The Walking Dead: sopravvivenza, volontà di potenza e istinti umani

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“Cercavo l’origine del male, ma la cercavo
malamente e non scorgevo il male nella mia
stessa ricerca”

Le confessioni, S. Agostino

Di fronte alla visione della serie Tv ideata da Frank Darabont e intitolata The Walking Dead, trasfigurazione cinematografica dell’omonimo fumetto, ci si chiede se nella mente del regista vi siano state delle influenze di varie discipline che vanno dalla filosofia all’antropologia, visto la vastità di tematiche affrontate lungo il corso della storia dei protagonisti.

Il clima è quello apocalittico che vede negli zombie il solito ed emblematico segno di una fine per il genere umano avvenuta in maniera improvvisa e dilaniante, per mezzo di un virus che fa trasformare la gente in mostri. Ma l’aspetto caratteristico, che il regista è molto abile a dipanare man mano che si sviluppa la storia, è che in quest’atmosfera apocalittica gli zombie sono i primi a passare in secondo piano.

I personaggi all’interno dello sviluppo delle vicende e degli avvenimenti, attraverso un meccanismo di adattamento al mondo “nuovo”, normalizzano l’idea dell’esistenza degli zombie, assumendo nella propria struttura psicologica il fatto che essi sono affrontabili e annientabili. Il vero pericolo, in un mondo che non ha più risorse e che necessita di essere ricostituito ripartendo da zero, sono gli uomini stessi, i sopravvissuti che in un clima di assenza totale di speranza diventano, in molti casi, i protagonisti del più basso grado morale, diventando spietati a discapito della vita altrui.

Il regista mette in risalto come, di fronte ad un mondo che viene decodificato attraverso la normalizzazione della morte per l’esistenza degli zombie, gli uomini che ancora sono rimasti in vita senza essersi trasformati, sviluppano un cinismo senza limiti che li porta a ragionare in maniera anti-umana nei confronti di chiunque altro sia rimasto vivo.

Rick Grimes, che è il protagonista di questo cult tv, rappresenta la guida messianica che sta al comando dei protagonisti della storia. Un leader duro, ma con una determinazione nella protezione del suo gruppo che alla base ripone quel cinismo che lo porta ad auto-legittimarsi in qualsiasi azione, giusta o sbagliata che sia, nei confronti di qualsiasi essere al fine di proteggere il gruppo di appartenenza. Un universo apocalittico differente dalla solita rappresentazione, poiché nella storia di TWD vi è sempre presente quello spirito di ripresa e di progresso che porta il gruppo dei protagonisti a non cullarsi sull’idea che il mondo sia finito.Nell’immensa Iliade che Rick e i suoi compagni affronteranno, vi sarà quella pulsione di fondo che sempre porta a credere che nella collettivizzazione di un’idea di ripresa, diffusa tra i vivi e i sopravvissuti, vi è sempre la speranza di farcela.

Dunque, nell’ottica di un ritorno a uno stadio primitivo dell’esistenza, costituito da un ritorno al concetto di caccia al fine di nutrirsi e al concetto di esplorazione in posti sconosciuti al fine di trovare qualcosa di utile per il branco, si innesta la sopravvivenza come forma di resistenza a un mondo costellato di morte e disperazione. La morte rappresenta uno dei temi che più ritorna e che più viene evidenziato, una morte che viene rappresentata per lo più come forma di paura di una perdita. Tutti i protagonisti che in maniera quasi fenomenologica, durante il corso della storia, vanno aggiungendosi al gruppo, hanno perso almeno una persona cara. Chi ha perso i genitori, chi la moglie, chi i figli, tutti i sopravvissuti sono segnati dalla perdita, che solo nella collettivizzazione del dolore può essere elaborata e “superata”. Una morte come perdita di una parte del proprio essere, che si manifesta come il dato identificativo della nuova condizione apocalittica in cui l’uomo si ritrova. Non è tanto la paura della propria morte ad attanagliare la mente dei singoli personaggi, ma è la paura della perdita che porta a lottare continuamente al fine di proteggere chi fa parte del proprio gruppo, un essere-per-l’altro, che porta l’individuo ad agire in base alla protezione altrui.

Nel lungo e complesso intreccio della storia dei protagonisti, che per tappe incontrano nemici, nuovi amici, comunità disparate e gente di ogni genere sopravvissuta all’apocalisse, si muovono varie situazioni limite in cui l’uomo necessita di capacità specifiche per l’adattamento. Rick non è solo il protagonista di un’immensa storia, ma è quel Superuomo di cui parla Nietzsche, quel Superuomo che è tale perché possiede quella capacità di adattamento alla perpetua volontà di rinnovare i propri valori. Un mondo, questo, che ha la necessità di essere rifondato ed estrapolato dall’oblio.

