, da lui fondata insieme al giornalista dell’NME Paul Morley e al giovane Gary Langan, altro alfiere del sound made in UK degli anni ‘80.

Welcome to the pleasure dome rappresenta un debutto che non sarà mai dimenticato e sul quale Horn ebbe una tale influenza da permettersi di suonare spesso alcune parti al posto dei membri della band o di chiamare turnisti da lui personalmente scelti per ottenere quel suono così rotondo e potente, ricco di sfumature fino ad allora inedite per chiunque. Tra i musicisti, il portentoso Steve Howe degli Yes e la stessa Anne Dudley, alla quale si deve il sontuoso arrangiamento orchestrale di The power of love.

Nel 1985, il golden year della musica inglese di quella decade, Horn produsse due dischi incredibili: Slave to the Rhythm di Grace Jones e A Secret Wish dei Propaganda. Grace Jones era già icona assoluta anche di stile, “musa” del regista e fotografo francese Jean Baptiste Mondino che con album cover e video le cucì addosso un’immagine mai più eguagliata a livello di creatività e di impatto (al confronto, le influencer di oggi sono tutte dilettanti).

Slave to the rhythm, che inizialmente era stato offerto ai Frankie Goes to Hollywood (che rifiutarono), era innovativo già dall’idea: un concept album basato su diverse versioni della stessa canzone inframezzate dai racconti dell’artista che parla della sua vita intervistata da Paul Morley. Ancora oggi conserva una brillantezza sfolgorante e anche in questo caso la lista dei musicisti vede nomi altisonanti tra i quali spicca quello di David Gilmour, la cui chitarra venne campionata, smembrata e ricomposta in un’alchimia degna di Cagliostro.

A testimonizanza di ciò, basta ascoltare la versione estesa della title track: i primi 3’e 45” sono un tripudio di ceselli di rara maestria, archi in contrappunto, percussioni pungenti e coinvolgenti, una sezione di fiati lussuosa composta da legni e ottoni e sostenuta da ritmiche sontuose (ascoltate il passaggio di sole percussioni e come escono cassa e rullante della batteria di Andy Richards). Non certo da ultima, la voce del grande attore britannico Ian McShane che annuncia “Ladies and Gentlemen, Miss Grace Jones… Slave to the rhythm”. A lui sono affidate anche le letture di alcuni passi di Jungle Fever, la biografia di Jean Paul Goude.

Come raccontò lo stesso McShane, la sua voce non fu la prima scelta: “Un giorno Trevor mi chiamò e disse ‘Ian, dato che Orson Welles è morto, avrei bisogno di un voice over per un pezzo: potresti farlo tu?”

Synth pop mischiato alla new wave caratterizzarono poi l’album dei Propaganda, A Secret Wish, dove Horn lasciò più spazio a Steve Lipson, musicista e suo ingegnere del suono più fidato. L’orecchio sensibile di Trevor Horn arrivò dunque in Germania, terra di sperimentazione totale e priva di regole, e si appoggiò su alcuni singoli del gruppo destinati ad un pubblico di nicchia. La voce particolarissima e gutturale di Claudia Brucken spazzò via qualunque tentativo di paragone con gli stili in voga fino a quel momento ed il successo fu immediato: vortici di sintetizzatori e sequencers, campionamenti costruiti pezzetto dopo pezzetto, musicisti in perfetta sintonia con la tecnologia che avvolge tutto ciò che incontra senza sovraccarico.

Tutto complicato da realizzare ma che poi entrava dritto nelle orecchie e non ti mollava più: il segreto? Le idee degli artisti, la comprensione del produttore. Una specie di telepatia sugli intenti sonori che però Horn manipolava ad hoc facendo credere che tutto fosse in mano all’artista. Ma non sempre era così.

La lista di chi si assoggettò a questa modalità dominante è lunga ma lo zenit fu sicuramente quando, finita la decade d’oro della seconda british invasion durante la quale era praticamente impossibile trovare un disco brutto proveniente da Oltremanica, il pop, unico genere musicale sempre in movimento e ricco di potenzialità per chi le sa cogliere (a detta dello stesso Horn), trovò una nuova via: a percorrerla insieme al geniale produttore fu Seal che, già passato sotto le “grinfie” di Adamski per il singolo di esordio Killer, trovò nell’ormai affermatissimo Horn il mentore giusto per l’omonimo album di debutto.

La tecnica di Horn manteneva la voce “pulita” dentro suoni estremamente compressi, creando una nuova onda d’urto per gli anni ’90. Seal ottenne premi multipli (Brit Awards, Grammy, Ivor Novello, ecc.) e vendette circa 20 milioni di dischi grazie agli album che pubblicò sotto l’egida del producer inglese che, a sua volta, vinse il Grammy “record of the year” nel 1995 per Kiss From A Rose.

Nel nuovo millennio, Trevor Horn ha lavorato anche per artisti italiani, da Eros Ramazzotti a Renato Zero. Oggi è un signore di 70 anni che ancora non si ferma ma che forse ha tracciato il solco troppo profondamente per fare ancora qualcosa di geniale e di nuovo. Dopo di lui, solo allievi, in alcuni casi molto bravi ma che ancora non hanno superato il maestro.

Per lui non esistevano “tabù”, tutto quello che la tecnologia poteva offrire era un tramite utile ad elevare gli strumenti, quelli veri, che ha sempre saputo istintivamente posizionare anche se ce n’erano a dozzine da inserire nel disegno acustico che aveva in mente, a volte intere orchestre anche se solo per parti brevi. In ogni sua produzione è sempre possibile identificare i singoli suoni e da dove provengono ed ecco perché l’acustica non è mai sovraccaricata ma pulita, precisa, armoniosa. Una “livrea timbrica” frutto di un lavoro scrupoloso e accurato, modalità che pretendeva anche da chi entrava in sala d’incisione per sottoporsi alle sue “cure”.

Inesorabile e forse anche un tantino sprezzante, a chi lo eccepiva per il suo perfezionismo maniacale disse:

“Posso lavorare solo con professionisti. Non voglio passare le mie giornate ad aspettare fino a quando un musicista che non è in grado di suonare bene riesce a terminare la sua parte.”

Sacrosanto.

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