L7: storia della band che più di tutte ha “sporcato” l’era grunge

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Quand’ero ragazzino uno dei miei film preferiti era La Signora Ammazzatutti – titolo originale Serial Mom – di John Waters, regista che vanta titoli nobiliari come “Re del cattivo gusto”. Si tratta di una black comedy uscita nelle sale nel ’94, che vede protagonista Kathleen Turner nel ruolo di una mamma-tutta-sorrisi-rassicuranti-e-merende-nutrienti tipo quelle che si vedono nelle pubblicità. L’unica enorme differenza è che, in questo caso, la Turner è anche una specie di serial killer che si attiva per la minima quisquilia capace di farla innervosire.

Nel film c’è una scena in cui insegue un tizio brandendo un coltellaccio da cucina, e così facendo capita in un locale dove sta suonando un gruppo rock formato da sole donne, quattro per la precisione. Sulla batteria campeggia il loro nome: “Camel Lips” – allusione sessuale che al tempo certamente non potevo capire, pure se i pantaloni aderenti che indossavano erano rivelatori. Ricordo però quanto mi colpì l’aspetto selvaggio di quelle tipe che si dimenavano sul palco: la cantante che gridava assumendo espressioni demoniache, la bassista che girava su se stessa come un tornado, la batterista che menava colpi secchi e precisi, e la chitarrista che pareva tenere tra le mani un mitragliatore. Non avevo mai visto un gruppo formato da sole donne suonare così furiosamente. O forse è più corretto dire che, in generale, non avevo mai visto nessun altro gruppo suonare così, maschile o femminile che fosse.

Molti anni più tardi avrei scoperto che quella cricca di valchirie non si faceva chiamare davvero Camel Lips. Quello era soltanto un nome fittizio usato per il film. Il gruppo in realtà si chiamava L7, e se lo avevo scoperto era merito dei Nirvana. Mi trovavo infatti nel pieno del mio periodo grunge, ed ero finito a guardare un vecchio concerto di Kurt Cobain e soci a Rio de Janeiro. Informandomi scoprii che quel live faceva parte di un festival in cui suonavano anche le L7, appunto. Sotto gli occhi di migliaia di persone – tra cui quelli di Kurt e Courtney – la band calcava il palco gridando: “Don’t hate us cuz we are beautiful!”. E un attimo dopo esplodeva il riff ipnotico della loro Wargasm, tratta dall’album Bricks are heavy, prodotto da Butch Vig, lo stesso che aveva messo le mani su Nevermind dei Nirvana. Mentre le guardavo suonare avevo come un senso di dejà-vu. Mi sono messo allora a spulciare il web, e così ho scoperto dove avevo già visto quelle quattro punk incazzate: in “La signora ammazzatutti”, dieci anni prima, anche se il gruppo aveva un altro nome. Da quel momento sono diventato un loro grande fan, tant’è che non esito a metterle sul podio della mia personale classifica di gradimento per quanto riguarda la scena Alternative anni ’90 – per intenderci quella americana della prima metà del decennio.

Le L7 si formano nel 1985 a Los Angeles da Donita Sparks e Suzi Gardner, due ragazze con la passione per gruppi come Ramones o AC/DC, così come per la musica surf. Gli anni Ottanta sono considerati la “golden age” dell’hardcore punk – tant’è che Suzi parteciperà anche ai cori di Slip It In dei Black Flag – e non è un caso forse che la scena abbia plasmato la loro attitudine irruenta. Ma le L7 non suonano “estreme” e velocissime come un gruppo hardcore. Già nel loro primo disco dal titolo omonimo – prodotto da Brett Gurewitz dei Bad Religion per la sua leggendaria etichetta Epitaph – si notano sì influenze punk rock, ma a tratti anche certe sonorità ipnotiche e “pesanti” vagamente alla Black Sabbath, e altrettanto un sottile cantato melodico alternato a grida che strappano le corde vocali. Il disco esce nel 1988, e in un decennio che vede ancora la diffusione massiccia di un certo hair metal machista, le L7 sono una sorta di mosca bianca. Al gruppo intanto si era già aggiunta Jennifer Finch, che diventerà la bassista storica del gruppo, ma non ancora la batterista “Dee” Plakas, che suonerà in tutti gli album successivi.

