The king has left the building: in memoria di Elvis Presley

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Il Re “ha lasciato l’edificio” per sempre quarant’anni fa, il 16 Agosto 1977, dopo un attacco cardiaco occorsogli mentre era in bagno. La sua morte è stata tutt’altro che degna di un sovrano, ma la sua fine, con il senno di poi, non è da considerarsi sorprendente: devastato dalla dipendenza da tranquillanti, psicofarmaci e anfetamine, oltre a essere ingrassato fino all’obesità, Elvis Presley era ridotto a soli 42 anni a una caricatura del grande artista che aveva donato al mondo il rock’n’roll.

La sua casa è una sorta di santuario, in cui si celebra il mito, perché Graceland ospita ogni anno 600.000 visitatori (con un giro che porta nell’economia locale circa 150 milioni di dollari), che giungono a Memphis per perdersi tra i ricordi di Elvis e rendergli omaggio: e tutto questo da quarant’anni. Elvis Presley era già una leggenda prima che morisse, avendo influenzato la musica del ventesimo secolo come pochi: dal primo singolo del 1956, Heartbreak Hotel (in cui ci fu l’epifania del mito), passando per Suspicious Minds, Jailhouse Rock, Don’t Be Cruel, Hound Dog, Are you Lonesome Tonight? e Love Me Tender, quel ragazzino notato per caso da Sam Phillips costruì una carriera formidabile e irripetibile.

Dopo l’incontenibile ascesa degli anni ’50, il decennio successivo fu dedicato soprattutto alla carriera come attore (voluta dal suo inflessibile manager, il Colonnello Parker) in film mediocri, che alla lunga stufarono il pubblico. Elvis stesso si stancò della cosa e pretese un ritorno alla musica “vera”, con il 68 Comeback Special, uno show dal vivo che lo restituì alla dimensione di rocker.

Il successo ritrovato lo portò ad affrontare gli anni ’70 rinvigorito e maggiormente convinto dei suoi mezzi, inanellando spettacoli sempre più celebrativi della sua leggenda, che intanto, però, iniziava a pesare troppo su di lui: l’abuso di farmaci e una vita sempre meno regolare lo accompagnarono a quel 16 agosto del 1977, in cui il mito si cristallizzò per sempre.

Lo sgomento e la disperazione per la fine del Re hanno avuto strascichi sfociati nelle teorie della cospirazione e nelle leggende metropolitane, secondo le quali il cantante non era morto, ma semplicemente fuggito da una vita da star troppo opprimente o si era rifugiato in un programma di sicurezza testimoni dell’FBI.

Ma cosa è rimasto davvero di Elvis Presley? La sua voce prima di tutto, unica e inconfondibile, e capace di abbracciare sapientemente ogni genere, dal country al rock, dal blues al gospel, superando le barriere razziali come poche dopo e come nessuna prima: l’impatto che ebbe sulla musica è stato ben riassunto da Bob Dylan, che disse che l’emozione di ascoltare per la prima volta Elvis cantare equivaleva a fuggire di prigione.

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E poi quel suo carisma ipnotico e ammaliante, su cui costruì la sua carriera e che non lasciava modo, a chi lo guardava esibirsi, di distogliere lo sguardo. Il suo ancheggiare senza ritegno, con quel modo allusivo e malizioso, dapprima sconvolse l’America puritana, poi la conquistò definitivamente: le sue movenze sul palco catturarono i teenagers, che letteralmente impazzirono. Questo suo stile oltraggioso, nei primi tempi assai criticato perché troppo riconducibile a quello dei cantanti di colore, fu la molla della sua affermazione. Paradossalmente quel ragazzo bianco “che si muoveva come un nero” fu l’uovo di colombo per l’industria musicale, che, dopo l’iniziale sbandamento, comprese l’incredibile novità e ne cavalcò lo strepitoso successo.

Elvis Presley non è morto davvero: il suo mito resiste ancora e lo farà probabilmente per sempre, perché un re non viene dimenticato dai suoi sudditi, soprattutto se muore tragicamente. La sua musica è riuscita ad andare oltre le barriere del tempo e ha costretto chiunque sia venuto dopo di lui a farci i conti: sono passati quarant’anni e forse Elvis non ha ancora lasciato l’edificio.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

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