Keep the Frequency Clear: i rave inglesi e i pirati della terraferma

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La stagione della pirateria radiofonica si è sviluppata in un percorso coerente, con un inizio denso di motivazioni forti, un brillante sviluppo e una fine che, per quanto amara, ha contribuito al realizzarsi del sogno che l’aveva generata. L’inizio fu quello che negli anni ’60 vide le radio pirata rispondere al meglio all’esigenza di pubblico di seguire le ultime, scalmanate mode in modo alternativo. Quell’onda finì, e per un po’ si ebbe la sensazione che non si sarebbe ripetuta. Ma a un certo punto, le condizioni che resero possibile un ritorno sensato dei pirati ci fu.

Tra gli anni ’80 e i ’90 il Regno Unito fu investito da una nuova ondata di pirateria. Dopo aver perso la possibilità di documentare la nascita del pop la BBC, soprattutto come BBC Radio One, tenne occhi e orecchie aperte pronti a cogliere ogni fermento che si agitasse nella scena musicale. Radio One assistette così alla nascita del punk e della new wave, e riuscì a seguirne le orme con un certo successo. Questa lungimiranza, però, venne meno con i primi vagiti dell’house music e dei suoni digitali, esclusi sin da subito dalle trasmissioni ufficiali, sia perchè i ritmi non si sposavano bene con l’immagine del network, sia perché questi brani inglobavano campionamenti di altri singoli già pubblicati e su cui non pagavano i diritti, rendendone illegale il passaggio radio.

L’house music dovette cercare nuovi canali di diffusione, passando quindi per le discoteche e le stazioni pirata londinesi. Non a caso, il primo grande successo del genere, Beat Dis di Bomb Da Bass, recita Keep the Frequency Clear, riferendosi alla necessità dei pirati di trovare sempre delle frequenze libere per le loro trasmissioni. L’acid house, la jungle e gli altri neo-nati generi underground venero a priori esclusi dalle frequenze ufficiali, già bollati con una data di scadenza.

I pirati tornano quindi all’attacco per difendere ancora una volta la musica e darle il giusto spazio che merita. Cambia però il modo in cui lo fanno e il pubblico a cui si rivolgono. Queste nuove esperienze non pretendono più di parlare ad un’intera nazione, ma nascono a livello locale, soprattutto cittadino e spesso limitate a singoli quartieri (Londra è ovviamente il maggior centro). Lo scopo dei pirati è quello di favorire la creazione di comunità in cui persone con le stesse origini, le stesse passioni e provenienti dallo stesso contesto urbano e culturale potessero incontrarsi.

Non erano più necessarie navi o grossi investimenti, da qualche tempo infatti erano disponibili sul mercato registratori di cassette e piccoli ed economici trasmettitori portatili. Quest’ultimi potevano raggiungere un raggio di copertura di qualche decina di chilometri, che poteva estendersi all’aumentare dell’altezza del luogo su cui venivano installati. I pirati presero così d’assalto i tetti dei palazzi più alti, i cosiddetti tower block, da cui accedevano a volte anche scalando l’edificio. Per ragioni di sicurezza, infatti, la porta di accesso al terrazzo doveva sempre rimanere aperta. I trasmettitori e i fili venivano spesso nascosti dentro le pareti con ferro e cemento, cosa che causava interferenze agli apparecchi domestici degli inquilini. Le preoccupazioni del Department of Trade and Industry aumentarono: si temevano non solo per la sicurezza degli edifici, ma anche per possibili interferenze con gli aeroporti o con i mezzi di emergenza; i pirati iniziarono ad essere ritratti come gang di criminali, che perpetuavano violenza tramite la musica ed usavano le stazioni per spacciare droga o riciclare denaro.

Gli artisti trasmessi provenivano dagli stessi ambienti dei dj e del pubblico e veniva concessa loro una chance che i grandi network mainstream non gli avrebbero dato. È il caso del grime, oggi affermatissimo, i cui testi potevano essere mal interpretati per i temi violenti trattati. Nacquero anche nuovi modi di fare radio: i brani venivano creati in diretta, mixando campioni di musica con i ritmi delle drum-machines e trasformando la programmazione in un susseguirsi ininterrotto di musica. Tra queste radio a diventare istituzioni furono Kool Fm, che portò al successo brani jungle quali Original Nuttah degli UK Apache, e Rinse FM che inizialmente si specializzò in garage e diede poi grande impulso al grime.

Come era stato per il pop vent’anni prima, la BBC non poté ignorare troppo a lungo il peso assunto a livello nazionale e internazionale dalla jungle e dai suoi maggiori artisti, concedendogli così lo spazio di un’ora settimanale nel programma One in the jungle. Nel 2002, poi, la BBC dedicò all’urban music il canale digitale BBC 1Xtra.

Musicalmente, fu uno dei periodi più eccitanti vissuti dalla scena underground inglese, non a caso ribattezzata Second Summer of Love, a riprendere quanto successo nel ’67 negli Stati Uniti hippie. Celebrato in maniera quasi romantica dal libro Energy Flash di Simon Reynolds, che oltre a coinvolgere il lettore in un contesto unico, con la consapevolezza di vivere in una coincidenza di condizioni irripetibile, racconta con passione il ruolo fondamentale che le radio pirata hanno avuto nella diffusione di quel genere di musica e nell’organizzazione dei rave illegali, che costituivano il mezzo principale capace di alimentare la scena. Poi arrivò il Criminal Justice and Public Order Act della Thatcher e gradualmente la genuinità underground della cosiddetta comunità ‘Ardkore venne meno, evolvendosi su canali più canonici.

Alla fine degli anni ’80 in tutto il Regno Unito vi erano più di 600 stazioni pirata. Oggi ne rimangono poco più di cento. Questo calo è dovuto sia al fatto che oggi l’urban music si può ascoltare su qualsiasi network, sia all’ingresso in scena di un nuovo concorrente: internet. E questa è una storia ancora diversa, con regole del tutto nuove.

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