Chernobyl: le atmosfere, il cast, i pregi della serie del momento

Incuriositi da tanti commenti positivi ma un pochino scettici: “Cosa mai ci sarà da sapere ancora, per noi che c’eravamo all’epoca dei fatti?”

È così che molti tra noi si sono approcciati alla miniserie Chernobyl. Una visione cruda, devastante e vera -per quanto si possa parlare di verità sulle cause di quella tragedia- che ha colpito per la perfezione dei dettagli, dal più piccolo al più evidente. Un progetto narrativo che fin da subito ci ha fatto capire bene quanto il Potere di una dittatura possa mettere a repentaglio la vita di tutti e quanto sia pericoloso obbedire sempre e comunque in nome dello status quo, senza chiedersi se sia giusto o meno. Certo, se non fosse stato per gli Svedesi, quei burocrati assassini avrebbero un peso ancor più gravante sulla loro coscienza.

Le atmosfere

Non ci soffermeremo sulla storia, nota a tutti anche a grazie a numerosi documentari su canali tematici di ogni tipo, una cinematografia a volte incerta e molti reportages giornalistici, ma sulla realizzazione: tutt’altro che banale e tecnicamente perfetta, la sceneggiatura è asciutta, senza spettacolarizzazioni o enfasi e a tratti garbata, che ci rende participi reali fin dalla pima inquadratura. Siamo anche noi inconsapevoli della reale portata dell’esplosione e anche noi la vediamo da lontano, come uno spettacolo di luci e inedite luminescenze. Siamo anche noi tra gli abitanti che si recano sul “Ponte della Morte” (così ribattezzato dopo il tragico evento) per meglio guardare quell’orizzonte di colori surreali mentre il pulviscolo radioattivo si posa sulle nostre spalle e su quelle dei nostri bambini.

Mentre qui, nella frizzante Europa degli anni ’80, dominava l’edonismo reganiano, per chi abitava nell’Ucraina settentrionale non c’era niente. Case spoglie, grezze e con i muri scrostati, colori ovunque sbiaditi, abiti, suppellettili, mobili e spazi comuni volutamente grigi ed anonimi. Però c’era la sicurezza del silenzio, niente domande. Tutto era sotto controllo, tutto era garantito. Fino a quella notte del 26 aprile 1986.

Le vicende raccontate si basano, in gran parte, sui resoconti degli abitanti di Pripyat, raccolti dalla scrittrice Premio Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich nel suo libro Preghiera per Chernobyl. Il cast non ha stelle di prima grandezza ma la sceneggiatura ha tenuto conto del pathos narrativo per sottrazione, meta-documentaristico ma con un’attitudine romanzata ben congegnata che unisce tratti e vicende altrimenti impossibili da congiungere in così poco tempo.

Il cast

Quattro le figure principali: Stellan Skarsgård, ottimo attore, svedese come chi si accorse per primo della fuga di radiazioni fino a quel momento tenuta segreta e, ironia della sorte, già nei panni di Viktor Tupolev, il comandante del sottomarino “Konovalov” che inseguiva il “disertore” Marko Ramius, interpretato da Sean Connery, al comando dell’Ottobre Rosso. Skarsgård veste i panni di Boris Shcherbina, assegnato dal Cremlino a guidare la commissione governativa dopo il disastro; Jared Harris (che dal padre Richard ha ereditato, migliorandola, un’espressività unica nella sua immobilità) nei panni decisamente scomodi del professor Legasov, reclutato senza troppi compimenti per risolvere la questione in qualità di vicedirettore dell’istituto dell’energia atomica Kurchatov; Emily Watson, la dottoressa Ulana Khomyuk, personaggio non realmente esistito ma che rappresenta tutti gli ingegneri e fisici nucleari che collaborarono con Legasov nei mesi successivi all’incidente. A lei gli showrunners hanno affidato lo straziante compito di condurre l’indagine sulle cause dell’incidente, interrogando le persone presenti nella sala di controllo e ricoverate poi nel tristemente famoso Ospedale 6 di Mosca, dove un abbraccio d’amore diventa letale ed una carezza a chi soffre ti condanna per sempre. E poi c’è Paul Ritter, caratterista di alto livello, al quale tocca il ruolo più odioso: quello dell’assistente capo ingegnere della centrale elettrica nucleare di Chernobyl, Djatlov.

I pregi

Ogni puntata sin qui trasmessa è ipnotica, con la suspence tipica di un thriller. La luce non è mai naturale, non potrebbe esserla e per questo le ombre livide velano ogni cosa, ogni volto, ogni movimento. Quando il sole compare lo fa con toni malati ed inquietanti. L’acqua, salvifica, madre di tutte le vite, si trasforma in veleno intoccabile. Affetti di una vita si trasformano in pericoli mortali, a meno che non li si guardi da “dietro la tenda di plastica”. Agonie e dolori osceni che non possono essere leniti nemmeno con la morfina, che si perderebbe in un sistema circolatorio ormai devastato. Degenerazioni cellulari che trasformano le povere vittime in orrori da chiudere in bare di piombo da annegare nel nero cemento.

Non ci sono dialoghi tragici, tutto viene tenuto sul filo dell’essenziale (che non è vero che è invisibile agli occhi), mentre si susseguono le narrazioni di chi riuscì ad intervenire, di chi non seppe mai cosa accadde veramente, di chi difese le proprie scelte in nome di un potere sovrano impossibile da sovvertire. Anche a mani (e non solo) nude tra le rovine per scavare un tunnel di protezione, come i 100 minatori reclutati senza troppi complimenti dal Ministro del Carbone.

La tecnica registica è a tratti sopraffina, figlia forse del miglior Spielberg, quello dei primi 20 minuti di Munich, e fedele anche ai tanti documenti da anni disponibili sul web, dove si possono trovare eloquenti footage comparison che rendono bene l’idea del lavoro dell’intera produzione, maniacale nella scelta dei costumi, accessori, mezzi di trasporto, locations e set continuity. Anche la mano del regista (un altro svedese, Bo Johan Renck proveniente dal mondo dei video musicali ma anche da Breaking Bad, The Walking Dead e Vikings) è abilissima a mostrare ma non a svelare, ad utilizzare il buio appena illuminato da fioche luci infernali come fonte narrativa e, quando necessario, ad affondare il colpo di grazia come nel caso delle scene in ospedale o dei volontari inutilmente mandati via terra o via aria a monitorare i livelli di radioattività con dosimetri di scarsa qualità che di fronte a tali emissioni si scioglievano in mano.

Questa serie va vista, anche se pensate di sapere già tutto, per la serietà ed anche una certa discrezione con la quale la produzione ha affrontato l’argomento e per il senso della realtà che trasmette. Dice Kurchatov alla Khomyuk: “Se non scopriamo cos’è successo, succederà di nuovo”, mentre a qualche chilometro di distanza il ticchettio di un dosimetro che pare impazzito sembra voler segnare l’urgenza del tempo. Che però si è già esaurito.

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