God Save the Radio: internet e l’ultima era della pirateria radiofonica

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Dopo le due ondate storiche delle radio pirata, quella di Radio Caroline e degli anni ’60 e quella più underground legata alla scena rave tra gli ’80 e i ’90, le condizioni che legittimavano l’esistenza della pirateria tra le frequenze radiofoniche si sono radicalmente traformate e gran parte del gioco si è spostato sulla rete. Internet dà a tutti la possibilità di avviare una propria webradio legalmente e a basso costo, mantenendo lo stesso spirito indipendente e sperimentatore che era proprio di  Radio Caroline. Radar Radio (che ha sospeso le trasmissioni di recente), Reprezent e Balamii sono soltanto tre delle stazioni online di nuova generazione divenute più popolari nel panorama londinese, privilegiate sempre per la spontaneità che caratterizza programmi e palinsesti che non devono sottostare a regolamentazioni, per le tematiche che trattano, per la musica non mainstream e per il risalto dato ai nuovi talenti.

Eppure, nonostante le opportunità senza fine che internet offre, il buon vecchio FM mantiene un fascino dalla quale i pirati non riescono a liberarsi. Trasmettere online è semplice, economico e legale, ma l’FM è a tutti gli effetti una compagno di vita che segue e scandisce momenti della giornata, in quanto l’ascolto della radio più che essere un momento fine a se stesso è spesso legato ad altre attività, come la guida o le faccende domestiche. L’ascolto via internet è di nicchia e per tanti è impersonale e anonimo, un ripiego fiacco, che non possiede le caratteristiche “calde” che Marshall McLuhan attribuiva alla radio. Inoltre, proprio perché su internet tutto è disponibile, il punto della pirateria non è più soltanto o in maggior parte una questione musicale, ma piuttosto quella di creare un senso di famiglia. Le emittenti pirata oggi si muovono ancora a livello locale, rivolgendosi a specifiche comunità, etniche o di quartiere, ricreando con gli ascoltatori rapporti umani degni di un piccolo villaggio. A gestirle vi sono le persone più disparate: essere pirata non è un mestiere e non porta guadagno, per tanti è un hobby a cui dedicarsi alla sera, dopo aver lavorato tutto il giorno, per altri ancora è il miglior terreno in cui crescere, farsi un nome e un’esperienza per essere notati dai grandi network. È questo il bacino dalle quali le grandi radio attingono sia per nuovi dj, che per artisti o tendenze musicali.

Di 100 stazioni esistenti oggi nel Regno Unito, 70 sono di stanza nella capitale, mentre altre si concentrano nelle aree di Manchester e Brimingham. Internet e le nuove tecnologie vanno comunque a loro favore, rendendone difficile la tracciabilità: negli anni ’60 i dj dovevano per forza trovarsi vicino al trasmettitore per rendere fattibile la messa in onda, ma oggi non è più necessario in quanto i trasmettitori sono collegati via internet alle stazioni FM. Ancora oggi si privilegiano edifici molto alti e i trasmettitori vengono nascosti nei condotti dell’aria, oppure fissati alla struttura tramite morsetti, cemento o pile di mattoni per evitare che vengano rimossi.

Secondo l’Ofcom, l’autorità regolamentatrice delle comunicazioni nel Regno Unito, l’operato di queste stazioni va a danno della comunità che vogliono servire, con i rischi annessi alla sicurezza delle trasmissioni d’emergenza, alle persone fisiche e agli immobili. Una ricerca condotta dall’Ofcom nel 2006 tra i residenti di Hackney, Haringey e Lamberth a Londra rivelò che il 24% della popolazione adulta e il 37% degli studenti appartenenti alle comunità afro-caraibiche ascoltava le radio pirata, preferendole a quelle nazionali per il risalto dato alla comunità, ai suoi talenti e all’urban music. Anche perché le radio mainstream parlavano ad un pubblico indifferenziato e né l’informazione, né intrattenimento erano capaci di soddisfare le esigente delle specifiche comunità.

