Perché il finale della seconda stagione di 13 Reasons Why è inaccettabile

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Questo articolo rivela elementi importanti della seconda stagione di 13 Reasons Why, la serie Netflix. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto la serie, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Quando la prima stagione di 13 Reasons Why è stata pubblicata su Netflix il mondo si è diviso in due, come il Nilo al passaggio di Mosè. Una divisione netta e inconciliabile. Da una parte chi ne ha lodato i temi affrontati, la recitazione e l’approccio maturo a tematiche molto spesso poco discusse, soprattutto nei teen dramas. Dall’altra quelli che hanno accusato il telefilm di rendere glamour e allettante – semplicemente figo – il suicidio e l’autolesionismo. Tra questi la National Association of School Psychologist degli Stati Uniti, che ha affermato: “Le ricerche mostrano chiaramente che l’esposizione al suicidio di un’altra persona, o il racconto esplicito o sensazionalistico della morte, può essere uno dei tanti fattori di rischio che i giovani che combattono con problemi di salute menatale citano come motivazioni che li hanno portati a contemplare o provare il suicidio”. Ma non solo. Ne hanno parlato anche psicologi clinici come Daniel J. Raidenberg e Erika Martinez; la Northwestern University, la Canadian Mental Health Association e l’American Association of Suicidiology.

Personalmente, quando è uscita la prima stagione non ero d’accordo con queste critiche. E, come me, tanti altri. Ritenevo che l’esperimento di Netflix andasse premiato, perché parlava di problemi veri in mondo vero e realistico. E, soprattutto, perché dipingeva la vita attraverso gli occhi di una ragazza, una donna. E non sono lenti rosa. O, per lo meno, non lo sono sempre.

Poi, lo scorso 18 Maggio, è stata pubblicata la seconda stagione. E le cose sono cambiate. Parecchio. Queste nuove tredici puntate avrebbero dovuto portare la vicenda personale e sociale di Hannah Baker a compimento e, invece, nuovi e importanti temi sono stati aggiunti al calderone. Niente di male, se vengono sviluppati con la complessità e il rispetto che meritano. Pessima decisione se, invece, vengono accumulati, strati su strati, senza essere davvero compresi e sviscerati. La scena più criticata è stata quella in cui Tyler Down viene picchiato e violentato sessualmente nel bagno della scuola dalla squadra di baseball, con un manico di scopa ricoperto di sangue. E’ stata ritenuta una scena troppo esplicita e non necessaria, estremamente traumatizzante. Ma, forse, è un’altra la scena peggiore dell’intera serie. Probabilmente non ve ne siete accorti, perché non era altrettanto forte. Ma molto, molto più sbagliata.

Il finale di stagione si chiude con Clay Jensen che riesce a convincere Tyler, che porta in braccio una mitragliatrice semiautomatica con cui conta di portare a termine la sua vendetta sulla scuola, a riconsiderare l’idea della strage. E lo fa come un negoziatore. “Tyler…ascolta…non ne uscirai vivo. E non voglio che tu muoia”. E ci riesce. L’amore vince sulla disperazione. Clay prende dalle braccia di Tyler la mitragliatrice. Tyler scappa sulla macchina di Tony. Suona la musica in sottofondo: “Give me love/give me strenght/give me hope/give me someone to live for”. Stagione conclusa.

L’ultima puntata di 13 Reasons Why è ambientata il giorno 20 Aprile. È l’anniversario della strage della Columbine High School. 20 Aprile 1998, non lontano da Denver, Colorado: Eric Harris e Dylan Klebold fanno irruzione armati nella loro scuola e aprono il fuoco. 12 studenti e 1 insegnante uccisi, 24 i feriti. Uno dei più sanguinosi episodi di massacro scolastico nella storia degli Stati Uniti, rappresentata in maniera brutalmente efficace da Gus Van Sant in Elephant. Una vicenda che riecheggia nel massacro sventato da Clay. Proprio come fecero Dylan e Harry con un loro amico, anche Tyler chiede a Clay di andare a casa, di lasciare il ballo, per salvare una delle poche persone che sono state gentili con lui. Proprio come Dylan e Harry anche Tyler rappresenta l’estrema caricatura di tutto quello che abbiamo sentito dire sugli stragisti del liceo: maschio, bianco, nerd, isolato, con problemi di autostima e di salute mentale.

