Batman Returns: quando Tim Burton portò ad Hollywood il puro espressionismo

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di Batman Returns, il film di Tim Burton del 1992, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

 

Quando Tim Burton fu chiamato per portare al cinema il personaggio di Batman, lo scetticismo era decisamente alto: si trattava di affidare un blockbuster discretamente complesso in termini di costi, realizzazione ed attese ad un regista poco più che trentenne e con alle spalle due piccoli film e una manciata di cortometraggi, quando registi ben più esperti come Joe Dante, Guy Hamilton ed Ivan Reitman avevano già fallito nell’impresa. Aggiungiamoci poi che appena seduto in cabina di regia, Burton affidò il ruolo dell’uomo pipistrello al suo Beetlejuice, Michael Keaton (non certo il primo nome che potesse venire in mente per un ruolo simile), ed ecco che lo scetticismo dei fan si trasformò in vera paura. Una volta uscito, nell’estate del 1989, Batman si rivelò un trionfo di critica e botteghino, smentendo le brutte aspettative della partenza col lavoro di un cast eccezionale (il memorabile Jack Nicholson nei panni di Joker, lo stesso Keaton rivelatosi un ottimo Batman e un’affascinante Kim Basinger) ed un’estetica noir che fece scuola negli anni successivi, da Darkman di Sam Raimi a The Shadow di Russell Mulchay e The Mask di Chuck Russell.

Esplose una vera e propria batmania, con un livello di merchandising mai visto prima, che colse impreparata la Warner Bros al punto di affidare a Burton la libertà (quasi) totale per il sequel. Stracciata la prima bozza di sceneggiatura (intitolata semplicemente “Batman 2” e scritta da Sam Hamm, sceneggiatore del primo film) Burton, che nel frattempo aveva portato a casa un altro film di enorme successo come Edward Mani di Forbice, iniziò a lavorare con lo sceneggiatore Daniel Waters ad un nuovo soggetto, questa volta molto più personale. Il regista di Burbank non ha mai fatto mistero del fatto di non aver mai trovato particolarmente interessante il personaggio di Batman, e difatti per il suo Batman Returns (uscito nell’estate 1992) decise di confinare il cavaliere oscuro in un ruolo di semplice comprimario all’interno di una fiaba nerissima ed espressionista, fatta di freaks e di maschere: un film d’autore prima ancora che un blockbuster, il cui impatto a dir poco shockante sul pubblico americano causò una serie di polemiche che portarono all’allontanamento di Burton dal franchise.

Ma veniamo al film.

Questo brano della colonna sonora di Danny Elfman si intitola Birth of a Penguin ed è semplicemente un capolavoro: dovendo scegliere un commento musicale adeguato per rappresentare al meglio l’oscurità, questo pezzo orchestrale dalle atmosfere gotiche sarebbe la scelta migliore in assoluto. Sono queste le note che accompagnano l’apertura del film, che comincia in maniera decisamente particolare: assistiamo alla nascita di Pinguino, il vero protagonista dela pellicola, un essere deforme e ripugnante alla vista che proprio per questo motivo viene abbandonato in maniera brutale dai suoi genitori, che lo gettano in una fogna senza particolari rimorsi. Un inizio potentissimo, estremamente burtoniano (potrebbe essere una delle filastrocche contenute in Morte maliconica del bambino ostrica, nel quale effettivamente appare anche un bambino pinguino), che mette subito in chiaro che il mood del film sarà completamente diverso dal precedente: questa volta Burton giocherà secondo le proprie regole, abbandonando il rigore logico in favore di un surrealismo spinto e di una narrazione volutamente sopra le righe. Il film ruota attorno ai quattro protagonisti

Pinguino (Danny DeVito)

Un character design memorabile (con look dichiaratamente ispirato a quello di Werner Strauss ne Il Gabinetto del Dottor Caligari) per quello che nei fumetti era sempre stato un villain tra i meno interessanti: Burton stravolge le origini, il carattere e le motivazioni di Oswald Chesterfield Cobblepot (vero nome di Pinguino) per trasformarlo in una versione estremamente malvagia dell’Elephant Man di David Lynch. Cresciuto tra le fogne di Gotham City ed un vecchio zoo abbandonato, allevato da un branco di pinguini (!) e da un gruppo di artisti circensi diventati criminali, Pinguino cova dentro di sè un grandissimo risentimento nei confronti della “brava gente di Gotham”, colpevole di averlo emarginato.