Giungiamo così al 1990. Il panorama rock stava già iniziando a cambiare grazie ad etichette come la Sub Pop di Seattle, che nel frattempo aveva fatto uscire il disco d’esordio dei Nirvana, Bleach, ma anche quello dei Mudhoney fra gli altri. Si stava quindi iniziando a delineare l’immaginario grunge che sarebbe stato protagonista della prima metà dei Novanta. Anche le L7 si rivolgono alla Sub Pop, con cui fanno uscire Smell The Magic. In copertina vediamo le quattro indossare stivaloni sporchi e jeans strappati, incarnando volente o nolente quell’estetica grunge che poi sarebbe diventata di rigore.

Il disco si apre con Shove, primo singolo della band, in cui Suzi Gardner descrive una sorta di scenario a base di barboni ubriachi, occhi che bruciano a causa dello smog e capi rompicoglioni che esigono ci si presenti al lavoro con i capelli in ordine. Uno scenario suburbano, insomma, che diventerà protagonista in gran parte dei loro testi. Già dalla seconda traccia, però, si nota come le sonorità si siano fatte decisamente più omogenee e definite rispetto all’album precedente. Esplode subito Fast and Frightening, in cui Donita dipinge una ragazza che è l’incubo di mamma e papà, e si lascia andare a una frase iconica come “Got so much clit she don’t need no balls”. Ci sono anche alcuni momenti hard rock alla Motorhead tipo Till The Wheels Fall Off.

Gli anni Novanta sono anche gli anni del fenomeno “riot grrrl”, movimento alternative rock femminista caratterizzato da connotazioni sociali e particolarmente politiche, così come dall’etica DIY. Come già successo per quanto riguarda il grunge, i media finirono per appiccicare l’etichetta “riot grrrl” a qualsiasi gruppo che ne condividesse anche la minima somiglianza. In questo caso gruppi rock femminili come Babes in Toyland, Hole, o appunto L7, finirono in quello stesso calderone pur non rappresentandolo in toto. A tal proposito Donita dirà che le L7, al contrario di tanti gruppi riot grrrl, non erano “anti-corporazioni”, visto che non avevano problemi a usare canali come MTV per raggiungere chiunque, e che divertirsi suonando aveva la stessa importanza del messaggio sociale. Questo però non significa che non avessero anche loro una certa connotazione “politica” e femminista, anzi. Le L7 infatti diedero vita a Rock for Choice, una serie di concerti di beneficenza con protagonisti gruppi come Nirvana, Red Hot Chili Peppers o Rage Against the Machine, che cercava di mettere in luce temi come il diritto all’aborto.

Nel 1992, comunque, il gruppo passa dalla Sub Pop alla Slash, con cui producono Bricks are Heavy, loro album di maggior successo – seppure senza raggiungere i numeri di gruppi affini ma tutti al maschile come Soundgarden o Alice in Chains. Si parte subito con il riff martellante di Wargasm, in cui la passione americana per la guerra – quella del Golfo era da poco alle spalle – viene comparata a un’ossessione sessuale. Dopo Scrap, che narra una storiella lisergica con protagonista uno skinhead, si giunge poi alla canzone probabilmente più famosa del gruppo, Pretend We’re Dead, che anni più tardi comparirà anche in videogiochi come GTA San Andreas o Rock Band 2, aumentandone la rilevanza popolare.

L’album mantiene per tutta la sua durata il tipico suono delle L7, alternando momenti dal sapore punk e hard rock ad altri in cui tutto si fa più sporco e “cupo”, vicino magari a certi gruppi grunge che nel periodo avevano trovato il loro apogeo. I testi poi narrano spesso le vicende di personaggi freak, a metà fra sarcasmo, surrealismo e squallore, così come di ragazze tipo Everglade che sanno difendersi da sole contro qualsiasi stronzo. Nelle battute finali è il turno di Shitlist, canzone che compare anche nel film Natural Born Killers, dove Donita confessa di avere una sua personale lista nera dove segna i nomi di tutti quelli che la fanno incazzare, e che per questo pagheranno.

Le L7 cominciano allora a girare per il mondo, raggiungendo anche l’Italia (su youtube c’è il loro concerto del giugno ’92 al Flog Auditorium di Firenze). Circa tre mesi dopo il gruppo suona al festival di Reading, in Inghilterra, ed è qui che Donita si esibirà in un gesto che sarà per sempre associato all’immagine delle L7, e che verrà annoverato come un momento unico nella storia del rock. Le quattro si presentano sul palco truccate come personaggi di Mad Max, e mentre stanno suonando Fast and Frightening qualcuno inizia a lanciare loro addosso delle palle di fango. Ad un tratto Donita, come segno di protesta, si infila le mani nelle mutande e tira fuori il suo assorbente interno, per poi gettarlo contro il pubblico al grido di “Eat my used tampon, fuckers!”. Niente di più punk, quindi.