Fin qui, un tentativo lodevole. Se non fosse che la risposta o, per lo meno, il commento che Netflix riesce a dare ad un dramma purtroppo sempre più ricorrente è: devi solo essere gentile e le sparatorie a scuola smetteranno di esistere. Che poi, è quello che ha sostenuto lo stesso Presidente degli Stati Uniti Donald Trump che, ad una conferenza stampa, ha affermato: “Ora voglio parlare direttamente ai figli dell’America, e specialmente a quelli tra loro che si sentono persi, soli, confusi e spaventati… rispondete all’odio con l’amore; rispondete alla crudeltà con la gentilezza”. E qui potremmo aprire una parentesi infinita sull’onestà e la credibilità delle parole di Trump, che inizierebbe con un “da che pulpito”. Ma questa è un’altra storia.

Quello che importa adesso è comprendere l’errore imperdonabile della serie: in un momento storico in cui, finalmente, si potrebbe fare qualcosa per favorire il controllo delle armi negli Stati Uniti il punto non viene centrato e nemmeno preso in considerazione. Non è tramite una riforma legislativa che punti a migliorare il controllo sulla diffusione delle armi o attraverso un maggiore investimento – economico e sociale – in termini di attenzione alla malattia mentale che si può risolvere o, per lo meno, arginare il problema. Ma va. È solo ed esclusivamente con la gentilezza.

Invece no, la gentilezza non risolve un bel niente. Un atto gentile può certamente far piacere e risollevare l’umore nero di una singola giornata. Ma non quello di una vita. Soprattutto se segnata da depressione, bullismo, ansia, o qualsiasi altro problema psicologico possa venirvi in mente. Esattamente così come non è una risata a rendere una persona depressa immediatamente guarita.

“Nessun quantitativo di gentilezza, per quanto alto, o compassione, avrebbe potuto cambiare la persona che è ed era Nikolas Cruz, o le azioni orrende che ha compiuto”, ha scritto la studentessa Isabelle Robinson sul Times. “È una scusa debole e ridicola per i fallimenti del sistema scolastico, del governo e della legge sulle armi”. E ha ragione. Nikolas Cruz, che il 14 Febbraio 2018, ha ucciso con un fucile d’assalto AR-15 calibro .223 17 persone e ne ha ferite 14, probabilmente non sarebbe stato fermato da un singolo atto di gentilezza. Perché la sua non è una storia semplice: è stato adottato all’età di due anni e ha perso i genitori adottivi. Nel 2014 era stato inserito in una scuola per bambini con difficoltà emotive e di apprendimento; soffriva di depressione, autismo e disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Ma, secondo il Florida Department of Childern and Families, “era a basso rischio di fare del male a se stesso o agli altri”. E invece non ha trovato nessun altro modo per rispondere alla sua sofferenza se non causarne altra.

Non si tratta di giustificare una simile reazione. Ma solo cercare di comprendere i perché, per far sì che non ci siano altri Alyssa Alhadeff, 14 anni, Scott Beigel, 35 anni, Martin Duque Anguiano, 14 anni, Nicholas Dworet, 17 anni, Aaron Feis, 37 anni, Jaime Guttenberg, 14 anni,  Christopher Hixon, 49 anni, Luke Hoyer, 15 anni, Cara Loughran, 14 anni, Gina Montalto, 14 anni, Joaquin Oliver, 17 anni, Alaina Petty, 14 anni, Meadow Pollack, 18 anni, Helena Ramsay, 17 anni, Alex Schachter, 14 anni, Carmen Schentrup, 16 anni e Peter Wang, 15 anni. Ma non solo. Per far si che non ci siano più anche altri Nikolas Cruz o Elliot Rodger. Perché sono vittime anche loro. Di un sistema scolastico disfunzionale, di una legge sulle armi troppo permissiva, della crudeltà del bullismo e la rigidità dei canoni estetici e sociali.

