Ed Wood: l’omaggio di Tim Burton ai suoi miti del cinema

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“Sto per dirti una cosa che non ho mai detto a una ragazza al primo appuntamento, però è importante che tu sappia che… mi piace vestirmi da donna!”

Edward D. Wood Jr.

Alzi la mano chi non ha mai avuto un idolo, un mito personale, una personalità più o meno importante della vita pubblica da seguire a distanza, magari ricostruendone la storia con l’aiuto di un’abbondante dose di fantasia, per meglio adattarla alla rappresentazione ideale di questa figura.

Prima ancora di essere un autore geniale, Tim Burton è un grande appassionato di cinema e delle personalità che hanno popolato il bizzarro mondo della settima arte: era quasi logico che il poeta dei freaks, un artista dotato di una sensibilità così peculiare, non potesse rimanere indifferente di fronte alla parabola di vita di Edward D. Wood Jr., uno dei più grandi emarginati di Hollywood, noto per essere stato descritto come “il peggior regista di tutti i tempi” (definizione assolutamente ingenerosa, ma che quantomeno ha fatto la sua fortuna postuma), alcolista eterosessuale con la passione per gli indumenti femminili, che amava indossare con disinvoltura anche in pubblico. Se poi aggiungiamo che proprio Ed Wood (l’uomo) fu l’ultimo regista ed un grande amico di Bela Lugosi, il primo vero Conte Dracula, capiamo benissimo perché Ed Wood (il film che Burton ha tratto dalla sua vita) sia una tappa a dir poco fondamentale nella carriera del regista di Burbank.

Ed Wood non è un biopic, sarebbe troppo riduttivo definirlo tale: è un film enorme che parte da una storia vera (la carriera di Ed Wood durante gli anni cinquanta), la quale viene filtrata dalla fantasia dell’autore per trasformarsi nel racconto di un’amicizia bellissima e commovente (tra Ed e Bela), in una grande storia d’amore “doppia” (tra Ed e Kathleen, ma soprattutto tra Ed e il cinema, che però non lo ricambiava affatto) ed infine, più sottotraccia, in vero manifesto programmatico del cinema burtoniano, nel quale emerge in pieno l’amore a trecentosessanta gradi ed il rispetto totale del regista per ogni forma di cinema, alto e basso, d’autore e commerciale, di Serie A come di Serie Z.

Per sottolineare meglio la differenza tra un biopic classico ed il suo film, Burton sceglie di girare Ed Wood come se fosse un vero film di quell’epoca: la fotografia (ad opera di Stefan Czapsky, che aveva già reso unici Edward Mani di Forbice e Batman Returns) è in un glorioso bianco e nero che, unito al sistema di regia invisibile (o quasi), ricrea perfettamente l’atmosfera dei B-Movies di quell’età dell’oro. Per adattarsi meglio a questo stile, la colonna sonora del film per la prima volta non è affidata a Danny Elfman ma ad Howard Shore, che porta a casa un ottimo risultato. Il film arriva nelle sale nel 1994 e ancora oggi rimane uno dei titoli più amati e discussi di Burton.
Nella parte di Ed Wood il regista chiama Johnny Depp (è la loro seconda collaborazione) il quale somiglia solo vagamente al famoso re dei film brutti, sottolineando ulteriormente il totale disinteresse di Burton per il realismo nel suo cinema.


La trama

L’Ed Wood di Burton e Depp è un allegro disadattato, perennemente ottimista e nerd ante litteram: nella sua casa, che condivide con la fidanzata Dolores Fuller (Sarah Jessica Parker), ha appeso sia il poster di Quarto Potere che quello di Dracula (perché non esiste un cinema “alto” ed uno “basso” per Burton) e, nell’attesa di sfondare ad Hollywood come regista, lavora come tuttofare sui set ed organizza una disastrosa pièce teatrale che viene massacrata dalla critica.

L’incontro che cambia la vita di Ed è quello col suo mito d’infanzia, Bela Lugosi (Martin Landau, quasi irriconocibile e premiato con un meritatissimo Oscar), ormai vecchio, disoccupato da anni ed in preda alla dipendenza da morfina: grazie alla sua disponibilità ad entrare nel cast, Ed riceve dal produttore Georgie Weiss (Mike Starr) i finanziamenti per realizzare il suo film d’esordio Glen or Glenda (I Changed My Sex!), che nelle intenzioni del produttore doveva essere una pellicola ispirata allo storico caso di cambio di sesso di Christine Jorgensen (che scandalizzò gli Stati Uniti nei primi anni cinquanta) e che il novello regista/sceneggiatore/montatore trasforma in un’opera semi-autobiografica
sul tema del travestitismo, consegnando un film caotico, incomprensibile e totalmente sbagliato, che si rivela un fiasco epocale nonostante il budget estremamente povero.