Rick affronta tutte le difficoltà che un mondo in tempesta genera e produce, non piegandosi mai, anche se a morire è sua moglie o qualcuno di ancora più caro, sorregge con veemenza la volontà di resistere, una volontà che si espande a tutto il gruppo. Il protagonista anche se viene rappresentato come un uomo sadico e cinico, che nella perdita continua si pensa perda anche il lume della ragione, in realtà sulla vendetta sta alimentando lo spirito vitalistico di un desiderio di progresso e di rinascita. Questo spirito si manifesterà nel momento catartico in cui si ritroverà di fronte al cattivo tra i cattivi, al carnefice tra i carnefici, al dittatore tra i dittatori, il fatidico Negan.

Su quest’ultimo andrebbe fatto un discorso a parte. Egli rappresenta l’irrazionalità della cattiveria, uno spirito implacabile che colonizza ogni pulsione dell’uomo rendendolo assoggettato, un personaggio la cui cattiveria sovrasta a tratti la speranza. Il concetto di fondo che qui è evidenziato è il fatto che in Rick si innestano la sofferenza e il dolore, diventando una macchina propulsiva che lo portano a non gettare mai la profetica spugna e a resistere contro tutto e tutti. Rick è un esempio, anche se molto spesso contradditorio e contestato dai suoi simili, di speranza in un universo di morte, in cui Dio è veramente morto e in cui l’uomo si è dimenticato della sua umanità.

Il regista è molto abile nell’accostare alla morte la sopravvivenza che porta a una mancanza di umanità mista ad egoismo che trascende e dimentica totalmente la collettività e il bene. È su questo concetto anti-umano dell’uomo che si rappresenta il reale problema di TWD, ovvero che il pericolo non sono gli zombie, ma è sempre e unicamente l’uomo. Il libero arbitrio dell’uomo, fonte inesauribile di inconsapevole male, genera le azioni più illogiche e irrazionali, creando uomini fuori dall’umano.

Negan rappresenta questo “è al di fuori dell’umano”, capo dei cosiddetti “salvatori”, che più che salvare tendono a reprimere e obbligare. Uomini come lui, all’interno del clima apocalittico, anzichè creare coesione tra i sopravvissuti in maniera metodicamente umana, cercano di soggiogare chiunque opponga resistenza, esercitando un potere dittatoriale sulla vita. Dunque, in sponda a Negan, vi è Rick che in conseguenza di una metamorfosi esistenziale, dettata dalle innumerevoli vicende vissute, rappresenta quel monito etico da perseguire al fine di una rieducazione al bene collettivizzato. Quel libero arbitrio dell’uomo ritrova un raddrizzamento con un’etica verso il bene alimentata da Rick e il suo gruppo. Il personaggio di Rick ha subìto un lento procedimento che lo ha portato a cambiare la sua visione della realtà violenta in cui si è ritrovato, un cambiamento dettato dalle persone che nel gruppo sorreggono le sue scelte, dal figlio Carl, alla forte e tenace Carol. Rick ha ritrovato la sua etica attraverso un lento processo di riflessione esistenziale. Ha dovuto soffrire, uccidere anche altri uomini, ha dovuto fare scelte, imporsi di fronte alle situazioni, con l’unica intenzione di fare il bene per il proprio gruppo.

Quella volontà di potenza nietzschiana è lo spirito di ripresa, di fronte a una rivoluzione dei valori forzata dall’apocalisse-zombie, di ciò che resta del mondo. Dunque, il compito di chi sopravvive è lo sconfiggere quella razionalità del male dettata dalle pulsioni anti-umane della vendetta, che di fronte agli occhi di chi ha fede nel progresso e nella ripresa rappresentano il daimon negativo da abbattere. Ritornando al concetto che tutti hanno perso qualcuno in questo mondo lacerato da un virus, la forza interiore risiede nel capire che non è lecita la vendetta e l’uccidere, la cosa giusta non è ascoltare la proprio sete di sangue, ma al contrario lo è il comprendere che vi sarà un nuovo mondo a partire da chi è rimasto vivo, lasciando alle spalle tutto ciò che rappresenta il passato. Un continuo conflitto tra bene e male, tra razionalità e irrazionalità, tra giusto e sbagliato, in cui l’uomo deve riuscire a trovare il luogo dove posizionarsi, dove fare scelte, dove ridare vita a un mondo che ha ancora speranza.

“il prezzo è in ogni caso enorme, la bassezza dell’uomo ha le stesse dimensioni della sua grandezza e, nel complesso, il difensore dell’umanità, pur avendo dalla sua grandi espiatori quali Francesco D’Assisi, si trova a mio avviso nella posizione più difficile.”

Hans Jonas, Il principio responsabilità

La vita è dovere di esistere.

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