Elliot Rodger, prima di aprire il fuoco a Santa Barbara nel 2014, ha provato a spiegarcelo, con un manifesto che sembra più un agglomerato di pagine di diario. Ha scritto della sua difficoltà ad avere amici, della sua ansia sociale, della sua eccessiva sensibilità, che lo portava a piangere nel bagno della scuola anche solo per un saluto negato. Del suo bruciante desiderio di perdere la verginità, il cruccio che, secondo lui, lo rendeva inferiore a tutti gli altri. Della voglia di essere amato, a tal punto da odiare qualunque ragazza non lo ricambiasse. Della sua depressione e del suo piano per porre fine a tutto.

“Humanity… All of my suffering on this world has been at the hands of humanity, particularly women. It has made me realize just how brutal and twisted humanity is as a species. All I ever wanted was to fit in and live a happy life amongst humanity, but I was cast out and rejected, forced to endure an existence of loneliness and insignificance, all because the females of the human species were incapable of seeing the value in me.

This is the story of how I, Elliot Rodger, came to be. This is the story of my entire life. It is a dark story of sadness, anger, and hatred. It is a story of a war against cruel injustice. In this magnificent story, I will disclose every single detail about my life, every single significant experience that I have pulled from my superior memory, as well as how those experiences have shaped my views of the world. This tragedy did not have to happen. I didn’t want things to turn out this way, but humanity forced my hand, and this story will explain why. My life didn’t start out dark and twisted. I started out as a happy and blissful child, living my life to the fullest in a world I thought was good and pure…”

Inizia così My Twisted World. La sua autobiografia.

E, forse, per trovare una soluzione bisogna proprio partire dal problema. Anche negli ultimi mesi prima della sparatoria Elliot parla di speranza: dice di sentire “una fitta di speranza dentro di sé […] che non è mai svanita”. La chiama “la tremolante fiamma di una candela in una stanza buia”, che lo ha spinto a provarci nuovamente, ad andare all’università e ad integrarsi. Purtroppo nulla è cambiato e la fiammella, alla fine, si è spenta.

E un gesto di gentilezza, miei cari Clay Jensen e Donald Trump, non avrebbe potuto tenerla viva. O, almeno, non avrebbe potuto difenderla a lungo dal vento.

Quindi no, il problema principale della seconda stagione di 13 Reasons Why non è la scena dello stupro di Tyler, per quanto possa essere disturbante. Ma la sua eccessiva ambizione, che lo ha portato a credere di poter toccare in modo esaustivo una serie di argomenti estremamente delicati. E, soprattutto, tra questi, quello delle stragi scolastiche. Che merita di essere trattato con la responsabilità, il rispetto, il realismo e la complessità che merita. Non come un efficace traino per scatenare la curiosità nei confronti della prossima (ahinoi) stagione.

Soprattutto adesso, che forse abbiamo il potere per cambiare davvero le cose. Ora che la coscienza pubblica sembra essersi finalmente svegliata dal suo lunghissimo letargo. E le cose non si cambiano con la gentilezza, per quanto sarebbe piacevole poterlo credere. Ma con una profonda comprensione e con le giuste misure di legge. Ecco quello che potrebbe proteggere la fiammella del prossimo Tyler, Nikolas e Elliot. Che è la cosa più preziosa che ci è rimasta. L’unica che può cambiare le cose. A cui, forse, Netflix dovrebbe dedicare l’intera prossima stagione, per non perdere la sua credibilità e continuare a perseguire lo scopo per cui è nata: affrontare argomenti scomodi e difficili, senza mai rinunciare a verità, onestà e critica.

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