Teenagers wanna rock: la nascita delle radio pirata inglesi negli anni ’60

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C’è stato un tempo in cui i mari inglesi erano solcati da bandiere nere, infestati da ciurme di avventurieri che prendevano il largo al grido di “libertà!”, impavidi di fronte ad un governo ostile e repressivo.

Per quanto questa possa sembrare un’immagine strappata da un diario di bordo del ‘700, ha in realtà poco più di cinquant’anni e i pirati di cui si parla razziavano l’etere non alla ricerca di tesori, ma per portare la parola del rock ad un’intera nazione.

La domenica di Pasqua del 1964, un manipolo di appassionati speaker e tecnici diedero inizio all’avventura che prese il nome di Radio Caroline, avviando insieme al trasmettitore una rivoluzione che ha modificato radicalmente il panorama radiofonico inglese.

Il primo seme del cambiamento veniva dal basso, dal pubblico stesso che cresceva di giorno in giorno, differenziandosi rispetto a quello standard e omogeneo a cui si rivolgeva la BBC.  All’indomani del secondo conflitto mondiale, infatti, il Regno Unito si era risvegliato stremato e in ginocchio, ma stava rapidamente conoscendo una crescita economica senza eguali, che comportava importanti trasformazioni sociali e culturali. La popolazione cresceva e con essa la disponibilità di lavoro e i redditi, tanto da rendere possibile non solo il soddisfacimento dei bisogni primari, ma anche di quelli secondari. È in questa cornice che nascono i teenagers, soggetti economici per eccellenza che esprimono la propria identità grazie al consumo smodato di musica e moda. Questo basta a spiegare il successo di Mary Quant, Biba e Vince, la nascita di sottoculture quali i mods e i rockers e il proliferare di club come lo Scene o lo Studio 51, dove rock e skiffle erano imperativi morali. Il rock, proveniente dagli Stati Uniti d’America aveva già conquistato i giovani, venendo però scalzato in breve tempo dal pop britannico che sostituì Tommy Steele ad Elvis e tradusse la lezione americana in qualcosa di totalmente nuovo.

L’industria dell’intrattenimento era quanto mai ricettiva ai desideri dei giovani, solo il sistema mediale appariva impermeabile agli stimoli esterni. O meglio, la televisione commerciale ITV aveva lanciato nel 1963 il programma Ready Steady Go!, definito La Mecca dei mods, mentre la BBC già nel 1957 aveva trasmesso Six Five Special, interamente dedicato al rock. Se in ambito televisivo si assisté alla competizione tra servizio pubblico e network commerciale (nato comunque su iniziativa del governo e strettamente regolato da un organo di controllo), a causa della scarsità di frequenze la radio rimase un medium monopolista, nelle mani della sola BBC e per questo ancora saldamente legato allo svolgimento di una missione pedagogica.

Il sistema radiofonico inglese, comunque, aveva sempre concesso poco spazio alla musica, privilegiando quella classica come massima espressione della quarta arte. Dalla seconda metà degli anni ‘50 iniziò ad aprirsi ai nuovi generi ma con diverse limitazioni: in base ad un accordo siglato con la Musicians’ Union e la Phonographic Performance Limited la BBC era soggetta ad un needle time, ossia alla restrizione del numero di ore di musica registrata che potevano essere trasmesse giornalmente; inoltre non le era permesso mandare in onda musica contemporanea che non fosse stata prodotta dalle case discografiche della Decca e della EMI, perciò i brani di successo prodotti da altre etichette dovevano essere eseguiti dal vivo in versione orchestrale o come cover da altre band.

Il fenomeno delle radio pirata nasce, quindi, come un attacco alla cultura alta perpetrata dalla BBC e in risposta alla crescente domanda di pop e rock. I pirati crearono un sistema alternativo in cui i teenagers potessero rispecchiarsi ed usarlo per esprimersi e usufruire di una passione. Le radio libere permisero, inoltre, alle case discografiche indipendenti di dare visibilità ai gruppi sotto contratto, consentendo a nuove culture musicali di diffondersi e affermarsi in Europa. Sul lungo raggio, poi, le radio pirata contribuirono alla sopravvivenza stessa del mezzo radiofonico: spianarono la strada alle radio commerciali legali e diedero una scossa alla vecchia auntie. La BBC, infatti, ha avuto tanto da imparare dai pirati, aprendosi definitivamente ai nuovi generi musicali oramai sdoganati, ad una programmazione diversificata e a nuovi e più informali stili di presentazione, arricchiti da sketch, giochi e dall’intervento del pubblico in diretta.

La storia delle radio pirata è oggi nota ai più grazie al film The Boat that Rocked (Richard Curtis, 2009) che romanza in chiave perlopiù nostalgia le vicissitudini affrontate da Radio Caroline, la più coraggiosa delle radio pirata inglesi, che trasmetteva da una serie di cinque navi legate a tre proprietari differenti e stabili in acque internazionali. Dopo tre anni di massimo splendore, la pirateria fu messa al bando nel 1967 con il Marine Broadcasting Offences Act, che rese illegale trasmettere, lavorare, promuovere o usare come mezzo di promozione qualsiasi nave, aereo o struttura adibita a stazione radiofonica che trasmetteva da acque internazionali verso il Regno Unito. La maggior parte delle stazioni fu costretta a chiudere, con una conseguente diaspora che riportò sulla terraferma le migliori voci che avevano riempito i palinsesti di decine e decine di radio pirata e che andarono allora ad ingrossare le fila del servizio nazionale.

Radio Caroline dal canto suo, mentre le stazioni sorelle spegnevano i trasmettitori, non ha mai davvero abbandonato l’etere. Anzi, è sopravvissuta al susseguirsi dei decenni, al passaggio di mode e di generi musicali, continuando la sua missione in clandestinità, spostandosi dal mare alla terraferma, sfuggendo al governo e adattandosi alle nuove forme di trasmissione (come le radio satellitarie e le webradio), ottenendo finalmente lo scorso anno la tanto agognata licenza di trasmissione e una propria frequenza AM, a cinquant’anni esatti dalla prima messa in onda.

Così andò la storia della prima esplosione delle radio pirata nel Regno Unito. Ce ne fu un’altra, forse più nota agli ascoltatori contemporanei: quella spinta dall’onda jungle e house che ribaltò l’Inghilterra a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90. Ma questa è un’altra storia.

 

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