Terrence Malick, Knight of Cups: il frammento per arrivare al tutto

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Se volete provare ad apprezzare un film come Knight of Cups (2015), dovete cercare di scordare tutto quello che avete imparato sia giusto o sbagliato sul cinema: dimenticatevi della narratività, dimenticatevi del rapporto causa-effetto, dimenticatevi di come debbano essere portati avanti dei dialoghi, insomma dimenticatevi tutto. Già, perché se come dice il celebre critico cinematografico Roger Ebert Terrence Malick è “uno dei pochi registi i cui film non sono mai meno che capolavori”, in questo caso il regista di Austin si è davvero esposto al massimo rischio, esasperando i linguaggi che l’hanno reso celebre negli anni.

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La meravigliosa fotografia di Emmanuel Lubezki in Knight of Cups

Ma partiamo con ordine. Nel film Rick (Christian Bale) è uno sceneggiatore hollywoodiano che ha trovato il successo ma che ha perso se stesso; è metaforicamente, come dice la voce-off del padre: “un principe, figlio del re dell’Oriente, che è partito verso Ovest in cerca di una perla; giunto a destinazione il principe ha bevuto dalla coppa dell’oblio e si è dimenticato chi era il motivo del suo viaggio cadendo in un sonno profondo”. Insomma il protagonista è una specie di BoJack Horseman che cerca disperatamente il vero senso della propria vita in un universo di perdizione, di vizi, di virtù ed occasioni mancate; un universo senza ideali e punti fermi e dunque apparentemente privo di senso.

Il protagonista è il cavaliere di coppe del titolo, una figura dei tarocchi, che ha come significati: cambiamento e ottime prospettive, soprattutto amorose (quando esce rivolta verso l’alto); inaffidabilità, inganno, promesse non realizzate (quando è rivolta verso il basso). Rappresenta dunque la precarietà dell’esistenza, la possibilità di ogni tipo di risultato. I tarocchi danno anche un titolo a ognuno (tranne l’ultimo) degli otto capitoli in cui è divisa la pellicola, in cui è divisa, se così possiamo dire, la vita di Rick.

Ma la scansione in capitoli non è temporale, non è neanche una vera scansione di fatto, è solo un’ulteriore chiave di interpretazione a un film che già ne presenta tantissime: la vita hollywoodiana di Rick è filmata per frammenti non contigui e non cronologici; la macchina da presa rigorosamente portata a mano di Malick si muove libera nel tempo e nello spazio, collegando attimi di vita apparentemente staccati tra di loro ma che montati insieme assumono un nuovo significato. Il regista ricorre a ogni possibilità di ripresa mobile, dalla steadycam, a delle telecamere digitali molto leggere, fino ad arrivare addirittura alla gopro per filmare sott’acqua: insomma Malick entra nella perdizione di Rick e cerca il senso della sua vita in ogni modo, da ogni angolazione possibile, proprio come il protagonista. Il film assume dunque i tratti della ricerca, della voglia di abbracciare la vita tutta, in ogni sua forma: i protagonisti passano dall’abbracciarsi in un letto al correre su una spiaggia in un nanosecondo, senza nessun raccordo di montaggio. Ma l’assenza di raccordo non è una critica al cinema narrativo, è un modo per abbracciare la totalità del mondo in un scintilla, in un nulla, in un teletrasporto fisico ma in una contiguità di emozioni, di sensazioni: una vera immersione nel flusso continuo dell’esistenza.

Però il flusso della vita in superficie non può essere ininterrotto, si cristallizza in momenti, attimi impercettibili, frammenti, e sono proprio quelli che Malick cerca di cogliere con la sua poetica macchina da presa: una realtà frammentata ma armonica, viva, pulsante, come viva è la telecamera, come vivi sono i protagonisti che si guardano, si baciano, si lasciano, si spingono. Malick rende questa continuità frammentata ricorrendo di fatto a pochissimi dialoghi in scena: per la maggior parte del film sentiamo infatti una voce narrante, la voce del padre di Rick o la voce pensate di Rick stesso; per quanto riguarda i dialoghi, essi sono quasi sempre in voice-off e non hanno una immediata corrispondenza con quello che noi vediamo: non ha senso definire momenti in base a quello che si dice o a quello che si fa, l’importante è quello che si percepisce. L’intero racconto assume dunque i tratti di una proustiana operazione di recupero della propria memoria a partire da profumi, colori, sapori; la percezione della realtà diventa sfumata, gli stessi piani della rappresentazione si mischiano tra di loro in un tempo relativo ma in uno spazio continuo, nonostante sia ripetutamente smontato e rimontato tramite il montaggio.

