Il Concerto: la rivincita di Andreï Filipov su Brežnev

È importante, quando si parla di arte e politica, fare delle precisazioni doverose che ogni persona di buon senso dovrebbe cercare di comprendere. Chi dice che siano due cose separate sbaglia a priori, perché a volte è proprio il disagio nei confronti di un governo che crea linfa artistica di un certo spessore. Si può certamente dire in epoca post-moderna che tutto il punk è nato dal dissenso, prima di lui il rock and roll, ma anche la pittura stessa, se pensiamo a Guernica di Pablo Picasso, percepiamo ogni centimetro d’angoscia che la tela ci dona per il bombardamento della cittadina spagnola.

Da una tragedia così immane, ad opera di un dittatore, che si appropriò delle redini di un Paese per circa trent’anni, si sviluppò tutto un movimento artistico, e non soltanto nella penisola Iberica. Molti artisti, di diverse parti del mondo si affezionarono alla causa spagnola contro il regime, famosissima la Spanish Bombs dei Clash, in cui Joe Strummer ricorda la faccenda a modo suo. Non fece eccezione l’ex Unione Sovietica, dove, dopo gli anni più distensivi in patria dell’amministrazione Chruščëv, gli succedette Leonid Il’ič Brežnev, fautore della “dottrina a sovranità limitata” con toni decisamente più duri, nei confronti del dissenso, soprattutto nei Paesi del “Patto di Varsavia”.

In tutto ciò nasce la storia di Andreï Filipov, che mai come oggi rappresenta un baluardo per la libertà d’opinione, ma soprattutto il prendere una posizione univoca, merce che scarseggia in un mondo sempre più mosso dalla convenienza. Il regista romeno, poi naturalizzato francese Radu Mihăileanu, dona nei suoi film, nonostante si celi in fondo l’ovvia tragedia, un tocco d’humour. Così fa ad esempio nel suo acclamatissimo film del ’98 Train de vie, dove affronta un tema scottante come l’olocausto con una semplicità disarmante, probabilmente con lo spirito ricevuto in dono dal suo paese d’adozione, la Francia. Perché i cugini d’Oltralpe nel loro cinema, sono sempre riusciti a dare una sorta di lustro alla drammaticità, a differenza nostra, più inclini alla “Tragedia romana”, chiamata anche “Fabula cothurnata”, per via dei calzari indossati dagli attori. Ovvio che a distanza di nove secoli, i discendenti di Accio, Pacuvio ed Ennio, senza dimenticare il più significativo dei tragediografi, Seneca, ne prendessero spunto con il cinema, inventando il Neorealismo dei Visconti, De Sica e Rossellini.

L’armonia raggiunta ne Il Concerto, invece, è veramente notevole, proprio perché riesce a bilanciare benissimo la tristezza ed i momenti comici, senza escludere niente, riservando allo spettatore tutte le sfaccettature della emotività. L’enfasi del Caucaso invade letteralmente la raffinata Parigi, mostrando una umanità variegata, ma soprattutto rammentandoci il vecchio adagio che lo zio Henry ripeteva come un mantra a Maximilione ne Un’ottima annata di Ridley Scott: “Il sapere risiede nei posti più impensati”.

La regia di Mihăileanu fa letteralmente innamorare lo spettatore del Concerto per violino e orchestra di Pëtr Il’ič Čajkovskij, interrotto bruscamente trent’anni prima per via del rifiuto del direttore d’orchestra di espellere i musicisti ebrei. Il tutto condito dalla fotografia di Laurent Dailland e dal montaggio di Ludovich Troch, che raggiungono il cosiddetto pièce de résistance proprio nell’esibizione finale, dove spiccano i due attori protagonisti, Mélanie Laurent, rivelatasi al grande pubblico dopo l’esperienza tarantiniana, e Aleksej Gus’kov, famosissimo in patria, ma lontano purtroppo dal nostro cinema. L’armonia costruita da regista di Bucarest non può che ricordare l’opera musicale del compositore russo, in un crescendo che costituisce un ossimoro, proprio perché semplice nella sua complessità.

L’opera è stata premiata sia in Patria con il César che nella nostra Penisola con il David di Donatello per il miglior film dell’Unione Europea, dando un calcio ai preconcetti culturali che gli europei dell’“Ovest” a volte riservano ad una larga fetta d’Europa (e che onestamente prima dell’avvento americano ed il suo colonialismo non esisteva). Nel film ci viene raccontato anche un Paese attualmente attaccato più che mai ai soldi e al materialismo, che nei fasti del passato ha commesso certamente i suoi errori, ma che almeno nelle idee ha tentato di perseguire un mondo più equo e più giusto.

Strizzando l’occhio sia a Ken Loach, che ad Emir Kusturica, Mihăileanu usa la musica come mezzo che tutto concilia, abbattendo i muri economici e culturali che purtroppo non sono mai cessati di esistere, nonostante conflitti e rivoluzioni. La rivincita dei vinti, che hanno rinunciato a tutto per mantenere il punto, con un romanticismo che non cade mai nello stucchevole, riparando ad una ingiustizia che pesava come un macigno nonostante i tre decenni trascorsi. Una grande lezione di cinema tra le oniriche composizioni di Čajkovskij e l’aspirazione di una rivalsa, più che economica, etica e sociale.

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