Quando Eric Clapton riprese in mano la propria vita: 461 Ocean Boulevard

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461 Ocean Boulevard nasce dopo un periodo molto difficile per Eric Clapton, che dalla fine dei Cream aveva accumulato dispiaceri e delusioni ed era caduto nel pericoloso abbraccio dell’eroina, da cui sembrava destinato a non staccarsi più. La musica, soprattutto il blues, aveva sempre guidato la sua vita e la sua evoluzione artistica, aiutandolo spesso a risollevarsi dai momenti più bui e a riprendere il filo del discorso interrotto.

“Clapton is God”, recitava il graffito apparso a Islington a metà anni 60: dopo l’approdo ai Bluesbreakers del giovane Eric in cerca di quella purezza blues che il suo primo gruppo, gli Yardbirds, sembrava aver smarrito. Quella scritta, così eclatante e sfacciata, mise in chiaro quale fosse lo status raggiunto in pochi anni dal chitarrista, che si fece due calcoli e decise di piantare il gruppo di John Mayall per lidi più consoni a una superstar.

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Clapton formò i Cream, primo dei tanti super gruppi che per qualche anno frequenterà: il power trio con Ginger Baker e Jack Bruce infiammò la scena rock inglese con una manciata di album, ma non riuscì a sopravvivere al decennio.

Seguiranno progetti poco fortunati (Blind Faith), un debutto solista poco incisivo e soprattutto i Derek & The Dominos, formazione in cui nacque una forte amicizia con Duane Allman, che gli fece credere di aver finalmente trovato la propria dimensione.

Purtroppo l’improvvisa morte di Duane stroncò questa convinzione e mise a tappeto Slowhand, che si concesse un giro di troppo con l’eroina, con cui flirtava già da un po’.

Dal 1971 al 1973 Eric Clapton sarebbe sparito quasi completamente dai radar e ci sarebbe voluta tutta la buona volontà di Pete Townshend (che lo inviterà al Rainbow Concert e gli darà una parte in Tommy) per recuperarlo dalla voragine in cui sembrava irrimediabilmente caduto.

Apparentemente rivitalizzato e deciso a darsi una ripulita, Clapton si trasferì a Miami, precisamente al 461 Ocean Boulevard, luogo dove avrebbe concepito il suo secondo album e da cui avrebbe tratto il titolo.

L’album che nasce negli Stati Uniti è costellato da alcuni dei pezzi più celebri della carriera di E.C., disposto ad aprirsi al pop e a influenze inaspettate. Motherless Children presenta un Clapton in grande spolvero, con un riff che a distanza di oltre quarant’anni non ha ancora perso il suo fascino, mentre I Can’t Hold It  lascia intendere che c’è ancora tanto blues da estrarre dalla chitarra di Slowhand.

Non mancano i momenti più dolci, segnati dallo stupendo gospel di Give Me Strength e dalla ballad in salsa slide guitar di Please Be With Me.

Ma sono il groove e il ritmo a essere protagonisti di 461 Ocean Boulevard, come si può ascoltare da Willie And The Hand Jive, Get Ready, Steady Rollin’ Man e Mainline Florida, che fanno risaltare tutta la voglia di Clapton di far scatenare la sua chitarra.

I Shot The Sheriff, cover del brano inciso l’anno prima da Bob Marley, lanciò il disco in classifica e introdusse il reggae nelle charts occidentali. La canzone, nonostante piacesse da matti a Clapton, fu a lungo esclusa dall’album: il chitarrista era convinto, incidendola, di mancare di rispetto a Marley e abbandonò ogni remora solo dopo le continue pressioni ricevute dai suoi collaboratori.

Il culmine del disco è nella straordinaria ricchezza melodica di Let It Grow, che ricorda in più di un passaggio Stairway To Heaven dei Led Zeppelin e stabilì (se ancora ce ne fosse un dubbio) che Eric Clapton era tornato in gran forma.

461 Ocean Boulevard non fu accolto con molto calore dalla critica (che probabilmente aveva ancora nelle orecchie il fantastico Layla And Other Assorted Love Songs dei Derek & The Dominos), mentre invece il pubblico non si fece pregare per acquistarlo.

Dopo i Bluesbreakers, gli Yardbirds, i Cream, i Blind Faith e Derek & The Dominos, finalmente Clapton sembrava aver trovato la propria dimensione come solista e individuato un equilibrio tra il richiamo del blues (e della sua anarchia) e il mainstream.

Il groove di 461 Ocean Boulevard, in cui il talento del chitarrista incontra e si concede definitivamente al pop, sarà il prototipo degli album che verranno e del nuovo indirizzo che prenderà la carriera di Slowhand: i guai e le disgrazie continueranno a presentarsi negli anni successivi, ma il fascino e la forza della musica non smetteranno mai di sorreggerlo e aiutarlo.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook, Twitter e Telegram.

 

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