Di lì in avanti il film si trasforma in uno straordinario elogio ai perdenti: Ed incontra una serie di personaggi sempre più strampalati che lo accompagneranno nelle sue avventure dentro e fuori set, come il gigante dal cuore d’oro Tor Johnson (George Steele), il finto chiaroveggente Criswell (Jeffrey Jones), la sensuale presentatrice tv Vampira, al secolo Maila Nurmi  (Lisa Marie, all’epoca compagna di Burton), l’amico di sempre Bunny Breckinridge (Bill Murray), l’aspirante attrice Loretta King (Juliet Landau) ed un direttore della fotografia gravemente daltonico.

Mentre si consolida il suo rapporto con Lugosi (sempre più tormentato dalla dipendenza), Ed inizia la lavorazione di uno dei suoi film più celebri, La Sposa del Mostro, che si rivela quasi impossibile da finanziare. Totalmente privo di nozioni tecniche, Ed scrive i copioni in poche ore e non gira mai due volte la stessa scena (forse anche per mancanza materiale di tempo e pellicola), nemmeno quando sarebbe necessario. Non importa quanto sia venuta male: al termine di ogni ciak per Ed è sempre tutto perfetto, persino quando Tor rischia di far crollare un pezzo di scenografia passando da una semplice porta o quando, a causa di un malinteso con i membri della crew che hanno dimenticato il motore, il povero Bela è costretto a lottare nell’acqua gelida con una finta piovra muovendo da solo i suoi tentacoli. Per Ed Wood, come anche per Tim Burton, la passione, le intenzioni e la libertà creativa vengono prima delle reali competenze tecniche: la grande differenza tra i due registi è che Burton, nonostante l’attitudine punk, possiede anche una tecnica eccellente.

Al termine della lavorazione del film, che sarà un altro meraviglioso fallimento, Ed viene lasciato da Dolores, che non sopporta più il suo feticismo per gli abiti femminili, ed è costretto a fare ricoverare Bela, che ormai non è quasi più in grado di provvedere a sè stesso.
E’ durante le giornate passate in sala d’attesa che Ed incontra Kathy (Patricia Arquette), la sua nuova compagna, che si trova molto più a suo agio con le insolite passioni del regista e con il suo lavoro.
Purtroppo, nonostante le condizioni di salute precarie, Bela non può continuare il ricovero ospedaliero a causa della mancanza di copertura assicurativa: poco dopo essere stato dimesso, l’anziano attore muore all’improvviso, non prima di aver riscoperto l’affetto di un pubblico che non l’ha mai dimenticato.

In suo onore, grazie ad un improbabilissimo finanziamento ottenuto da una piccola congregazione religiosa che spera di guadagnare denaro sufficiente per sviluppare una serie di film sugli Apostoli (!), Ed si lancia nella produzione di Plan 9 from Outer Space, il suo capolavoro assoluto nonchè “peggior film mai fatto” (disponibile sottotitolato nella pagina di Wikipedia), un mix indefinito di horror, sci-fi e crime story fatto di tombe scoperchiate e dischi volanti fintissimi, realizzati con piatti fatti “volare” con le canne da pesca, passato alla storia per essere l’ultimo film di Bela Lugosi, morto tre anni prima della sua uscita e “resuscitato” grazie a due vecchi spezzoni inediti e ad una controfigura a volto coperto, ma comunque visibilmente diversa.

A pochi munuti dalla fine del film Burton fa incontrare faccia a faccia Ed Wood ed Orson Welles (Vincent D’Onofrio), che dialogando brevemente scoprono di avere in comune lo stesso approccio nei confronti del cinema e lo stesso bisogno di libertà creativa. Nella realtà non ci fu alcun incontro documentato tra i due ed il film fu un disastro come tutti gli altri del regista, ignorato fino alla sua morte, ma Burton decide di chiudere il suo Ed Wood con una première trionfale per Plan 9, al termine della quale Ed (dopo aver ricevuto tutti gli apllausi che la sua controparte nella vita reale non ha mai ricevuto) chiede a Kathy di sposarlo.

Dopo una carriera nel cinema a luci rosse, Edward D. Wood Jr. morirà in maniera terribile nel 1978, senza ricevere soccorso dalla sua Kathy, ma questo lato della sua storia non è preso in considerazione dal film, che ha un altro e ben più nobile obiettivo.


L’interpretazione del film

Realtà e finzione, licenze poetiche e ricostruzioni fantasiose sono il dna e il grande punto di forza di questo splendido finto biopic, che parla forse più del proprio autore e dei suoi sogni che di Ed Wood stesso, ma senza che questo aspetto emerga mai in maniera troppo prepotente, rischiando di oscurare la trama principale.

Una sorta di Amarcord immaginario in cui Burton rende omaggio ad alcuni dei suoi più grandi miti e per quali confeziona una realtà alternativa in cui, da perdenti per eccellenza, si trasformano in grandi vincitori, senza nascondere nemmeno per un fotogramma tutto l’affetto che prova nei loro confronti.

A meno di dieci anni dal suo esordio ufficiale come regista, Tim Burton è già entrato nella storia anche grazie a questa opera delicata e complessa, originalissima e capace di toccare livelli di profondità inaspettati senza mai appesantirsi. Forse il suo film migliore in assoluto.

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