The Dark Side of the Moon: Umanesimo e Storia nell’universo circolare dei Pink Floyd

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Avvicinarsi a un classico della statura di The Dark Side of the Moon risulta meno semplice di quanto lascino immaginare le milionate di copie vendute o le sonorità vellutate come un sofà da salotto che accompagnano la mitologia dell’album.

Per entrare in empatia con il concept dobbiamo scostare innanzitutto quel velo di perfezione tecnica che ha portato una certa critica a considerarlo giusto una raffinata dimostrazione di ingegneria del suono, buona per testare gli impianti hi-fi; dobbiamo anche grattare quella patina di easy-listening sofisticato che fa arricciare il naso agli stessi duri/e/puri; abbandonare infine il salotto per scendere nella caverna dei testi, quanto mai criptici e obliqui, sviluppati intorno a un nucleo caldo di riflessioni sull’esistenza.

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A fare da piedistallo all’opera c’è difatti un profondo umanesimo, dolente e di matrice esistenzialista. È un richiamo alla centralità dell’uomo nella dimensione meccanica dello Spazio/Tempo, che comincia dalla copertina: il celebre prisma che riflette il raggio di luce rimanda alle geometrie e all’approccio scientifico presenti nell’uomo vitruviano leonardesco – capolavoro in cui scienza e arte formano un tutt’uno inscindibile – con lo stesso carico di significati esoterici lasciati alla nostra immaginazione.

Tra il cerchio e il quadrato leonardeschi di derivazione alchemica, simboli di cielo e terra, trova posto idealmente il triangolo, immagine divina intesa come aspirazione alla trascendenza, tentativo di ritrovare l’unità perduta ritornando dal molteplice all’Uno e conciliando gli opposti in una ritrovata armonia; punto d’incontro tra micro e macrocosmo che compendia in una figura l’esplorazione di quello spazio interiore che la band inglese ha costantemente ricercato – e trasfigurato spesso in odissea cosmica –  che rappresenta di fatto la summa di un’epoca musicale.

I raggi di luce colorati che fuoriescono dal prisma e che nel retro copertina si riuniscono per chiudere un cerchio simbolico, sono come coordinate astronomiche indispensabili per mettere ordine in quel flusso continuo, assordante e brulicante che è la Storia, la vicenda umana. Ogni coordinata rappresenta un punto nodale in essa e si associa a un brano specifico: nascita, tempo, ricchezza, conflitto, follia, morte, sono legate in un continuum ciclico che inizia e finisce con un battito cardiaco – come nelle tracce che aprono e chiudono il disco. L’individuo nella Storia è simile al corpo celeste in un planetario: in apparente armonia con i propri simili, costretto invece a complessi equilibri, soggetto comunque a leggi immutabili; il suo essere al mondo si scontra con i limiti che ne compromettono l’integrità e l’unicità; il suo rapporto con la modernità è infine foriero di alienazione e perdita di senso, per meri fini utilitaristici.

Questo afflato umanista si concretizza pienamente nella struttura e nel tono dell’album, organizzato come rappresentazione unitaria e ciclica del percorso umano dalla nascita alla morte, dove gli opposti si incontrano per annullarsi – si pensi al canto di Clare Torry in The Great Gig in the Sky, in cui il trapasso dell’anima va a confondersi con un momento orgasmico di commovente sensualità.

Su tutto, domina una sensazione palpabile di armonia – quel lavoro di composizione collettiva, tra pari ed eguali, indicato da Gilmour e Wright come presupposto di riuscita del disco –  che tiene insieme i brani come pianeti nell’ingranaggio cosmico: la parte strumentale è come sempre guidata da sonorità ampie e profonde, ricca di spazi e silenzi, un big bang a cui è affidato il compito di creare la dimensione spazio-temporale del disco, nella quale è calata la vicenda umana raccontata da voce e testi.

Le tracce spaziano dal malinconico all’elegiaco senza mai cedere al tragico; l’amarezza che impasta il disco è espressa con distaccata serenità e le sonorità vestono i toni del blu diventando via via più ombrose, dilatate e sinfoniche, mai tetre.

Gli umori cupi e ossessivi di Waters, che prenderanno consistenza da qui in avanti, sembrano quasi temperati da una superiore consapevolezza e immersi in una dimensione di grazia che leviga gli spigoli e addolcisce le asprezze: così è nel dittico conclusivo Brain Damage/Eclipse – composizione con pochi eguali nella storia del rock in quanto a magnificenza, non a caso scelta per accompagnare l’accensione del braciere olimpico a Londra 2012 – in cui liriche venate di pessimismo, sul cui significato ambiguo si discute da decenni, danno vita a un crescendo musicale che ha invece il sapore romantico del trionfo dello Spirito sul Mondo, un inno  all’uomo e alla vita che sembra elevarlo al di sopra della Storia.

Con The Dark Side of the Moon il rock entra nella sua fase più adulta, facendosi musica colta e riprogrammando la figura del musicista rock, ormai intellettualizzato e affetto da strabismo per altre forme artistiche. Ascoltarlo è come abitare un mondo: in questo senso rimane aperto ai canoni del rock psichedelico ma ne ridefinisce i confini, chiudendo di fatto quella stagione musicale e le sue principali estensioni dello space-rock e del progressive.

Frutto del talento e delle ossessioni di un socialista umanista, diviso tra individualismo e utopie collettive, figlio della seconda Guerra Mondiale e del ’68; a cavallo tra classicità e sperimentazione; ambizioso nella sua ricerca di unitarietà e sintesi dell’esperienza umana: per tutte queste ragioni, The Dark Side of the Moon può essere annoverato fra i capolavori della cultura novecentesca, tra Proust e Joyce, Freud e Sartre, Picasso e Kubrick. Senza paura di sfigurare.

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