Sempre nel corso del 2006 l’Ofcom fu insignito del potere di attribuire licenze di trasmissione radio e autorizzato a fare irruzione nelle sedi delle radio pirata, a sequestrarne i materiali e ad arrestare le persone coinvolte. Anche le stazioni provviste di licenza furono autorizzate a prendere provvedimenti legali contro i pirati nei casi in cui questi causassero interferenze con la programmazione e con la pubblicità per cui erano legalmente pagati (questa è una delle maggiori cause di chiusura delle stazioni pirata).

Quella dell’Ofcom non è però una lotta finalizzata alla repressione, ma prevede anche la legalizzazione di queste stazioni tramite le community licences, ossia donandole licenze e frequenze legali in FM a quelle stazioni locali che offrono servizi utili alla comunità, dalla musica alle news.

Stazioni storiche e ben affermate come Rinse FM e Flex FM hanno usufruito di questa possibilità, ma tanti altri non la prendono in considerazione prima di tutto per gli alti costi necessari a mettere su una community station (600 sterline iniziali per avviare il progetto e 800 sterline all’anno per la licenza) oltre all’obbligo di pagare le royalities per i brani trasmessi. In secondo luogo, avere a che fare con la burocrazia, essere soggetti al continuo sguardo delle autorità, alla loro approvazione o disapprovazione, dover essere definiti di “pubblica utilità”, smorza l’entusiasmo di una cosa che può essere fatta con semplicità e con un dispendio di finanze notevolmente minore.

Il panorama radiofonico è comunque sempre in evoluzione e un fattore da tenere sotto controllo oggi è l’introduzione del DAB, Digital Audio Broadcasting. Questo servizio radiofonico digitale, che permette una miglior qualità dell’audio e la priva da interferenze, si sta sostituendo piano piano alla vecchia modulazione di frequenza. Lo scorso anno la Norvegia è stato il primo paese al mondo a spegnere i segnali FM convertendosi completamente e tanti altri paesi hanno intenzione di fare lo stesso in breve tempo, tra questi il Regno Unito. Da diversi anni però il digital switchover viene rimandato, perché non incontra i favori né di forze interne al parlamento né della popolazione.

L’avvento del DAB non coincide necessariamente con la morte dell’FM, dove comunque sopravvivranno stazioni e servizi locali, così come è successo in Norvegia. Nel paese però non tutti sono soddisfatti della svolta digitale e tanti disertano il DAB rimanendo fedeli ai vecchi apparati, dai quali possono ancora ricevere stazioni commerciali locali e, soprattutto, le stazioni pirata che, in funzione di questa protesta, sono tornate in attività.

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La copertura del Digital Audio Broadcasting nel 2013

Benché sembri impossibile che l’affermazione del DAB segnerà la fine della pirateria, non è ancora possibile fare previsioni certe e, mentre tante stazioni si sono già convertite al digitale, i pirati attendono silenti nell’ombra senza correre al ripopolamento delle frequenze FM già lasciate libere.

Secondo alcuni sta per iniziare una terza fase di massimo splendore, con un esplosione di stazioni pirata in FM. Secondo altri il vecchio analogico, nonostante le romantiche rivendicazioni odierne, verrà abbandonato presto per una scelta di vita e di broadcasting molto più semplice, internet. Il critico radiofonico Paul Donovan, infatti, crede che il pubblico che rimarrà fedele al FM in futuro sarà ristretto, anche perché lo switchover non avverrà sino a quando gran parte della popolazione non si convertirà agli apparecchi digitali.

Va anche detto che i pirati potrebbero seguire le grandi stazioni e spostarsi con esse nel mondo digitale, visto che i software necessari per trasmette in DAB si possono trovare e scaricare senza alcun costo su internet. Ancora non si sa quando il Regno Unito sarà davvero pronto a rinunciare all’FM ma, come sostiene il futurologo radiofonico James Cridland, quando i pirati si convertiranno al DAB, allora sarà certo che questa nuova tecnologia è arrivata a parlare al cuore delle persone.

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