Umberto Bindi, che pagò il prezzo di essere omosessuale

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Abbiamo scelto volutamente e consapevolmente di intitolare questo pezzo così, perché non ci siano fraintendimenti. E, soprattutto, perché non offra altre chiavi di lettura, quindi attenuanti che possano semplificare, minimizzare o addirittura giustificare il destino di un artista che avrebbe potuto scrivere una pagina memorabile della canzone italiana. Di fatto è successo, Umberto Bindi un segno l’ha lasciato. Lieve, ma non invisibile. Perché è stato un uomo garbato ma risoluto, mai disposto a lasciarsi marchiare come un difetto. Ha scelto di schivare il pregiudizio, di non cavalcarlo, di non farsene complice, quindi di non restarne vittima. Ma, innanzitutto, è stato un musicista e compositore raffinatissimo, accostato sin da subito ai cantanti di musica classica per via dei suoi arrangiamenti sontuosi ed eleganti.

Umberto Bindi proviene dalla rinomata scuola genovese, che tra il finire degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta ha cambiato radicalmente il volto della musica italiana e ha portato alla luce i primi cantautori del nostro Paese. Già a partire dal 1960, il termine “cantautore” inizia ad apparire spesso nelle riviste e nelle note di copertina dei dischi. Uno dei primi casi è quello della rivista Il musichiere, nello stretto significato tecnico di colui che canta le canzoni che scrive. Il cantautore, infatti, sintetizza, in una persona soltanto, le tre componenti genetiche della canzone: musica, testo e interpretazione.

L’innovazione, di cui i nuovi autori e interpreti come Bindi (ma anche Luigi Tenco, Gino Paoli, Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber) si fanno portatori, non si limita, però, alle parole. Investe, infatti, anche il profilo musicale e quello interpretativo, che si manifesta nella dimensione corporale della performance di fronte ad un pubblico. In questo modo, rompono con la tradizione classica, chiamata “all’italiana”, sostituendo, alla romanza e alla canzone napoletana, schemi, moduli e strutture ricavati dai modelli francesi e americani.

Bindi, tuttavia, rappresenta un elemento di rottura persino nella fase di rivoluzione che è in atto. Da una parte, ci sono le canzonette all’italiana, caratterizzate da testi privi di contenuto e ridotte a mere esecuzioni impersonali e sfoggio di voci imponenti, dall’altro lato, ci sono i testi impegnati dei primi cantautori e il loro nuovo approccio al palcoscenico, al pubblico e alla realtà politica e sociale che li circonda. E poi c’è Bindi, che è uno dei primi musicisti ad avvalersi di un paroliere. Un fatto, questo, che rappresenta una novità quasi assoluta (nel 1958, il padre dei cantautori italiani, Domenico Modugno, si era presentato al Festival di Sanremo con Nel blu dipinto di blu, un brano scritto a quattro mani con l’amico Franco Migliacci). Tuttavia, Bindi, che ha una importante formazione musicale alle spalle, presta la propria voce a dei testi che gli vengono cuciti addosso da Giorgio Calabrese, uno degli autori più noti della canzone italiana: sono sue, ad esempio, E se domani e Domani è un altro giorno.

Introspezione, intensità, ricerca di una verità profonda: sono queste le caratteristiche dei brani di Bindi. I testi delle sue canzoni nascono per lui, quindi raccontano di lui, non sono semplici ornamenti delle sue melodie. È questo il fatto straordinario: Bindi, senza snaturarsi, asseconda il proprio talento nella composizione musicale e si esprime attraverso le parole che altri autori scrivono per lui. Come per Gino Paoli e Luigi Tenco, soprattutto nella prima fase della sua carriera, le canzoni di Bindi rivelano un carattere romantico e disilluso al tempo stesso. Ma, mentre gli altri cantautori genovesi si esprimono attraverso i propri versi, lui lo fa con una vena compositiva che unisce armonia e orchestrazione, rivelatrice di una sensibilità del tutto particolare. Il suo gusto sinfonico e poetico, che fa sì che venga definito “barocco” e, talvolta, persino “impressionista”, contribuisce ad allontanare la canzone italiana dagli stereotipi armonico-contenutistici tradizionali. Con il già citato Giorgio Calabrese, scrive brani di inconfondibile bellezza, come Arrivederci, che partecipa a Canzonissima conquistando il secondo posto, e Il nostro concerto, in cui mette a frutto i suoi studi teorici in un’introduzione strumentale lunga più di settanta secondi e che raggiunge la prima posizione in classifica per dieci settimane. Con Calabrese scrive anche Non mi dire chi sei, brano presentato al Festival di Sanremo nel 1961.

Ma è proprio in questo momento di straordinario successo che la carriera di Umberto Bindi subisce un duro colpo. È l’epoca dei paparazzi e delle riviste di cronaca mondana. Durante la kermesse canora, Bindi indossa un anello nel mignolo della mano destra. Tutta l’attenzione dei giornalisti, della critica e del pubblico viene catalizzata dal gioiello, tanto che “parlavano so­lo del mio anello al dito mignolo e, dunque, solo pettegolezzi e malignità, cattiverie e infamie”, racconterà Bindi molti anni dopo. E ancora: “Della mia canzone non fregava niente a nessuno. Volevano solo sapere se ero finocchio”. Inizia così la parabola discendente di Umberto Bindi. E arrivano i primi, insopportabili silenzi, le porte chiuse, i voltafaccia delle case discografiche. Tra il 1961 e il 1968 passa da una major all’altra senza alcun successo, ma non cede al compromesso di tradirsi per assecondare la volontà di un’Italia bigotta. Resta al suo posto, non per ostinazione, ma per rispetto della persona e del musicista che è, quindi continua a cantare, anche se per il pubblico ristretto di qualche piano bar, e a scrivere.

Uno spiraglio di luce si apre nel 1967, quando compone La musica è finita, scritta insieme a Califano e Nisa e cantata da Ornella Vanoni. E questa è la storia di un artista che rappresenta un unicum nel panorama della canzone italiana: un musicista con un’imponente cultura musicale, appassionato di cantautorato francese e americano, grande conoscitore delle maggiori composizioni per pianoforte e orchestra, come i concerti di Čajkovskij, Grieg e Addinsell. Non solo: Bindi è stato un interprete moderno, lontano dalle leziosità dei primi esecutori (non a caso li definisco “esecutori”, siamo assai distanti dal concetto moderno di interpretazione). Nelle sue performance dal vivo ha saputo coniugare dolcezza, profondità e melanconia, fino a dare – ai testi interpretati – un’impronta talmente personale e ineguagliabile da renderli indiscindibili da lui.

Bindi, colpevole di essere omosessuale e di non aver fatto nulla per nasconderlo, è uno dei rimpianti più grandi che l’Italia abbia. O che dovrebbe avere. Perché sembra essersene dimenticata. E dimenticare un artista come lui significa offendere una storia che si è rivelata soltanto in parte e che, oggi, rischia di essere esclusa dalla memoria collettiva. Ricordare Bindi, il suo talento delicato e la sua vicenda di uomo che non ha accettato alcun compromesso, significa chiedergli scusa e restituirgli un po’ del tempo che gli è stato tolto.

Non mi dire chi sei
Il nome che hai a me non importa
Vieni e dimentica per me il passato
E torna con me a credere alla vita

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