Quella volta che Frank Sinatra si scagliò contro il rock’n’roll

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Paese che vai, rock ‘n’ roll che trovi. Leggendari sono il juke box, i jeans e il giubbotto di pelle nera, le ampie gonne color pastello, Elvis the pelvis, Chuck Berry, Little Richard, Bill Haley, ciuffi di capelli pieni di brillantina e altre mille cose molto belle e molto anni ’50. Per tutti è stata una vera rivoluzione sociale e musicale in grado di segnare un prima e un dopo.

Per tutti, tranne che per Frank Sinatra.

All’epoca della grande diffusione del regno di Elvis, The Voice stava lentamente riemergendo da una difficile crisi professionale e privata che gli aveva procurato non pochi grattacapi con l’industria della musica e quella del cinema, il fisco, la propria salute e la vita sentimentale. Sembrava, dunque, che la più bella voce maschile del Novecento (concedetemi questo giudizio personale) non fosse così infallibile come si credeva appena qualche anno prima.

Nel marzo 1953 Sinatra firma un contratto con la Capitol Records, che aveva tra i propri artisti nomi del calibro di Nat King Cole, per cercare di ritornare sulla cresta dell’onda. Dopo varie vicissitudini all’interno del gruppo di lavoro, accompagnato da un’orchestra di venti elementi, Ol’ blue eyes torna in classifica con I’m Walking Behind You. Ulteriori cambiamenti nell’organico fanno sì che l’innato senso dello swing del nostro eroe possa emergere e rendere giustizia ad un artista che rischiava di rimanere soltanto un bel ricordo del passato. Datato 1953 è anche uno dei primi concept album della storia della musica: Songs for Young Lovers, inciso non più su 78 giri in resina di gommalacca ma su vinile.

Insomma, Frank Sinatra stava tornando, più in forma che mai, con il suo smoking nero e il bicchiere di Jack Daniel’s in mano. La strada, però, non sarebbe stata così sgombra da ostacoli. Il pubblico, infatti, si stava trasformando: la maggior parte di esso si stava orientando verso nuovi sound, nuovi stili. The Voice avrebbe dovuto combattere con tutta la grinta che aveva nelle corde vocali per reggere il confronto con il rock’n’roll.

Grande aiuto ha avuto anche dalla parte del cinema, mondo in cui è rientrato ufficialmente con Da Qui All’eternità e l’Oscar come Miglior attore non protagonista. In un clima di divisione musicale e sociale giovani vs. adulti, Sinatra non poteva affatto perdere l’occasione per dire la propria opinione. Senza mezzi termini si è subito scagliato contro il rock’n’roll, che definiva “una musica scritta, suonata e cantata da strampalati cretini”.

Una cosa è certa: non ha mai mandato a dire alcunché. Una posizione opinabile e molto dura la sua che molti, comunque, hanno sempre condiviso. A partire dai genitori dei giovani fan del rock’n’roll, scandalizzati e inorriditi dalla frenesia con cui i figli si dimenavano. Frank Sinatra, un tempo idolo delle bobby soxers – le antenate delle moderne fangirls – e all’epoca ancora molto apprezzato da diversi giovani sparsi per il mondo occidentale, voce dell’America che ha lottato contro le dittature europee, stava creando un precedente di non poco peso nella cultura popolare degli Stati Uniti. Il suo intervento in favore, essenzialmente, di tutto fuorché della “forma di espressione più brutale, brutta e disperata che abbia avuto la sfortuna di sentire”, poneva una netta spaccatura fra due mondi già abbastanza separati e che in questo modo non si sarebbero più potuti incontrare.

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Eppure, fatto salvo qualche eccezione e rispettando comunque i gusti personali, il rock’n’roll non è mai stato un tale prodotto del demonio. Certo è anche che la percezione che possiamo avere noi di Jerry Lee Lewis o Gene Vincent non corrisponde (né oggi né mai) a quella di allora. Dev’essere stato un trauma vedere milioni di ragazze e ragazzi ribellarsi alla tradizione, ai valori (musicali? Sociali? Stilistici? Scegliete voi) insegnati dai genitori, in favore di un orizzonte nuovo e del tutto sconosciuto.

Paese che vai, rock ‘n’ roll e Frank Sinatra che trovi.

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