La filosofia dei Baustelle: sei dualismi significativi

L’opera prima dei Baustelle esce precisa precisa nel 2000 pubblicata da Baracca&Burattini, costola del Consorzio Produttori Indipendenti.

Il lavoro incarna l’urgenza innovatrice di generazioni trasversali di ascoltatori con la loro idea “indie” di evoluzione del panorama musicale. Evoluzione che arriverà agli odierni Brunori sas, Calcutta, Luci della Centrale Elettrica, Cosmo…

Solo incidentalmente però il primo lavoro dei Baustelle suona come indie; sia per i mezzi produttivi (non c’era ancora la Warner), sia per i nomi che si sono alternati alle consolle. Sussidiario Illustrato della Giovinezza è espressione di un nuovo romanticismo italiano dai suoni ibridi tra pop e elettronica, di manifattura quasi artigianale.

Potrebbe essere tranquillamente cantato da Luigi Tenco o da Sergio Endrigo con gli archi al posto dei synth e soprattutto al netto del ribaltamento di costumi da cui proviene la grondante sessualità adolescenziale di cui è finemente intriso, e che ritroveremo maturata in botte nell’ultimo L’Amore e Violenza, vol. 2 (Warner, 2018).

Passando dal monumentale Fantasma del 2013 e compreso l’ultimo ritorno electro-pop, i Baustelle paiono aver evoluto il loro patrimonio biologico ramificando la chioma verso le nuvole, senza mai rinchiudersi e perdere la loro narrativa caratteristica, fatta ora di relazioni malate col mondo (Betty, Charlie fa Surf, La Guerra è finita), ora dall’animazione del villaggio mistico della provincia italiana, rifugio redentore e tiranno (I Provinciali, Le Rane).

I dualismi dei Baustelle: una chiave di lettura

Questo percorso e i suoi contraddittori presupposti saranno la fonte degli onnipresenti dualismi di cui la loro discografia è costellata, attraenti e carichi di tensioni.

Volendo catturare questi nuclei portanti come bolle sonore e letterarie di contraddizione-caratterizzazione, cito i miei personali “6 pezzi facili” che ad ogni ascolto danno vigore al pathos geneticamente insito nella loro opera:

1) Terra e Cielo

Da quel “ci prenderemo come i cani, la gente fuori non lo capirebbe mai… ma sempre meglio di morire…” fino a “nei fiori di campo e nei passeri se nevica, li vedo campare senza niente da mangiare, osservo Dio, lo lascio fare” tredici anni dopo.

Andata e ritorno. Dal personale al mistico. Il viaggio dei nostri è sempre verticale alternando ascesi e discese, scala di Giacobbe i cui pioli sono costruiti sulla evocazione dei sentimenti trapiantati nel passato, fino alle proiezioni del futuro perché “il ricordo si sa, trasfigura la realtà, la verità se ne sta sulle stelle più lontane”.

2) Provincia e città

Questi passaggi sono sempre mediati da istantanee cittadine come in “un romantico a Milano” o impresse nella dolceamara nostalgia dei bar di paese in cui “morire la domenica… estetica anestetica provincia cronica”. “Vivi ancora in provincia, ci pensi ogni tanto alle rane?”. Culla e carcere nel bestiario bianconiano, le campagne italiane e le loro abbondanti fioriture di mistici: “saremo santi disprezzando la realtà, e questo mucchio di coglioni sparirà, e ne bellezza o copertina servirà, che siamo niente, siamo solo cecità” (I Mistici dell’Occidente, 2010).

3) Posa e introspezione

Nonostante gli intenti dichiarati che “né bellezza o copertina servirà” e le incursioni di forte critica sociale (Spaghetti Western, La Canzone della Rivoluzione), i nostri sono sempre ben nascosti dal cerone di un’estetica da consumati posers. Ammiccanti ora la Francia anni 60 per cui “rubare negli autogrill ti rende Alain Delon” , ora la Tv italiana dei nostri anni più glamour di “i wanna be Amanda Lear”: non risparmiando nemmeno una britannica attitudine giocando con look ricercati nei cappelli a larghe falde di Rachele e con le provocazioni alla Wilde insinuate nei testi: “l’erba, ti fa male se la fumi senza stile”.