Ecco appunto, il montaggio: è evidente questo sia il vero elemento significante a livello filmico della pellicola; basti pensare al tempo occorso per eseguirlo: ben due anni, due anni passati davanti a un computer a decostruire e a ricostruire la realtà filmata. L’operazione di Malick assume dunque un valore ambiguo: durante le riprese gli attori non seguono una sceneggiatura, ma delle semplici indicazioni del regista, che punta sulla naturalità e sulla casualità (attenzione, non causalità) dei rapporti umani; salvo poi rimontare il tutto in sala di montaggio, un montaggio che però, come detto, non raccorda niente, ma cerca di abbracciare il tutto.

Certo che questa operazione semi-titanica forse non avrebbe avuto lo stesso impatto senza la meravigliosa fotografia di Emmanuel Lubezki (vincitore di ben tre premi Oscar, per The Revenant, Birdman e Gravity), che rende visivamente impressionante ogni singola inquadratura della pellicola.

La domanda che sorge spontanea allora è: questa ricerca del senso della vita ha una risposta? Prima di tutto cerchiamo di capire dove potremmo trovare questa risposta, quali indizi Malick ci ha lasciato. Sicuramente la divisione in capitoli con titoli di nomi di carte dei tarocchi può nascondere in sé un significato, analizziamo dunque brevemente i vari segmenti del film.

Vi sono tre capitoli incentrati sulle storie sentimentali non convenzionali avute dal protagonista. Abbiamo La Luna, che nei tarocchi è la figura del principio creativo, della femminilità, del sonno e del sogno, e infatti al centro del segmento vi è la travagliata e appassionata storia con Della (Imogen Pots), ragazza totalmente libera da qualsivoglia tipo di inibizione, proprietaria di un’infinita vitalità che finisce per consumare Rick. Il protagonista continua dunque a cercare una risposta al suo vuoto interiore nell’avventura: lo cerca con La Torre (che simboleggia la presunzione), una supermodella; lo insegue con La Papessa, una spogliarellista (il significato nascosto della vita, ciò che va contro ogni valore e che può dare senso al tutto).

Figura simile a quella della Papessa è quella dell’Eremita (la sapienza, l’ascesi) che nel film è simbolicamente interpretata da un Antonio Banderas incarnante un playboy totalmente amorale: la sapienza può essere trovata nell’edonismo?

Evidentemente no, perché la ricerca di Rick non si ferma qui, va avanti, ma trova tre ostacoli, tutti provenienti dal passato. Il passato riemerge con la figura della Morte, di una Natalie Portman che è una donna sposata ma allo stesso tempo amante del protagonista, protagonista di cui rimane in cinta, decidendo però di far credere al marito che il figlio è nato dalla relazione matrimoniale. Il passato riemerge sotto il segno del rimorso, del Giudizio, del tempo che passa e non si arresta: Cate Blanchett è l’ex moglie di Rick, forse l’unica donna con cui lui si sia sentito veramente sereno, veramente a casa, ma che ormai è persa. Il passato riemerge più dolorosamente dal punto di vista familiare, una famiglia tormentata e distrutta dalla morte di un fratello di Rick; l’altro fratello, Barry, rappresenta la figura dell’Appeso, del mondo visto all’incontrario, e infatti il personaggio interpretato da Wes Bentley è un barbone che vaga per la valley losangelina, in cerca di un introvabile affetto da parte propria figura paterna; è proprio il padre a firmare una delle frasi più belle del film:

“Pensi che quando raggiungerai una certa età le cose inizieranno ad avere un senso. Poi scopri che sei perduto, come lo eri prima. Suppongo che questa sia la dannazione. I pezzi della tua vita non si riuniscono mai. Vengono solo… sbattuti in giro”.

E i pezzi della vita di Rick sembrano davvero alla fine sbattuti in giro sena alcun vero significato: rimpianti, emozioni, sentimenti, memorie, tutte sparse per le strade di Los Angeles e di Las Vegas. E allora forse il senso non c’è, forse quella perla del principe ormai perduta sta in quell’ultima parola dell’ultimo capitolo (La Libertà): “Comincia”. Allora forse la libertà sta nella serenità data dall’accettazione della mancanza di significato del tutto. Forse non siamo veramente subordinati a un lunghissimo rapporto di cause-effetto, forse il caso entra nella nostra vita, forse non siamo pienamente padroni elle nostre azioni (come suggerisce la chiave esoterica dei tarocchi).

Allora forse la felicità sta nell’apprezzare proprio quei rimpianti, quei sentimenti, quelle emozioni sbattuti in giro come frammenti: perché sono frammenti di vita, e se c’è una lezione che Malick ci dà con questo film è sicuramente amare l’esistenza tutta, nel suo eterno flusso senza apparente senso alcuno.

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