Un paio di anni dopo il fenomeno grunge comincia a sfumare, anche a causa della scomparsa di Kurt Cobain. Circa nello stesso periodo le L7 fanno uscire il loro quarto album, Hungry For Stink. Poco dopo partecipano all’edizione di quell’anno del Lollapalooza – storico festival organizzato da Perry Ferrel dei Jane’s Addiction – suonando sul main stage con gruppi come Smashing Pumpkins, Beastie Boys o Nick Cave and The Bad Seeds. La canzone Fuel My Fire viene inoltre campionata dai Prodigy nel loro disco di enorme successo The Fat of the Land.

Le cose però non vanno proprio a gonfie vele. Jennifer infatti decide di abbandonare la band, lasciando il posto a varie bassiste che tuttavia non troveranno mai una collocazione stabile e duratura. Nel 1997 è il turno dell’album The Beauty Process: Triple Platinum, che non sembra suscitare troppo entusiasmo rispetto ai lavori precedenti. I tempi sono cambiati d’altronde, e così lo è anche la scena musicale con l’ascesa di nuovi gruppi dalle sonorità meno “cattive”, tipo quelle del pop punk. Nel 1998 Krist Novoselic dei Nirvana segue le quattro in tour realizzando un bizzarro documentario dal titolo The Beauty Process, e un anno dopo giunge l’album Slap-Happy, che passa in sordina. Ritrovatesi allora senza più l’appoggio di un’etichetta, le L7 non registreranno più nient’altro, e nel 2001 annunceranno un periodo di pausa indefinito. Quel periodo durerà quasi quindici anni, durante i quali Donita e Dee si dedicheranno a un altro progetto di nome Donita Sparks and The Stellar Moments, mentre Jennifer suonerà e canterà in un gruppo punk chiamato The Shocker – restando comunque in un ambito “underground”.

A cambiare le cose, intorno al 2014, è il riscontro che Donita trova sui social. Dopo aver creato una pagina Facebook dedicata alle L7, infatti, nota come il gruppo non sia finito nel dimenticatoio, e anzi, come in giro per il mondo ci siano ancora migliaia di fan di tutte le età. I numerosi riscontri ottenuti, così come l’enorme quantità di materiale di repertorio che spuntava sul web ogni giorno, ha fatto sì che venisse discussa l’idea di realizzare un documentario sul gruppo. È nata quindi una campagna di crowdfunding che ha raccolto più di centotrentamila dollari, e che ne ha permesso la produzione – si chiama Pretend We’re Dead, come la loro canzone più famosa, e potete trovarlo in dvd.

Con questa scusa le L7 hanno ricominciato a sentirsi. Donita ha dichiarato che a parte Dee, con cui suonava nelle Donita Sparks and The Stellar Moments, da che il gruppo si era sciolto aveva giusto incontrato Jennifer qualche volta in giro, mentre non parlava con Suzi da anni. Da lì si è fatta strada l’idea di una possibile reunion, senza progettare un nuovo album, ma soltanto per suonare a qualche concerto. Nonostante qualche incertezza iniziale, alla fine tutte e quattro le componenti storiche si sono trovate d’accordo, e sono partite per un tour che è uscito anche dai confini americani, toccando l’Italia nel settembre 2016 con un live a Trezzo sull’Adda. Ma non solo: alla fine, è notizia di questi giorni, un nuovo album si farà, a distanza di diciannove anni dall’ultimo Slap-Happylo potete pre-ordinare qui, scegliendo se accaparrarvi anche del merchandising in edizione limitata.

Oggi le L7 sembrano concepire la loro musica senza troppe pressioni rispetto agli inizi. Non hanno più niente da dimostrare, così come forse non ha più niente da dimostrare il punk rock. È così, nella sua semplicità. Certo è che in quest’epoca dove il rock sembra aver smarrito la sua cassa di risonanza, e in cui ogni cantante ha sempre inserito il “filtro-bellezza”, un gruppo del genere, minaccioso e “sporco” come sapevano essere le L7, magari servirebbe ancora. E non mi riferisco ad un gruppo di sole donne, bensì ad un gruppo di qualsiasi genere. Sì perché, come sostiene Donita, erano molto di più di “una band tutta al femminile”. Erano semplicemente “spaventose”, nel senso più positivo del termine.

Filippo Santin

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