Atteggiamento fidelizzante le prime schiere di esteti fin dal Sussidario. Chi fosse invece rimasto scottato da quell’inizio, irrigidendosi in un tombale giudizio di gruppo vuoto e modaiolo, si sarà forse ricreduto con Alfredo: “Dio guardava il figlio suo e in onda lo mandò, a Wojtyla, alla P2, a tutti lo indicò… a Cossiga e alla DC, a BR e Platini, Repubblica e alla Rai, la Morte ricordò… a chi mai dentro di sé, il vuoto misurò”. Amen fu Premio Tenco nel 2008.

4) Citazionismo e personalità

“Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera” in un Vangelo di Giovanni con profughi siriani, canottiere rosse costrette a sventolare e ti aspetti l’uscita di Franco Battiato con l’iconico megafono che (sul ponte) sventola bandiera bianca. E ancora “gravi stati di allucinazione, mentre passa l’ultima canzone all’Eurofestival” coi suoi “epicurei, etero e gay, giovani rapper, occultisti e dj” dall’ultimo L’Amore e la Violenza (2017): soltanto uno degli innumerevoli episodi di rielaborazione: consapevole e citazionistica.

Citazionismo che conduce ad una indefinibile sensazione di deja vu, al limite invalicato e subliminale di un plagio mirato alla costruzione di una forte identità sonora. Paradossale, spietato e concreto, accettabile e moderno concept: i Baustelle spremono, dosano e omaggiano i loro miti musicali; ne fanno elemento vitale della loro personalità.

Da Battiato agli chansonniers, dalla canzone italiana anni ’60 al francescano Branduardi, fino alle pesanti chitarre di Veronica n. 2 che gioca senza pudori col brit-pop di Babies dei Pulp, oppure sfruttando il nostro 900: “Piove su immondizia e tamerici, sui suoi 5.000 amici”. E ancora la sequenza synth di “L”, i frizzanti “sciabadabada” come pizzichi di sale.

Chi grida allo scandalo, chi gioca a cercare le fonti, chi semplicemente vede rivivere decenni di cultura in una manciata di canzoni.

5) Memoria e proiezione

I drammi vestiti di leggeri ritornelli in Charlie fa Surf e La Guerra è finita – se non la decadenza di Betty col suo “bel profilo (facebook)” – vedono i testi immergersi in psicologie tese e immature, intrinsecamente schizofreniche in patologico conflitto col mondo.

È lo strumento della memoria a legare i tempi, un calarsi nell’adolescenza e nelle adolescenze nascoste nell’età adulta. Come in un abile gioco di specchi la memoria muta in proiezione adulta, mostrando perciò volontà protettiva e tenerezza di giudizio (“era mia amica, era una stronza, aveva 16 anni appena”) oppure accusa verso un network che concede personalità solo a piccole élites (“il cantante, l’attore, eccetera eccetera”) e verso i deleteri antidoti a cui costringe: “è l’antidoto che ho, al futuro anonimo, è la scritta Calvin Klein, è la firma D&G…hai ragione Monica, la sconfitta è storica, ma non posso dirtelo…”

6) Autorialità e commerciale

Poche band sono così sfacciate nel proporre pop lussuoso e ammiccante. Poche band riescono a sfornare brani d’autore così intensi, intercettando gusti trasversalmente collocati come usciti da un panel di marketing.
Se ci scandalizziamo per la rima micidiale “I wanna be Amanda Lear” o per il riff di Un romantico a Milano, non possiamo evitare che il cuore si spezzi quando Rachele ci intona L’Aeroplano o la battiatana Radioattività. Non possiamo fuggire al bagno gioiosamente malinconico dei cori ne I Provinciali o non stupirci di fronte ai gioielli nascosti come La Canzone del Parco, L’Indaco, Follonica, Lei Malgrado Te.

Come fa notare l’amico poeta Luca Ariano, l’armamentario letterario è inarrestabile, rischiando incastri metricamente arditi tra citazionismo poundiano e atmosfere surreali alla Borges; ammiccando ad Umberto Fiori negli Stormy Six e pescando dalla letteratura religiosa medievale.

Degni di nota infine gli strumentali, in cui espongono la grafia del momento come in un cinema all’aperto nelle afose serate estive di provincia. Un realismo magico italiano che Sandro Penna descriverebbe come “bandiere di nostalgia campestre, gli alberi alle finestre”.

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