Animalesco, rozzo, incapace di controllare i propri istinti violenti e le proprie pulsioni sessuali, Pinguino riesce ad essere allo stesso tempo spaventoso, carismatico e tragicomico.

Apparentemente il suo desiderio è quello di riemergere alla luce del sole, per scoprire finalmente il nome di quei genitori che lo hanno rifiutato in modo crudele, e per ottenere ciò che desidera scende a patti (previo ricatto) con l’uomo più potente della città, l’industriale Max Shreck.

Riemerso in società e acceccato dalle promesse di fama e gloria di Shreck, Pinguino troverà naturalmente Batman lungo la propria strada, determinato a capire cosa si stia nascondendo dietro la sua rapida ascesa.

L’aspetto più interessante di questo grandissimo personaggio (forse il miglior villain mai apparso fino ad ora in un film di supereroi) emerge verso il terzo atto del film, quando tutti gli indizi ci portano a capire che il suo piano di vendetta (l’uccisione di tutti i figli primogeniti di Gotham) non è maturato in seguito alle vicende del film, ma con ogni probabilità era sempre stato in atto fin dall’inizio.

Max Shreck (Christopher Walken)

Al momento di scegliere il nome del perfido capitalista corruttore del film, Burton optò per Max Shreck, ovvero una piccola storpiatura di Max Schreck, il leggendario interprete del vampiro Conte Orlok nel Nosferatu di Murnau (1922).

Estremamente avido e assetato di potere, Schreck vuole costruire una nuova centrale elettrica per Gotham City, che in realtà è un potente accumulatore che sottrarrà energia alla città, in modo che poi lui e il figlio possano rivenderla a caro prezzo nel momento del bisogno.

Viene rapito e ricattato da Pinguino, che ha scoperto una sua lunga serie di scheletri nell’armadio ed ora vuole usarlo per riemergere in società.

Per facilitare il suo percorso nella costruzione dell’accumulatore, Shreck ha bisogno di far cadere il sindaco di Gotham e di sostituirlo con una persona più maneggevole: Pinguino, fresco di popolarità dopo la prima apparizione pubblica, gli sembrerà il nome perfetto.

Catwoman (Michelle Pfeiffer)

Segretaria di Shreck, timida, notevolmente impacciata e per giunta sfortunata con gli uomini, Selina Kyle viene uccisa da Shreck, che la getta dal proprio grattacielo nel momento in cui lei scopre il suo piano dell’accumulatore. Letteralmente riportata in vita da un gruppo di gatti, Selina si trasforma in Catwoman dopo aver distrutto tutti i simboli materiali della sua precedente vita da perdente.

Vestita di latex nero e dotata di artigli affilati come una versione femminile di Edward, Catwoman odia i soprusi quanto le persone incapaci di difendersi, si dedica alle rapine per il puro gusto di farlo, è anch’essa divisa tra razionalità umana ed istinto animale ed è mossa da un odio puro nei confronti di Batman, che prima della trasformazione l’aveva salvata da un’aggressione, e che quindi rappresenta per lei l’incapacità di difendersi (e di vivere) autonomamente.

Batman (Michael Keaton)

Mai come stavolta la vera maschera è Bruce Wayne. Ce ne accorgiamo nella prima, splendida scena in cui compare, quando vediamo Bruce seduto nella sua villa, al buio, in dormiveglia, animarsi improvvisamente al momento dell’accensione del bat-segnale. La sua ragione di vita ormai è la lotta contro il crimine, mentre la vita come Bruce Wayne una noiosa copertura che non cattura neanche una minima parte del suo interesse. O almeno così sarà fino all’incontro con Selina Kyle, che potrebbe cambiare drasticamente le sue priorità.

Bruce/Batman è sicuramente il personaggio meno interessante del quartetto (in un film in cui dovrebbe essere protagonista), e lo sviluppo più avvincente legato al suo personaggio è dato dalla storia d’amore che nasce con Selina, mentre il di lei doppio Catwoman progetta un attentato a Batman insieme a Pinguino.

Il duetto migliore tra Bruce e Selina si svolge durante il ballo in maschera organizzato da Shreck, quando i due (unici non mascherati) scoprono le rispettive identità segrete sulle note di Face to Face di Siouxsie and the Banshees.

Per tenere unito questo complesso groviglio di relazioni, Burton dà libero sfogo a tutto il suo estro creativo, mettendo in piedi un’opera surreale, una fiaba dark totalmente irrealistica che riesce a sopperire alla mancanza di logica di una trama a tratti lacunosa con un impianto visivo visionario, figlio del cinema espressionista tanto amato dall’autore. Oltre al già citato Shreck i riferimenti all’espressionismo sono disseminati ovunque nel corso della pellicola: Gotham City è un ammasso di grattacieli figlio della Metropolis di Fritz Lang, e i suoi abitati sono una massa informe e urlante di cittadini della middle class pronti a cambiare opinione su Batman o Pinguino alla velocità della luce; nella scena del primo faccia a faccia tra Catwoman e Pinguino viene esplicitamente citato il Frankenstein di James Whale; il covo di Pinguino e dei membri del Circo del Triangolo Rosso rimanda chiaramente a Freaks di Todd Browning, e più in generale tutti gli snodi della trama (finale allucinante compreso) sembrano richiamare un cinema del passato, che negli anni ’90 non c’era già più.

Tantissimi i momenti visivamente memorabili: a tutte le scene già citate in precedenza si possono aggiungere una serie di sequenze imperdibili, come la visita di Pinguino alla tomba di famiglia, il “bagnetto” di Catwoman (che si lecca la tuta in latex come un vero gatto), il bacio sotto il vischio tra Batman e Catwoman, la triste fine della Principessa del Ghiaccio, il volo di Catwoman aggrappata ad un ombrello di Pinguino e il funerale finale. Non manca spazio né per le critiche del regista al capitalismo e alla società dei consumi, che nei suoi film dei ’90 erano particolarmente graffianti, né per una serie di bizzarri riferimenti biblici nella figura di Pinguino (ha 33 anni, la sua culla è stata trasportata dalla corrente di un fiume sotterraneo, vuole sterminare tutti i primogeniti di Gotham..).

Pare che fosse quasi tutto pronto per un terzo film, dal titolo Batman Continues, ma l’accoglienza di Returns fu troppo controversa: gli incassi furono comunque ottimi (anche se inferiori a quelli del primo film) ma sorsero numerose proteste da parte delle associazioni dei genitori, che si scagliarono contro la presenza nel film di un personaggio disturbante come il Pinguino, che vomita un non meglio precisato liquido nero, e azzanna il naso di un povero malcapitato tra urla e schizzi di sangue. Da lì nacque una folle controversia con McDonald’s, che rifiutò di distribuire gadgets legati direttamente al film nei suoi Happy Meal, un po’ per l’eccessiva violenza presente nella pellicola, un po’ perché al termine del film i giovani spettatori sembravano non avere un eccessivo appetito.

Per ripulire l’immagine del franchise, che con Burton non era abbastanza kid friendly, la Warner Bros. decise di allontanare il regista dalla saga, impedendogli di completare la trilogia programmata. Ancora oggi Burton dichiara di ritenere Batman Returns molto meno cupo e inquietante del predecessore: non è del tutto chiaro se queste dichiarazioni siano prese in giro nei confronti degli intervistatori o se il noto regista faccia sul serio.

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